
La dimensione metafisica della geopolitica, come emerge dal Geopolitica. Manuale della scienza delle civiltà di Aleksandr Dugin, sposta il discorso su un terreno che va oltre mappe e strategie. Qui non si parla solo di confini o risorse, ma di qualcosa di più profondo: il senso dello spazio come riflesso di un ordine spirituale. Dugin tira in ballo l’idea che ogni civiltà abbia un’anima, un modo di rapportarsi al mondo che non si spiega solo con la politica o l’economia. È una visione che lega la terra al cielo, il potere alla trascendenza, trasformando la geopolitica in una specie di filosofia del destino collettivo.
Le élite globali, in questo quadro, vengono viste come forze che vogliono spezzare quel legame. La talassocrazia, con la sua ossessione per il mare e la fluidità, porta avanti un progetto di sradicamento: tutto deve essere mobile, intercambiabile, privo di radici. Pensiamo alla cultura del consumo, all’individualismo spinto, alla perdita di identità collettive: non sono effetti collaterali, ma obiettivi precisi. Le potenze marittime, Stati Uniti e alleati in testa, usano il mare per dissolvere ciò che dà senso alla vita dei popoli – la tradizione, la religione, il legame con la terra – sostituendolo con un eterno presente fatto di merci e schermi. Dugin contrappone a questo la tellurocrazia, che trova nella terraferma un simbolo di stabilità, un ancoraggio che resiste alla marea liquida della modernità.
Questa lettura non è solo poetica: ha un fondo pratico. Le élite globali costruiscono il loro potere su una metafisica implicita, quella del progresso lineare e dell’universalismo laico. È una narrazione che dipinge il mondo come un unico grande mercato, dove ogni differenza è un ostacolo da abbattere. La NATO, il FMI, Hollywood: sono tutti strumenti di questa visione, che vuole un’umanità senza profondità, senza legami con qualcosa di più grande. Dugin ribalta il tavolo: lo spazio non è solo materia, ma significato. La Russia, con la sua immensità e la sua ortodossia, diventa un esempio: non è solo un paese, ma una civiltà che respira un’aria diversa, un’alternativa al vuoto talassocratico.
Il punto forte di questa prospettiva è la sua radicalità. Non si limita a criticare le strategie di potere, ma ne svela le fondamenta nascoste. Le élite globali temono la metafisica della terra perché non possono controllarla: è imprevedibile, sfugge alle loro reti. Pensiamo all’Eurasia come idea: non è solo una regione, ma un simbolo di resistenza, un richiamo a un ordine che non si piega al caos del mare. La tellurocrazia, in questo senso, non è solo geografia: è una postura esistenziale, un modo di stare al mondo che sfida la superficialità delle potenze marittime.
Certo, c’è il rischio di cadere nel misticismo, di vedere spiriti dove ci sono solo interessi. Ma Dugin non si ferma alle astrazioni: collega la metafisica alla realtà concreta. Le élite globali usano il loro potere per svuotare le civiltà della loro anima, per renderle dipendenti da un sistema che le controlla dall’alto. La risposta tellurocratica è un ritorno al senso profondo dello spazio: steppe, montagne, fiumi non sono solo risorse, ma luoghi sacri che tengono insieme i popoli. La Russia euroasiatica, l’Islam tradizionale, l’India millenaria: sono esempi di civiltà che non si arrendono alla marea.
La dimensione metafisica della geopolitica, allora, è una provocazione e una strategia. Le élite globali prosperano su un mondo senza radici, dove tutto fluttua e si vende. Dugin offre un’alternativa: riscoprire la terra come base di un ordine che non sia solo potere, ma significato. È una lotta che va oltre le armi, una guerra di visioni dove il mare vuole vincere, ma la terra può ancora resistere.
Geopolitica. Manuale della scienza delle civiltà di Aleksandr Dugin è un'opera che espone una visione geopolitica complessa, basata sull'idea di un conflitto fondamentale tra potenze terrestri (tellurocrazia) e potenze marittime (talassocrazia).
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