
L’Altro ci dona la parola, e il tesoro dei significanti attraverso cui noi siamo nel mondo, ma, nello stesso tempo, ci impone, senza saperlo, il suo desiderio inconscio. Il dono della parola e l’imposizione della dura e necessaria legge del desiderio sono i due estremi dell’incontro con l’Altro. L’Altro ci fa accedere al mondo, ma, nello stesso tempo appare come un reale im-mondo, catastrofico e rivelativo ad un tempo. L’Altro ha una natura doppia: da un lato è il mio simile, dall’altro è l’Altro inconscio, l’altro che desidera e che, per ciò stesso, manca, ma non è in grado di sapere cos’è che gli manca. Se il soggetto del desiderio, il soggetto pulsionale, non ha altra consistenza se non quella di significare ciò che manca all’Altro stesso, allora il soggetto è internamente diviso e mai ricomponibile. Ma chi è questo Altro? In che cosa si fonda la sua doppiezza? Che cosa significa che il desiderio, il mio desiderio è il desiderio dell’Altro? L’incontro con l’Altro è ciò che struttura la realtà psichica con cui il soggetto ha a che fare. L’Altro è la prima realtà psichica con cui il soggetto si relaziona, strutturandosi. Questo primo reale appare innanzitutto e inizialmente come un oggetto imprevedibile, ossia come il prossimo, il primo prossimo, vale a dire la madre – o chi ne fa le veci, prendendosi cura del bambino. Questo primo oggetto è strutturalmente imprevedibile perché risponde ad una non-domanda, potremmo dire, risponde alle grida e ai pianti (assoluti) del bambino, soddisfacendo così i suoi bisogni primari di sopravvivenza: «risposta che giungendo inattesa, quasi come una grazia sovrabbondante, costituirà per il soggetto l’imprinting di tutte le successive forme di soddisfazione e di godimento». Il prossimo appare così come (in genere) colei che risponde alla voce del bambino, trasformandola in domanda rivolta all’Altro, trasformando la frattura iniziale – cui reagisce il primo grido della nascita – in una richiesta che, nello stesso tempo, è simbolica e reale, nel senso che è domanda di un simbolo che possa dare un senso alla vita soggettiva – ad una vita soggettiva continuamente esposta al dissolvimento – ed è richiesta di una replica di quel primo soddisfacimento. È in questa prima fase che nasce l’Altro come Cosa. L’imprevedibilità e la casualità di quel primo godimento divide il primo prossimo in due componenti, «una che può essere capita perché più simile al soggetto ed un’altra invece che resterà estranea, incomprensibile e da questo punto di vista più simile ad una cosa inanimata che a una vita psichica». Estraneità dovuta al fatto che essa dà «significazione al grido del soggetto al di là del soggetto e lo immette in un ordine di significazione a lui estraneo, ma al quale d’ora in poi resta sospeso, attaccato per sempre poiché la sua significazione dipende da quest’ordine significante». Il reale è questo Altro che non è l’alter-ego, che non è il simile in cui posso riconoscermi, ma un’istanza perturbante che ci costringe a desiderare fino «a commettere gli atti più stravaganti e delittuosi». Questo Altro – che è la vera origine del Super-io già secondo Freud – è quello che darà ordini imperiosi al soggetto, ma ordini che sono caratterizzati dalla loro ineseguibilità se, al tempo stesso, non li si trasgredisce, generando così sentimenti di colpa. Sia che ordini di desiderare, sia che ordini di non desiderare, l’Altro super-egoico colpevolizza. L’Altro come Cosa, «è l’oggetto nel senso del termine che orienta il desiderio e attrae il soggetto come il sole un girasole». Per tale ragione, la «domanda etica qui è: come si pone fine al dominio della Cosa, come ci si libera dai suoi comandi disastrosi, come ci si rende liberi dal sentimento di colpa?»
Fine al dominio della Cosa
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