Egon Schiele
La fine di Clemente Silva rappresenta il momento definitivo, irreversibile, devastante in cui Arturo Cova perde l’ultima guida rimasta nella giungla colombiana, l’ultimo testimone vivente che condivideva con lui la consapevolezza lucida, dolorosa, ineludibile degli orrori indicibili che si consumavano silenziosamente nella foresta amazzonica. José Eustasio Rivera descrive questa morte apparentemente semplice ma profondamente simbolica con una prosa magistrale che alterna momenti di crudo realismo documentaristico, quasi clinico nella sua precisione, a riflessioni profonde, amare, disincantate sulla natura complessa della testimonianza, della memoria, della responsabilità morale di chi ha visto e deve raccontare. Silva, che aveva raccontato ad Arturo con una precisione chirurgica, con un’accuratezza spietata, con una forza narrativa che lasciava senza fiato le atrocità sistematiche, le ingiustizie strutturali, le violenze impunite dell’industria del caucciù, muore in modo apparentemente banale, insignificante, quasi prosaico: una febbre improvvisa, violenta, forse contratta durante uno dei suoi numerosi viaggi solitari attraverso la foresta ostile e pericolosa, lo consuma lentamente, implacabilmente, inesorabilmente in pochi giorni soltanto, riducendo il suo corpo forte, resistente, abituato alle fatiche della giungla a un involucro vuoto, emaciato, morente.

Non c’è dramma epico, non c’è pathos teatrale, non c’è battaglia eroica contro nemici visibili e identificabili nella sua morte; non c’è vendetta compiuta contro i padroni delle piantagioni, non c’è giustizia ottenuta per i lavoratori sfruttati, non c’è trionfo morale o spirituale che consoli la sua anima tormentata. C’è solo il silenzio millenario, cosmico, indifferente della giungla che accoglie con freddezza il suo ultimo respiro affannoso; c’è solo il fruscio leggero, continuo, ipnotico delle foglie che copre dolcemente, pietosamente il suono flebile del suo cuore che si ferma definitivamente; c’è solo l’oscurità profonda, totale, eterna che cala lentamente sui suoi occhi stanchi, cerchiati, sofferenti che avevano visto troppo, testimoniato troppo, sofferto troppo durante la sua lunga esistenza nella foresta amazzonica. La descrizione magistrale di Rivera rende perfettamente questa ambivalenza straziante, questa contraddizione esistenziale che lacera l’anima di Arturo in quei momenti terribili: da un lato, la morte di Silva è indubbiamente un evento tragicamente personale che lascia Arturo completamente, totalmente, irrimediabilmente solo nella giungla ostile, senza più compagni di viaggio, senza più guide esperte, senza più punti di riferimento sicuri, costretto ad affrontare da solo, con le sue sole forze residue, il peso insopportabile, schiacciante, paralizzante di ciò che ha visto, vissuto, subito durante il suo lungo peregrinare nella foresta colombiana.

Dall’altro lato, però, la morte di Silva rappresenta simultaneamente, paradossalmente, inevitabilmente anche un passaggio di consegne simbolico, un momento di transizione storica, un’investitura morale in cui il testimone delle atrocità, il deposito della memoria collettiva, la responsabilità della denuncia viene affidato ufficialmente, solennemente, definitivamente ad Arturo Cova, che diventa così l’unico, l’ultimo, il solo depositario vivente delle storie terribili, strazianti, inimmaginabili che Silva aveva raccolto, conservato, tramandato con abnegazione e coraggio durante tutta la sua vita nella giungla. Le ultime parole di Silva, sussurrate con voce rotta, morente, affannosa mentre la febbre implacabile gli consumava le ultime energie vitali, le ultime forze residue, le ultime speranze nascoste, sono per Arturo un vero e proprio testamento spirituale, un lascito morale, un mandato esistenziale che lo segnerà per sempre: Ricorda, Arturo, ricorda tutto ciò che hai visto. Raccontalo a chi potrà ascoltare. Non lasciare che la giungla inghiotta anche la memoria di ciò che è accaduto qui. Queste parole semplici, dirette, essenziali, pronunciate con un’urgenza disperata che tradisce la consapevolezza lucida dell’imminente fine, contengono tutto il peso morale, tutta la responsabilità storica, tutta la gravità esistenziale della testimonianza: Silva sa perfettamente, con una chiarezza devastante che lo accompagna fino all’ultimo respiro, che la sua morte individuale, personale, biologica non è importante, non è significativa, non è rilevante di fronte alla necessità assoluta, indispensabile, vitale di preservare la memoria collettiva di ciò che ha visto con i propri occhi nella giungla colombiana.

La sua vita intera, la sua esistenza lunga, faticosa, dolorosa è stata dedicata esclusivamente, totalmente, disinteressatamente a raccogliere e raccontare storie di sofferenza indicibile e di resistenza eroica, di ingiustizia sistematica e di dignità umana, di sfruttamento disumano e di solidarietà spontanea; e ora, nel momento supremo della sua morte imminente, affida questo compito sacro, questo dovere morale, questa missione esistenziale ad Arturo Cova, che diventa così l’erede spirituale, il successore legittimo, il continuatore necessario della sua opera di testimonianza e di denuncia. Arturo Cova, testimone impotente, inerme, disperato della morte lenta, dolorosa, inevitabile del suo compagno di sventura, vive un momento di profonda, totale, abissale disperazione che lo paralizza completamente, che lo annienta interiormente, che lo spezza definitivamente. Silva non era affatto solo una guida esperta, competente, affidabile nella giungla pericolosa e intricata; egli era molto di più, era un punto di riferimento morale assoluto, una bussola etica infallibile, una voce costante che gli ricordava instancabilmente, implacabilmente, dolorosamente perché era importante, necessario, doveroso continuare a vivere nonostante tutto, nonostante la disperazione, nonostante la follia, nonostante la perdita di ogni speranza; perché era indispensabile, urgente, vitale testimoniare le ingiustizie terribili, le atrocità indicibili, le violenze sistematiche che aveva visto con i propri occhi durante il suo lungo viaggio nella foresta amazzonica.

La sua morte lascia un vuoto abissale, incolmabile, definitivo nella vita di Arturo: non c’è nessun altro nella giungla infinita, ostile, indifferente che condivida la stessa consapevolezza lucida e dolorosa; non c’è nessun altro che abbia visto le stesse atrocità, subito le stesse ingiustizie, testimoniato le stesse sofferenze; non c’è nessun altro che possa comprendere realmente, profondamente, autenticamente la profondità abissale del dolore, della disperazione, della disintegrazione psicologica che Arturo porta dentro di sé come un peso insopportabile, come una ferita aperta, come una piaga purulenta che non guarirà mai. La descrizione magistrale del momento supremo della morte di Silva è di un’intensità narrativa, di una forza emotiva, di un impatto esistenziale che lascia il lettore senza fiato, senza parole, senza speranza: Silva giace immobile, inerte, sofferente su un giaciglio improvvisato di foglie secche, muschio umido e rami spezzati, il corpo scosso violentemente dai brividi gelidi della febbre tropicale che lo divora dall’interno, il volto pallido, sudato, irriconoscibile segnato dalle sofferenze accumulate durante una vita intera nella giungla, gli occhi vitrei, opachi, spenti che fissano il vuoto cosmico con un’espressione di pace serena, rassegnata, liberatoria che Arturo non gli aveva mai visto prima durante i loro incontri, le loro conversazioni, i loro dialoghi nella foresta.

Le sue mani un tempo forti, callose, esperte per il lavoro incessante nella foresta, per la sopravvivenza quotidiana nella giungla ostile, ora pendono inerti, pesanti, morte lungo i fianchi del corpo morente, incapaci di compiere anche il gesto più semplice, più elementare, più istintivo. Il suo respiro affannoso, irregolare, spezzato si fa sempre più debole, sempre più lento, sempre più rarefatto, fino a quando si ferma completamente, definitivamente, irrimediabilmente, lasciando un silenzio assoluto, totale, eterno che sembra durare un’intera vita, un’intera eternità, un tempo senza fine. Arturo rimane immobile, paralizzato, pietrificato accanto al corpo senza vita del suo compagno, del suo amico, della sua guida morale, incapace di reagire, incapace di piangere, incapace di fare qualsiasi cosa se non fissare ipnotizzato, ossessivamente, disperatamente il volto senza vita, senza espressione, senza anima di Silva e chiedersi ossessivamente, angosciosamente, disperatamente cosa farà ora, completamente, totalmente, irrimediabilmente solo nella giungla infinita, ostile, indifferente che lo ha già spezzato interiormente. Quando, alla fine del capitolo, Arturo seppellisce con cura infinita, con rispetto umano, con devozione filiale il corpo martoriato di Silva sotto un albero secolare, maestoso, imponente della foresta, segnando la tomba rudimentale con una croce di legno grezzo, malamente intagliato, il lettore comprende con una certezza angosciante che qualcosa in lui è cambiato definitivamente, irreversibilmente, tragicamente.

Egli non è più il poeta passionale, idealista, romantico che aveva lasciato Bogotá mesi prima in cerca di libertà, di amore, di autenticità esistenziale; non è più l’amante disperato, ossessionato, determinato che aveva attraversato i vasti Llanos orientali alla ricerca febbrile, disperata di Alicia; non è più neppure il testimone indignato, sconvolto, moralmente coinvolto che aveva ascoltato con orrore crescente le storie terribili di Silva sullo sfruttamento sistematico dei lavoratori del caucciù. Egli è diventato qualcosa di completamente diverso, di più complesso, di più pesante, di più responsabile: il custode solitario della memoria collettiva, il portatore unico del testimone della verità, l’ultimo depositario vivente che può, deve, dovrà raccontare la verità cruda, spietata, incontestabile sulla giungla colombiana, sullo sfruttamento disumano, sulla disumanizzazione sistematica degli esseri umani, anche quando nessuno vorrà ascoltarla, anche quando il mondo preferirà dimenticare, voltare le spalle, continuare a vivere nell’ignoranza e nell’indifferenza. La morte di Silva non rappresenta affatto una sconfitta totale, una disfatta esistenziale, una resa incondizionata; al contrario, essa costituisce una trasformazione profonda, radicale, definitiva: attraverso la sua morte apparentemente insignificante ma simbolicamente potentissima, Silva affida ad Arturo il compito più importante, più difficile, più necessario della sua vita intera, quello di testimoniare coraggiosamente le atrocità che ha visto con i propri occhi e di preservare fedelmente la memoria di chi è stato distrutto, annientato, cancellato dalla giungla implacabile e dall’avidità umana.

Glossario
Crediti
 Autori Vari
 La voragine
  José Eustasio Rivera narra la tragica discesa di Arturo Cova, poeta impulsivo che fugge da Bogotá con Alicia in cerca di libertà. Separati dall'inganno di Barrera, Arturo si lancia in una ricerca ossessiva nella giungla amazzonica. Qui incontra Clemente Silva, che gli rivela le atrocità dell'industria del caucciù: lavoratori ridotti in schiavitù, violenze sistematiche, epidemie. La discesa psicologica di Arturo si intreccia con la denuncia sociale. Ritrova Alicia in condizioni disumane, fallisce la vendetta, abbandona la donna. La sparizione misteriosa di Arturo, Alicia e il loro bambino, e il ritrovamento della lettera-testamento completano questa allegoria dell'avidità umana che divora uomini e sogni.
  Pubblicazione: 1924
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