Self-portrait with arm twisting above head
Ho avuto la fortuna di nascere in questa etnia, in questo piccolo mondo dove si parla una lingua diversa, che faceva parte di uno stato molto più grande ma con un idioma, una cucina, una cultura autonomi. Questo ti fa sentire così vicino a queste persone che condividono la tua diversità, ti senti a tua volta differente dal resto del mondo, sei membro di una grande famiglia di settecentomila persone che ha usi e costumi tutti suoi. E se arrivi a Milano, ci arrivi come un immigrato dal Sud. Penso che la gente che viene da questa matrice non possa che esserti affine perché ha la tua stessa cultura e le tue stesse radici. E soprattutto i tuoi stessi punti fermi: sicché se un genovese a Milano vede il Duomo, non può fare a meno di paragonarlo alla cattedrale di San Lorenzo. Ci si trova a solidarizzare come se si appartenesse a una tribù, la medesima. Questo è singolare perché Genova, a differenza della Sardegna che è un piccolo continente a sé stante, è una città continentale, nel senso che fa parte del continente eppure sta al suo interno come un’isola: appartata, racchiusa in sé.

Da dove viene la nostalgia che tutti noi abbiamo di Genova? Tu dici, e hai ragione, che la nostra tradizione musicale è piena di emigranti che rimpiangono la loro città e sognano di tornarvi, il che si ritrova anche nella canzone napoletana e in quella di altre città di mare, mentre non succede a Milano o a Torino. Ma forse questo dipende dal fatto che i milanesi sono nati ricchi, e i loro affari li hanno sulla terraferma, mentre i genovesi sono nati poveri, e i loro commerci hanno dovuto farli via mare, lontano da casa. Forse in molte delle nostre canzoni c’è anche questa paura di navigare, perché andare per mare è spesso un’avventura pericolosa, ed è un isolamento nell’isolamento: sei isolato dal resto del mondo perché insieme a te c’è solamente gente della tua stessa tribù, e sei isolato con loro in mezzo al mare. È anche per questi motivi che la tua nostalgia di casa è così forte. E poi riattacchi anche a fatti fisici, sapori, odori. Magari i cattivi odori che trovi solo nei porti, e che ti seguono dall’infanzia: il refrescume, il puzzo delle fogne scoperte che finiscono in mare, quello del pesce marcio.

Ma per quanto mi riguarda, Genova è anche la mia scoperta della musica, il primo maestro di violino che dovetti corrompere perché suonasse lui, facendo credere a mia madre che a suonare fossi io, o il colombiano che mi insegnò a suonare la chitarra risparmiandomi solfeggi, scale e tutti i pallosi preliminari, perché sapessi di primo acchito se dove finiscono le mie dita, debba in qualche modo cominciare una chitarra. E Lee Masters che già a scuola preferivo pericolosamente a Carducci; e Brassens e Brel cui devo se ho cominciato a fare questo mestiere che non è un mestiere, no davvero, semmai un modo di prendere, se devi lavorare, la strada che ti sembra più facile – per poi scoprire che gli ostacoli che credevi di avere scavalcato te li ritrovi tutti, due passi più avanti.

E infine, come dicevo, Genova è anche il profumo e il sapore sella sua cucina. Come quelli del pesto, che facciamo a Milano o in Gallura, io e Dori, mettendoci dentro tante noci perché non sappia di menta: come capita quando il pesto lo fai lontano da Genova. Perché solo il basilico di Genova non ne sa. E che altro? A me pare che Genova abbia la faccia di tutti i poveri diavoli che ho conosciuto nei suoi carruggi, gli esclusi che avrei ritrovato in Sardegna ma che ho conosciuto per la prima volta nelle riserve della città vecchia le graziose di Via del Campo e i balordi che potrebbero dar via anche la loro madre per mangiare. I fiori che sbocciano dal letame. I senzadio per i quali chissà che Dio non abbia un piccolo ghetto ben protetto, nel suo paradiso, sempre pronto ad accoglierli.

Crediti
 Fabrizio de Andre'
 SchieleArt •  Self-portrait with arm twisting above head • 1910