Egon SchieleHaidt punta il dito su un fenomeno moderno: gli influencer, che con i loro post perfetti stanno influenzando i giovani in modo spesso negativo. Nella grande riorganizzazione dell’infanzia, smartphone e social media hanno dato a queste figure un potere enorme, plasmando valori e priorità dei ragazzi. Non è solo intrattenimento: è un modello che spinge verso superficialità e ambizioni distorte, con conseguenze sulla salute mentale.

Il meccanismo è insidioso. Haidt descrive come gli influencer mostrino vite da sogno: viaggi, corpi scolpiti, lusso sfrenato. I ragazzi, bombardati da questi contenuti, iniziano a misurare se stessi con quel metro: se non hai migliaia di follower o l’ultimo gadget, sei un fallito. Gli smartphone rendono tutto immediato: un video su TikTok, una story su Instagram, e l’autostima crolla. La grande riorganizzazione ha messo gli influencer al posto di amici o familiari come punti di riferimento, ma quello che vendono è spesso irraggiungibile e vuoto.

Non è solo questione di immagine. Haidt sottolinea che molti influencer spingono valori discutibili: apparire conta più che essere, il successo si misura in like. Questo insegna ai giovani a correre dietro alla popolarità digitale, trascurando relazioni o passioni vere. Gli studi lo confermano: più tempo passi a guardare queste vite perfette, più ti senti inadeguato, con ansia e insicurezza che lievitano. E il guaio è che i ragazzi, con un cervello ancora in formazione, assorbono tutto senza filtri, inseguendo modelli che non li aiutano a crescere.

Haidt non demonizza gli influencer, ma chiede equilibrio. Limitare l’esposizione, educare i ragazzi a distinguere realtà da finzione, magari spegnendo il telefono ogni tanto. Perché il loro ruolo non è neutrale: stanno scrivendo il copione di una generazione che rischia di confondere i follower con la felicità. E se non si cambia qualcosa, i giovani cresceranno con idoli di plastica, dimenticando cosa conta davvero.

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