Fluidità senza forma
Pensare nella forma delle categorie, vuol dire conoscere il vero per distinguerlo dal falso; pensare con un pensiero a-categorico, far fronte alla nera bestialità, è, per il tempo di un lampo, distinguersene. La bestialità si contempla: vi si immerge lo sguardo, ci si lascia affascinare, essa vi trasporta con dolcezza, la si imita abbandonandosi; sulla sua fluidità senza forma, cui ci si appoggia; si spia il primo soprassalto dell’impercettibile differenza, e, con lo sguardo vuoto, si spia, senza febbre, il ritorno della luce. All’errore si dice no, e si cancella; si dice sì alla bestialità, la si vede, la si ripete e, pian piano, s’invoca l’immersione totale. Warhol è grande con le sue scatole di conserva, i suoi stupidi e le sue serie di sorrisi pubblicitari: equivalenza orale e nutritiva di labbra dischiuse, di denti, di salse di pomodoro, di igiene da epidermide; equivalenza di una morte nel fondo di una vettura sventrata, al termine di un filo telefonico sull’alto di un palo, tra le braccia scintillanti e bluastre della sedia elettrica. «Una cosa vale l’altra», dice la bestialità, sprofondando in se stessa, e prolungando all’infinito ciò che essa è attraverso ciò che essa dice di sé: «Qui o in un altro posto, sempre la stessa cosa; che importa che varino alcuni colori e che le luci siano più o meno grandi; come è bestia la vita, la donna, la morte! Come è bestia la bestialità!». Ma a contemplare bene in faccia questa monotonia senza limiti, ciò che d’improvviso si illumina, è la molteplicità stessa – senza niente al centro, né in cima, né al di là – crepitio luminoso che corre ancor più rapido dello sguardo e volta a volta illumina queste etichette mobili, queste istantanee imprigionate che ormai, per sempre, senza nulla formulare, si fanno segno: d’un tratto, sul fondo della vecchia inerzia equivalente, la zebratura dell’avvenimento squarcia l’oscurità, e il fantasma eterno si dice di questa scatola, di questo volto singolare, senza spessore. L’intelligenza non risponde alla bestialità: è la bestialità già vinta, l’arte categoriale di evitare l’errore. Lo studioso è intelligente. Ma è il pensiero che s’affronta alla bestialità, ed è la filosofia che la guarda. A lungo, sono faccia a faccia, col suo sguardo immerso in questo cranio senza candela. È la sua propria testa di morto, la sua tentazione, il suo desiderio forse, il suo teatro catatonico. Al limite, pensare sarebbe contemplare intensamente, da molto vicino, e quasi fino a perdervisi, la bestialità; e la stanchezza, l’immobilità, una grande fatica, un certo cocciuto mutismo, l’inerzia formano l’altra faccia del pensiero – o meglio il suo accompagnamento, l’esercizio quotidiano e ingrato che lo prepara e che subito esso dissolve. Il filosofo deve possedere una buona dose di cattiva volontà per non giocare correttamente il gioco della verità e dell’errore: questo mal volere, che si attua nel paradosso, gli consente di sfuggire alle categorie. Ma egli deve essere inoltre di

Crediti
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