Furore che sogna
Nel Museo nazionale romano di palazzo Altemps si conserva una testa in marmo che secondo la tradizione rappresenta un’Erinni addormentata. Gli occhi chiusi, i ciuffi dei capelli scarmigliati sulla fronte e la guancia, le labbra appena dischiuse, il volto della Furia – se di una Furia si tratta, sia essa Aletto, Megera o Tisifone – riposa quieto su un cuscino di buio marmo, come se sognasse.

Una furia che invece di gemere e urlare, scuotendo la chioma serpentina, chiude gli occhi e sogna, smentisce sé stessa. Eppure proprio e soltanto il sogno o il sonno di una furia assomiglia al pensiero. Il pensiero non è soltanto contemplazione, è innanzitutto furore. Si dà pensiero, si dà contemplazione, solo se prima vi è stato furore, se guardando l’abominio degli umani e del mondo, la mente – diceva Bruno – discesa «né la parte più inferna… si sente lacerare e sbranare». E solo se nel nostro eroico furore riusciamo a chiudere gli occhi e sognare, si ha vera quiete, si ha visione e teoria. I nostri sogni non sono allora fantasie a occhi aperti, che sappiamo ingannevoli e vane, ma verità a cui, anche se con gli occhi chiusi, non possiamo non credere, perché abbiamo prima visto la vendetta e l’errore. Il pensiero è questo acquietarsi del furore, è un’Erinni che sogna.

Crediti
 Giorgio Agamben
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Quotes per Giorgio Agamben

La bestemmia è un giuramento in cui il nome di dio è estratto dal contesto assertorio o promissorio e viene proferito in sé, a vuoto, indipendentemente da un contenuto semantico. Il nome, che nel giuramento esprimeva e garantiva la connessione fra parole e cose, e che definisce la veridicità e la forza del lógos, nella bestemmia esprime la rottura di questo nesso e la vanità del linguaggio umano.  Horkos

È possibile, data l'inconsistenza etica dei nostri governanti, che queste disposizioni siano dettate in chi le ha prese dalla stessa paura che esse intendono provocare.

Dal vivere insieme: che l'esistenza dell'altro è un enigma che non può essere sciolto, ma solo condiviso. La condivisione di questo enigma, gli uomini la chiamano amore.

Da Kafka: che c’è salvezza, ma non per noi: che siamo, cioè, salvi solo quando non c’interessa piú esserlo. Avviene come quando volevamo andare a tutti i costi in un certo luogo, ma poi, lungo la strada, camminando e vivendo, ce ne dimentichiamo. Se qualcuno ci avverte che siamo arrivati, scrolliamo le spalle come se la cosa non ci riguardasse.

A Ponza ho ascoltato delle donne analfabete cantilenare la Bibbia, che conoscevano soltanto per tradizione orale. E ho visto che gli analfabeti sono incomparabilmente migliori di coloro che dicono di saper leggere e scrivere.