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Non chiamiamola “Poesia” lasciamola scorrere e avremo il Poeta…

Miti? E la parola per dire non sapeva il suo principio,
e il suono di un fare un terrore indistinto dalla carne,
e dei tramonti l’argilla stampava del tempo
non l’azione e il suo oblio… il ricordo non è
nostalgia del nulla, ma l’accidia di un rimorso!

Il coraggio della visione e della dimenticanza
era una vigilia di lettura, e della nascita il sonno
un pensiero di magia più del sogno,
e una gioia inesistente la materia inerte oscura,
e il suo furore variopinto un trastullo
per un mortale, e grigio parto!

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Sagredo aggancia le sue vertebre alla poesia con durezza e severità. In qualità di scrittore non si perdona niente, affronta la composizione dei testi a occhi asciutti, perseguendo come un imperativo categorico la sincerità. Questo spiega perché fischia alla vita come uno storno e la divora come una torta di noci (Mandel’štam).

Alla paura di osare, al bisogno di mettersi al riparo da ennui e idéal, lasciando nelle pagine insegnamenti insignificanti, Sagredo oppone lo studio dell’interiorità: scandaglia, scandalizza, trascina significanti e significati dal sublime al letame, procede per excessus, violentando senza pietà il malcapitato lettore, che non sa di essere ingabbiato fra un passato profetico, un’attualità castrante e un futuro ricattatorio. L’autore di “Capricci” formula con determinazione le proprie regole versificatorie, pur sapendo che il lettore italiano non è abituato a intrattenere un rapporto attivo con ciò che legge. E invece in queste pagine viene chiamato a rischiare in proprio comprensione e emozione, senza l’assistenza della solita voce autorevole esterna, che stabilisce una volta per sempre segni e segnali, messaggi e probabile universalismo del testo in oggetto. Le istruzioni per l’uso convergono verso una scrittura concitata, rabdomantica, insofferente alla rappresentazione univoca, sottoposta a un esplosivo cortocircuito di immagini e pensiero, di tagliente riflessione e di ridefinizione del contorno dei fatti e delle cose.

Accettata l’insufficienza del minimalismo da camera, putrido e stagnante, si viene immessi in una energica condizione di movimento: chi scrive scruta in ogni direzione, tratta con flessibilità gli angoli delle figure geometriche, stratifica con abilità sentimenti a perdita d’occhio. Il linguaggio sintetico della poesia e quello analitico della prosa confluiscono nel main stream di una nuova modalità del discorso poetico che illumina, a sua volta, un particolare metodo di destrutturazione del reale, oltre che un modo tutto personale di insufflare nelle composizioni poetiche un’autentica vitalità, evitando la riproposizione di versi asfittici e autoreferenziali come usa adesso.

Perentorio e feroce, Antonio Sagredo aggredisce le parole, le dispiega in uno spazio scrittorio originale, all’interno del quale le frasi selvagge e scoscese, spesso oscure e avvelenate, non rifuggono mai da una logica rigorosa. Sembra che la tensione barocca della versificazione vada a insaccarsi nella complicanza fine a se stessa, così da impregnare e appesantire i testi, e invece la tara del cerebralismo viene azzerata, dando a intendere che anche un frutto amaro può essere assaporato senza pericolo, purché si impari a gustare il lato oscuro della vita, quello che le anime timorose seppelliscono sotto la superficie tediosa della lirica monocorde.
Antonio Sagredo ⋯ Capricci
Sagredo non usa schemi per separare apparenza e essenza, taglia e cuce pagine di prosa e poesia in stile fenomenologico. La ruvida eleganza di questi versi dipende dall’ intelligenza dell’autore, ma anche dalla necessità di conciliare in un punto, esteriorità e interiorità in perenne conflitto tra di loro: eleganza e ruvidità si combinano in una passione espressiva cupa, dolorosa, ilarotragica, eroica, spavalda (in senso intellettuale), in virtù della quale ogni accostamento semantico diventa possibile, così come ogni descrizione e registro linguistico, ogni coesistenza in totale libertà di elementi etici e dianoetici, di frantumi empirici e metafisici.

Strofe belle e nere, dilatate fra volontà e voluttà, si rovesciano sul proprio ventre e si strofinano sui bordi lucidi dei congegni meccanici di questo mondo schifoso e insulso.

Respirare l’eterno, sarebbe questa la meta poetologica di “Capricci”, se le narici dell’Oltre restituissero un minimo fiato di ciò che costituisce l’ignoto. Se le froge dell’Oltre sfiatassero rumorosamente e intensamente, dovrebbero arrivarci odorosi profumi e incensi, scie magnifiche di letizia, l’estasi ineffabile dell’assoluto, tuttavia il sogno viene subito abbattuto e ricondotto alla sua condizione di pura evanescenza psichica. A dispetto dell’inevitabile fallimento programmatico (intendo l’approdo nel non visibile), vale la pena di salire sulla stessa carrozza di Sagredo e viaggiare con la coscienza del rischio e di una possibile composita bellezza.

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