Haidt punta il dito su un fenomeno moderno: gli influencer, che con i loro post perfetti stanno influenzando i giovani in modo spesso negativo. Nella grande riorganizzazione dell’infanzia, smartphone e social media hanno dato a queste figure un potere enorme, plasmando valori e priorità dei ragazzi. Non è solo intrattenimento: è un modello che spinge verso superficialità e ambizioni distorte, con conseguenze sulla salute mentale.
Il meccanismo è insidioso. Haidt descrive come gli influencer mostrino vite da sogno: viaggi, corpi scolpiti, lusso sfrenato. I ragazzi, bombardati da questi contenuti, iniziano a misurare se stessi con quel metro: se non hai migliaia di follower o l’ultimo gadget, sei un fallito. Gli smartphone rendono tutto immediato: un video su TikTok, una story su Instagram, e l’autostima crolla. La grande riorganizzazione ha messo gli influencer al posto di amici o familiari come punti di riferimento, ma quello che vendono è spesso irraggiungibile e vuoto.
Non è solo questione di immagine. Haidt sottolinea che molti influencer spingono valori discutibili: apparire conta più che essere, il successo si misura in like. Questo insegna ai giovani a correre dietro alla popolarità digitale, trascurando relazioni o passioni vere. Gli studi lo confermano: più tempo passi a guardare queste vite perfette, più ti senti inadeguato, con ansia e insicurezza che lievitano. E il guaio è che i ragazzi, con un cervello ancora in formazione, assorbono tutto senza filtri, inseguendo modelli che non li aiutano a crescere.
Haidt non demonizza gli influencer, ma chiede equilibrio. Limitare l’esposizione, educare i ragazzi a distinguere realtà da finzione, magari spegnendo il telefono ogni tanto. Perché il loro ruolo non è neutrale: stanno scrivendo il copione di una generazione che rischia di confondere i follower con la felicità. E se non si cambia qualcosa, i giovani cresceranno con idoli di plastica, dimenticando cosa conta davvero.
La liberazione è un atto storico ⋯
[Che] Non è possibile attuare una liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali, [che] la schiavitù non si può abolire senza la macchina a vapore e la Mule-Jenny, né la servitù della gleba senza un'agricoltura migliorata, [che] in generale non si possono liberare gli uomini finché essi non sono in grado di procurarsi cibo e bevanda, abitazione e vestiario in qualità e quantità completa. La «liberazione» è un atto storico, non un atto ideale.
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Il bacio della morte (El Petó de la Mort in catalano El beso de la muerte in spagnolo) è una scultura in marmo, che si trova in Poblenou cimitero a Barcellona. La scultura si pensa sia stata creata da Jaume Barba nel 1930, anche se altri sostengono sia un'idea concepita da Joan Fontbernat. La scultura raffigura la morte, sotto forma di uno scheletro alato, che da un bacio sulla fronte di un giovane. La tomba contiene sotto la scritta: Il suo giovane cuore si spegne. Il sangue nelle vene si raffredda. Ed ogni forza è andata. Fede è stato esaltato dalla sua caduta nelle braccia della morte. Amen.
La scultura suscita reazioni diverse e contrastanti: estasi sul volto del giovane o rassegnazione?
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L'insularità non è solo un dato geografico ma una condizione dell'anima che impedisce la comunicazione reale con il resto del mondo
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La vera invidia nasce dal confronto con le gioie altrui, ma non dovrebbe generare odio.
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Abbiamo barattato la nostra privacy con la convenienza, la nostra libertà con la connettività. Siamo diventati i sorveglianti volontari di noi stessi in un Panopticon digitale globale. Il Grande Fratello di Orwell era un dilettante: non aveva bisogno di imporci schermi, siamo stati noi a comprarli e a portarli in tasca.
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Mercanti di attenzione. La lotta epica per catturare le nostre menti di Tim Wu
Wu ricostruisce la storia dell’industria dell’attenzione, dai manifesti ottocenteschi agli algoritmi dei social media. Spiega come il modello di business dominante oggi si basi sulla cattura e rivendita della nostra attenzione, rendendo piattaforme come Instagram e TikTok macchine progettate per massimizzare il tempo di utilizzo. Si collega all’analisi di Haidt mostrando la logica economica che spinge alla creazione di contenuti (spesso superficiali o estremi, come quelli degli influencer) capaci di tenerci incollati allo schermo.
No Logo. Economia globale e nuova contestazione di Naomi Klein
Anche se scritto prima dell’esplosione degli influencer, questo classico della critica al consumismo è estremamente pertinente. Klein analizza come i brand abbiano smesso di vendere prodotti per vendere stili di vita e identità, creando un mondo dove l’immagine e l’apparenza contano più della sostanza. Gli influencer sono l’evoluzione di questo processo: incarnazioni viventi di brand personali che promuovono un ideale di vita basato sul consumo e sull’immagine, contribuendo all’insicurezza e alle aspirazioni distorte criticate da Haidt.
Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì di Robert Cialdini
Cialdini, psicologo sociale, svela i principi psicologici che governano la persuasione e l’acquiescenza (reciprocità, impegno, riprova sociale, simpatia, autorità, scarsità). Anche se non parla direttamente di influencer, il suo lavoro spiega perché queste figure abbiano tanto potere: sfruttano principi come la riprova sociale (se tanti lo seguono, sarà valido) e la simpatia/autorità percepita per influenzare gusti, opinioni e comportamenti, specialmente in un pubblico giovane e suggestionabile come quello descritto da Haidt.







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