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In generale l’intelligenza e il grado d’istruzione del paziente hanno un’importanza considerevole per la prognosi. In casi di episodi acuti in via di remissione e nello stadio iniziale sembra a me che abbia molto valore una discussione chiarificatrice dei sintomi, specialmente del contenuto psicotico. Poiché la fascinazione prodotta dai contenuti archetipici è particolarmente pericolosa, mi sembra che la spiegazione del significato impersonale generale di questi sia particolarmente utile, e ciò in certo contrasto con la consueta discussione dei complessi personali. Mi sono fatto una regola di fornire al paziente intelligente tutte le conoscenze psicologiche possibili. Quanto più egli sa in questo campo, tanto meglio evolve la sua prognosi; perché se egli è munito delle necessarie conoscenze, può affrontare con la ragione le nuove irruzioni dell’inconscio e in tal modo assimilare e integrare nella sua coscienza gli strani contenuti dell’inconscio. Perciò, nei casi in cui i pazienti ricordano il contenuto della loro psicosi, sono solito discuterlo esaurientemente con il malato e aprirgliene quanto più possibile la comprensione. Questo modo di procedere, tuttavia, richiede al medico qualcosa di più delle sole conoscenze psichiatriche, perché egli dev’essere ben informato sulla mitologia, la psicologia primitiva ecc. Tali conoscenze appartengono al giorno d’oggi all’armamentario dello psicoterapeuta, così come del resto costituivano una parte sostanziale del sapere medico fino all’età dell’illuminismo (si pensi per esempio ai medici paracelsiani del Medioevo). Non si può affrontare la psiche umana, specialmente in condizioni di sofferenza, con l’ignoranza di un profano che della psiche conosce solo i complessi personali; per la ragione stessa per cui anche la medicina somatica presuppone un’approfondita conoscenza dell’anatomia e della fisiologia. Perché come esiste un corpo umano oggettivo e non solo uno soggettivo e personale, così esiste anche una psiche oggettiva (inconscio collettivo), con le sue specifiche strutture e attività di cui lo psicoterapeuta dovrebbe avere almeno una conoscenza sufficiente. A questo riguardo, comunque, nell’ultimo mezzo secolo ben poco è cambiato. Ci sono sì dei tentativi, a mio giudizio prematuri, di formazione d’una teoria, che però si perdono nei pregiudizi professionali e nell’insufficiente conoscenza dei fatti.

Crediti
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