Gérard de Nerval - La mano incantataGérard de Nerval (1808-1854) ha creato nella narrativa fantastica del romanticismo francese un genere nuovo: l’evocazione lirico-amorosa sospesa tra sogno e memoria. I testi più tipici di questa maniera come Aurélia e Sylvie sono difficilmente antologizzabili; ma Nerval è anche autore d’un classico del fantastico più tipico: La main enchantée, un racconto basato su un tema di grande fortuna e di sempre sicuro effetto: la mano che vive di vita propria staccata dal corpo.
Oltre al simbolismo morale che la mano incantata assume con suggestiva evidenza – la violenza aggressiva che ognuno di noi porta in sé — troviamo qui una minuziosa ricostruzione della Parigi popolare del Seicento. Un negoziante di stoffe, dovendo battersi a duello con un militare, ricorre alle stregonerie d’un alchimista zingaro, che gli incanta la mano destra. Il bottegaio uccide in duello lo spadaccino. Perseguitato dalla giustizia, va a cercare protezione da un magistrato; ma la mano incantata, indipendentemente dalla sua volontà, aggredisce l’uomo di legge. Mentre il bottegaio è in prigione, condannato all’impiccagione, viene a trovarlo lo zingaro: la mano d’un impiccato è un talismano straordinario per i ladri, che con essa possono aprire qualsiasi porta. Lo zingaro reclama la mano; e quando sul patibolo il boia taglia la mano all’impiccato, la vediamo muoversi, scappare, aprirsi la strada tra la folla e raggiungere lo stregone.
I. Piazza Dauphine Niente mi sembra più bello di quelle case del diciassettesimo secolo, che la piazza Reale raccoglie in un gruppo così maestoso. Quando le loro facciate di mattoni, intramezzate e inquadrate da cordoni ed angoli in pietra, e quando le alte finestre sono infiammate dai raggi splendidi del tramonto, provate, a vederle, lo stesso sentimento di venerazione che provereste di fronte alla Corte dei parlamenti in toga rossa e con le mostre di ermellino; e. se non fosse un accostamento puerile, si potrebbe dire che la lunga tavola verde intorno alla quale questi temibili magistrati sono disposti in quadrato assomiglia un poco a quella fila di tigli che circonda i quattro lati della piazza Reale e ne completa la grave armonia.
L’ordine e la regolarità di un’altra piazza, nella città di Parigi, accontentano allo stesso modo il nostro occhio. Simile, sebbene triangolare, al quadrato della piazza Reale, essa è stata costruita sotto il regno di Enrico il Grande, che la chiamò piazza Dauphine; e destò grande ammirazione, a quell’epoca, la rapidità con cui gli edifici coprirono tutto il terreno incolto dell’isola della Gourdaine. L’usurpazione di questo terreno fu un terribile dispiacere per i chierici che andavano là a schiamazzare, e per gli avvocati che vi si recavano a meditare le loro arringhe; una passeggiata così verde e fiorita, uscendo dall’infetta corte del Palazzo.
Non appena queste tre file di case furono erette sopra i loro portici pesanti, carichi di sporgenze e solcati di fenditure; non appena vennero rivestite di mattoni, vi aprirono le finestre con le loro balaustre, e le incappucciarono con i tetti massicci, tutta la gente di toga invase gli edifici della piazza, ciascuno conformandosi al proprio grado e ai propri mezzi, cioè in ragione inversa dell’altezza dei piani. Piazza Dauphine divenne una specie di ricca corte dei miracoli, un’accozzaglia di ladroni privilegiati, covo degli azzeccagarbugli, come le altre piazze raccoglievano i pezzenti; questa in mattoni e pietre, le altre in legno e fango.
In una casa della piazza Dauphine, negli ultimi anni del regno di Enrico il Grande, abitava un personaggio singolarissimo, che si chiamava Godinot Chevassut ed aveva il titolo di luogotenente civile del prevosto di Parigi; carica molto lucrativa e penosa insieme, in quel secolo in cui i ladri erano molto più numerosi di oggi, tanto l’onestà è diminuita in Francia dopo di allora! e in cui il numero delle ragazze innamorate del proprio corpo era molto più considerevole, tanto i nostri costumi si sono corrotti! – Siccome l’umanità non cambia, si può dire, come un antico scrittore, che meno ladri ci sono in galera, più ce ne sono fuori.
Bisogna anche dire che i ladri di allora erano meno ignobili di quelli di oggi, e che questo miserabile mestiere era a quel tempo una specie di arte che alcuni giovani di buona famiglia non disdegnavano di esercitare. Molte attitudini risospinte al di fuori e ai piedi di una società costituita da barriere e privilegi si sviluppavano in questo senso: nemici più pericolosi per i privati che per lo Stato, la cui macchina si sarebbe forse schiantata senza questo sfogo. Così, senza dubbio, la giustizia di allora usava delle attenzioni verso i ladri ragguardevoli, e nessuno esercitava questa tolleranza più volentieri del nostro luogotenente civile di piazza Dauphine, per delle ragioni che conoscerete in seguito. In compenso, nessuno era più severo con gli incapaci: costoro pagavano per gli altri e riempivano le forche che allora ombreggiavano Parigi, come diceva d’Aubigné, con grande soddisfazione dei borghesi, i quali venivano derubati ancor più facilmente, e con un maggior perfezionamento dell’arte della truffa.
Godinot Chevassut era un ometto grasso che cominciava a incanutire, ma, contro la consuetudine dei vecchi, ci provava piacere, perché i suoi capelli diventando bianchi dovevano perdere necessariamente quel tono un po’ caldo che avevano per natura, e che gli aveva procurato lo spiacevole nome di Rosso, usato dai suoi conoscenti invece del suo proprio, siccome si pronunciava e si ricordava più facilmente. Aveva poi degli occhi guerci vivacissimi sebbene sempre socchiusi sotto le spesse sopracciglia, una bocca molto larga, come chi ha l’abitudine di ridere. E, tuttavia, anche se i suoi lineamenti avevano un’espressione quasi continua di malizia, non lo si sentiva mai ridere rumorosamente; soltanto, ogni volta che gli sfuggiva qualcosa di divertente, lo punteggiava alla fine con un ah! o un oh! emesso dal fondo dei polmoni, ma unico e di un effetto singolare; e questo accadeva di frequente, poiché il nostro magistrato amava condire la sua conversazione di arguzie, di equivoci e di detti osceni, che non riusciva a trattenere neanche in tribunale. Del resto, era un costume della gente di toga di quel tempo, che oggi è passato quasi interamente ai magistrati di provincia.
Per finire il suo ritratto, bisognerebbe piantargli un naso lungo e quadrato in punta, e poi delle orecchie molto piccole e piatte, e sensibilissime nel distinguere il suono di un quarto di scudo a un quarto di lega di distanza, e quello di una pistola da molto più lontano. A questo proposito, un querelante, il quale chiedeva se il signor luogotenente civile avesse degli amici che potessero raccomandarlo, si sentì rispondere che in realtà c’erano degli amici che il Rosso teneva in gran conto; fra questi, Monsignor Doppione, Messer Ducato, ed anche il Signor Scudo; ma era necessario metterne in azione parecchi insieme, allora si era sicuri d’esser serviti a dovere.
II. Una mania Ci sono delle persone che hanno più simpatia per questa o quella grande qualità, per questa o quella virtù singolare. Uno ha maggior considerazione per la magnanimità e il coraggio guerriero, e prova piacere soltanto al racconto di fatti d’arme; un altro pone al di sopra d’ogni cosa il genio e le invenzioni delle arti, delle lettere o della scienza; altri si commuovono dinanzi alla generosità e alle azioni virtuose con cui soccorriamo i nostri simili e ci dedichiamo alla loro salvezza, ognuno seguendo la propria inclinazione naturale. Ma il sentimento particolare di Godinot Chevassut era il medesimo del sapiente Carlo IX, vale a dire che nessuna qualità si può porre al di sopra dell’intelligenza e dell’astuzia, e che le persone provviste di queste doti sono le sole al mondo degne di essere ammirate e onorate; e in nessun luogo egli trovava queste qualità più brillanti e sviluppate come nel grande popolo dei ladri, dei furfanti, dei borsaiuoli, dei vagabondi, la cui vita generosa e le singolari astuzie si svolgevano quotidianamente sotto i suoi occhi con una varietà inesauribile.
Il suo eroe favorito era Francois Villon, parigino, celebre nell’arte poetica come nell’arte del furto e della truffa: così l’Iliade e l’Eneide, e il romanzo non meno stupendo di Huon de Bordeaux li avrebbe dati per il poema delle Repues franches, ed anche per la Légende de maître Faifeu, che sono le epopee in versi dei paltonieri! Le Illustrations del Du Bellay, Aristoteles Peripoliticon, e il Cymbalum mundi gli parevano ben deboli accanto al Jargon, suivi des États généraux du royaume de l’Argot, et des Dialogues du polisson et du melingreux, par un courtaud de boutanche, qui maquille en mollanche en la vergne de Tours, et imprimé avec autorisation du roi de Thunes, Fiacre l’emballeur Gergo, seguito dagli Stati Generali del regno dell’Argot, e dai Dialoghi del ragazzaccio e dell’affamato, opera di un garzone di bottega, che rubacchia in lana nella città di Tours, e stampato con l’autorizzazione del re di Thunes, Fiacre il contafrottole (N.d.T.).; Tours 1603. E naturalmente, siccome quelli che stimano una certa virtù hanno il più gran disprezzo per il difetto contrario, nessuno gli era più odioso delle persone semplici, tarde di mente e dallo spirito poco complicato. Arrivava fino al punto che avrebbe voluto cambiare completamente la distribuzione della giustizia e, quando veniva scoperto qualche furto grave, non si impiccasse il ladro ma il derubato. Era una mania: la sua mania. Egli vi scorgeva il solo mezzo per affrettare l’emancipazione intellettuale del popolo, e per far arrivare gli uomini del suo secolo a quel supremo sviluppo dell’intelligenza, dell’accortezza e dell’inventiva, che erano per lui la vera corona dell’umanità e la perfezione più gradita a Dio.
Questa era la sua morale. Quanto alla politica, gli pareva evidente che il furto organizzato su vasta scala favorisse più di ogni altra cosa la divisione delle grandi ricchezze e la circolazione di quelle minori, da cui soltanto poteva risultare, per le classi inferiori, il benessere e l’affrancamento.
Avrete capito che a sedurlo era soltanto l’inganno fatto ad arte, le sottigliezze e le lusinghe dei veri chierici di Saint-Nicolas, le vecchie astuzie di mastro Gonin, conservate da duecento anni nel sale e nello spirito, e che il suo compare era Villon, il truffatore, non dei ladri di strada come i Guilleris o il capitano Carrefour. Certo, il malfattore che, appostato sulla strada, spoglia brutalmente il viaggiatore disarmato, faceva orrore anche a lui, come quelli che senza alcuno sforzo d’immaginazione penetrano scassinando in qualche casa isolata, la saccheggiano e spesso scannano i padroni. Ma se avesse conosciuto l’impresa di quel ladro di classe, il quale, forando un muro per introdursi in un alloggio, si prese la pena di scavare l’apertura a forma di trifoglio gotico, perché l’indomani, accorgendosi del furto, la gente capisse che l’aveva eseguito un uomo di gusto, certamente Godinot Chevassut lo avrebbe stimato molto più di Bertrand di Clasquin o dell’imperatore Cesare, a dir poco.
III. Le brache del magistrato Detto questo, credo che sia l’ora di alzare il sipario e, seguendo l’uso delle nostre antiche commedie, dare un calcio nel didietro a messer Prologo, che sta diventando oltraggiosamente prolisso, tanto che dal suo esordio le candele sono già state smoccolate tre volte. Si affretti dunque a terminare, come Bruscambille, scongiurando gli spettatori «di pulire le imperfezioni del suo discorso con le spazzole delle loro umanità, e di ricevere un clistere di scuse negli intestini della loro impazienza»; ecco è finito, l’azione sta per cominciare.
L’azione si svolge in un grande salone oscuro e rivestito in legno. Il vecchio magistrato, seduto in un’ampia poltrona scolpita, con le zampe ritorte, e la spalliera coperta dalla sua foderina di damasco a frange, si prova un paio di brache sbuffanti, nuovissime, che gli ha appena portato Eustachio Bouteroue, apprendista di mastro Goubard, drappiere calzettaio. Allacciandosi i cordoncini, messer Chevassut si alza e si siede successivamente, rivolgendo di tanto in tanto la parola al giovanotto, che, rigido come la statua di un santo, si è seduto sull’angolo di uno sgabello e lo guarda timido ed esitante.
«Uhm! quelle hanno fatto il loro tempo!» dice spingendo via col piede le vecchie brache che si è appena tolte; «mostravano la corda come un’ordinanza proibitiva della prevostura; e poi, tutti i pezzi si dicevano addio… un addio straziante!»
Tuttavia il faceto magistrato raccolse ancora il vecchio indumento necessario per prendervi la borsa, dalla quale trasse alcune monete.
«Certo» proseguì «noialtri gente di legge i nostri vestiti li portiamo a lungo, per via della toga sotto la quale li indossiamo finché il tessuto resiste e le cuciture si mantengono solide; per questo, siccome tutti devono vivere, anche i ladri, e per conseguenza i drappieri calzettai, non toglierò niente dai sei scudi che mastro Goubard mi domanda; ai quali aggiungo generosamente uno scudo tosato per il garzone di bottega, a patto che non lo cambi a minor prezzo, ma lo faccia passare per buono a qualche sciocco borghese, adoperando, a questo scopo, tutte le risorse del suo cervello; altrimenti, conservo il detto scudo per la questua di domani domenica, a Notre-Dame.»
Eustachio Bouteroue prese i sei scudi e lo scudo tosato, e fece una gran riverenza.
«Su via ragazzo, si comincia a mangiucchiare alla drapperia? Sapete guadagnare sulle misure, sul taglio, e appioppare agli avventori roba vecchia per nuova, grigio per nero?… Sapete mantenere insomma la vecchia reputazione dei venditori dei Mercati?»
Eustachio alzò gli occhi sul magistrato con un certo spavento; poi, pensando che scherzasse, si mise a ridere; ma il magistrato non scherzava.
«Non mi piacciono» aggiunse «le ladronerie dei mercanti; il ladro ruba e non inganna; il mercante ruba e inganna. Un uomo furbo, dalla lingua sciolta e che sa di latino, compra un paio di brache, discute a lungo sul prezzo e finisce per pagare sei scudi. Viene poi un onesto cristiano, di quelli che qualcuno chiama gonzi, altri buoni avventori, se accade che compri un paio di brache uguali a quelle dell’altro, e confidando nel calzettaio che giura sulla propria onestà in nome della Vergine e dei Santi, le paghi otto scudi, non lo compiangerò, perché è uno sciocco. Ma, mentre il mercante conta le somme che ha ricevuto e fa risuonare con soddisfazione i due scudi, che sono la differenza fra la prima e la seconda vendita, passa davanti alla bottega un pover’uomo, che viene portato in galera per aver rubato da una tasca qualche sporco fazzoletto bucato: Ecco uno scellerato grida il mercante; se la giustizia fosse giusta, quel furfante dovrebbe essere arrotato vivo, ed io andrei a vederlo continua a dire, tenendo sempre stretti nella mano i due scudi. Eustachio, cosa pensi che accadrebbe se, secondo il desiderio del mercante, la giustizia fosse giusta?»
Eustachio non rideva più; il paradosso era troppo inaudito perché lui pensasse a rispondere, e la bocca da cui usciva lo rendeva quasi inquietante. Godinot Chavessut, vedendo il giovanotto sbalordito come un lupo preso in trappola, si mise a ridere con quel suo particolare riso, gli dette uno schiaffetto sulla guancia e lo congedò. Eustachio discese tutto pensieroso la scala con la balaustra di pietra, quantunque sentisse da lontano, nel cortile del Palazzo, la trombetta di Galinette la Gaiine, il buffone del celebre ciarlatano Geronimo, che chiamava i minchioni a sentir le sue facezie e a comperare le droghe del suo padrone; questa volta non vi prestò ascolto, e decise di traversare il Ponte Nuovo per raggiungere il quartiere dei Mercati.
IV. Il Ponte Nuovo Finito di costruire sotto Enrico IV, il Ponte Nuovo è il più importante monumento del suo regno. Nulla può paragonarsi all’entusiasmo che suscitò, quando dopo immensi lavori attraversò la Senna con le sue dodici arcate, per congiungere più strettamente le tre città della grande capitale.
Divenne presto il ritrovo dei numerosissimi fannulloni di Parigi, e per conseguenza, di tutti i giocolieri, venditori d’unguenti e borsaioli, i cui mestieri vengono messi in moto dalla folla, come un mulino dalla corrente di un fiume.
Quando Eustachio Bouteroue uscì dal triangolo della piazza Dauphine, il sole saettava i suoi raggi polverosi sul ponte allora affollatissimo, giacché i parigini amavano passeggiare soltanto per le strade lastricate, fiorite di mercanzie, ed ombreggiate dalle mura e dalle case.
Eustachio fendeva a gran fatica quel fiume di gente che incrociava l’altro fiume e scorreva lentamente da un capo all’altro del ponte, arrestandosi al minimo ostacolo, come pezzi di ghiaccio trasportati dall’acqua, e formando mille ingorghi e mille risucchi intorno a qualche giocoliere, cantore o mercante che vantava la propria merce. Molti si fermavano lungo il parapetto per veder passare i battelli e le zattere sotto le arcate, oppure per contemplare la magnifica vista che offriva la Senna a valle del ponte, la Senna che costeggiava a destra la lunga fila degli edifici del Louvre, a sinistra il grande Pré-aux-Clercs, solcato dai suoi bei viali di tigli, incorniciato dai salici grigi arruffati e dai salici verdi piangenti sull’acqua; poi, sulle due rive, la torre di Nesle e la torre di Bois, che sembravano fare da sentinella alle porte di Parigi, come i giganti dei romanzi antichi.
Ad un tratto, un grande scoppio di petardi fece volgere gli occhi di tutti i passanti verso un sol punto, annunciando uno spettacolo degno d’attenzione. Al centro di una di quelle piccole piattaforme a mezzaluna, poco tempo prima ancora sormontate di botteghe in pietra, e che lasciavano ora degli spazi vuoti al di sopra di ogni pilastro del ponte e al di fuori della carreggiata, stava un giocoliere. Aveva rizzato una tavola e, su questa tavola, passeggiava una bellissima scimmia vestita da diavolo, rosso e nero, con la coda naturale: senza la minima timidezza lanciava una quantità di petardi e girandole d’artificio, con grave danno di tutte le barbe e i collarini che non si scostavano abbastanza in fretta.
Il suo padrone era una figura di bohémien, comune cent’anni prima, già rara allora, e oggi annegata e perduta nella bruttezza e nella banalità delle nostre facce borghesi. Aveva un profilo tagliente come un’ascia, una fronte alta ma dritta, un naso lunghissimo e gobbo, non tuttavia aquilino come il naso romano, ma molto rincagnato e che con la punta sorpassava di poco la bocca dalle labbra sottili e sporgenti e il mento rientrato; due occhi lunghi, tagliati obliquamente sotto le sopracciglia disegnate a V, e lunghi capelli neri completavano l’insieme; qualcosa di flessibile e di sciolto nei gesti e nell’atteggiamento del corpo svelava, in lui, un mariuolo svelto e destro, rotto per tempo a parecchi mestieri e a moltissime astuzie.
Indossava con dignità un vecchio costume da buffone; in testa aveva un gran cappello di feltro a larghe tese, molto sgualcito e accartocciato; mastro Gonin era il nome che tutti gli davano, sia per la sua abilità e i suoi giuochi di destrezza, sia che egli discendesse effettivamente dal famoso giocoliere che fondò, sotto Carlo VI, il teatro degli Enfants-sans-Souci e per primo portò il titolo di Principe degli Sciocchi. Questo titolo, all’epoca della nostra storia, era passato al signor d’Engoulevent, che ne sostenne le prerogative sovrane anche dinanzi ai parlamenti.
V. La buona ventura Vedendo radunato un buon numero di persone, il giocoliere cominciò a far saltare dei bussolotti, suscitando una vivace ammirazione. Vero è che il compare aveva scelto il suo posto sulla mezzaluna con un certo scopo, e non soltanto, come pareva, per non intralciare la circolazione; in tal modo, aveva gli spettatori davanti a sé e non dietro.
Il fatto è che allora quest’arte non era come oggi, quando il giocoliere lavora circondato dal pubblico. Terminati i giuochi di bussolotti, la scimmia fece un giro in mezzo alla folla raccogliendo un bel mucchio di quattrini, e ringraziando galantemente accompagnava il suo saluto con un gridolino molto simile a quello del grillo. Ma i giuochi dei bussolotti erano soltanto un preludio; e, con un preambolo forbitissimo, il nuovo mastro Gonin annunciò che sapeva anche predire l’avvenire con la cartomanzia, la chiromanzia, e i numeri pitagorici; i suoi talenti non si potevano pagare, naturalmente, ma lui lo avrebbe fatto per un soldo, per favorire il pubblico. Parlando mescolava un gran mazzo di carte, che la scimmia, Pacolet, distribuiva con molta intelligenza a tutti quelli che tendevano la mano.
Quando ebbe soddisfatto tutte le richieste, il suo padrone chiamò successivamente gli spettatori nella piattaforma con il nome delle loro carte, e predisse a ciascuno la buona o cattiva fortuna, mentre Pacolet, che aveva ricevuto una cipolla a compenso del servizio, divertiva il pubblico con le sue smorfie, insieme soddisfatta e infelice, ridendo con la bocca e lacrimando dall’occhio, alternando ad ogni boccone un brontolio di gioia e una smorfia pietosa.
Anche Eustachio Bouteroue aveva preso una carta, e fu chiamato per ultimo. Mastro Gonin osservò attentamente la sua lunga e ingenua figura, e gli rivolse la parola con tono enfatico:
«Ecco il passato: voi avete perduto padre e madre; da sei anni, siete apprendista da un drappiere sotto i portici dei Mercati. Ecco il presente: il vostro padrone vi ha promesso in sposa la sua unica figlia; conta di ritirarsi e di lasciarvi il suo commercio. Quanto al futuro, datemi la mano.»
Eustachio, stupitissimo, gli tese la mano, e il giocoliere ne esaminò curiosamente le linee, aggrottò le ciglia con aria di esitazione e chiamò la sua scimmia come per consultarla. Questa prese la mano di Eustachio, la guardò, poi saltando sulla spalla del suo padrone, sembrò parlargli all’orecchio; ma, in realtà, essa muoveva soltanto le labbra, svelta svelta, come fanno gli animali quando sono malcontenti.
«Che cosa strana!» esclamò infine mastro Gonin «un’esistenza così semplice all’inizio, così borghese, tende verso una trasformazione tanto poco comune, verso una meta tanto alta!… Ah! mio giovane galletto, romperete il vostro guscio; andrete in alto, molto in alto… morrete più grande di quanto siete ora.»
Bene! disse Eustachio fra sé questa gente promette sempre le stesse cose. Ma come può sapere le cose che mi ha detto prima? È meraviglioso!… A meno che non mi conosca in qualche modo. Trasse dalla borsa lo scudo tosato del magistrato, pregando il giocoliere di dargli il resto. Forse egli aveva parlato troppo piano, perché costui non sentì affatto le sue parole e rigirando la moneta fra le dita, così riprese:
«Vedo che sapete vivere, e alla predizione veritiera ma un po’ ambigua che vi ho fatto aggiungerò, allora, qualche particolare. Sì, amico mio, avete fatto bene a non saldarmi con un soldo come gli altri, anche se il vostro scudo ha perso un buon quarto del suo valore; ma non importa, questa bianca moneta sarà per voi uno specchio splendente in cui si rifletterà la pura verità.»
«Ma» osservò Eustachio «quello che avete detto sulle mie grandezze future, non era dunque la verità?»
«Mi avete chiesto la buona ventura, e io ve l’ho detta, ma ci mancava la chiosa… Orsù, come avete interpretato la meta elevata che, nella mia predizione, ho attribuito alla vostra esistenza?»
«Ho capito che posso diventare sindaco dei drappieri-calzettai, fabbriciere, scabino…»
«Parli a vanvera, cosa vai cercando senza candela?… E perché non il gran sultano dei Turchi, l’Amorabaquin? Nome popolare dato nel Medioevo a Bayazid, sultano dei Turchi (N.d.T.).… Eh! no, no, amico mio, non è così che bisogna intenderla; e giacché desiderate la spiegazione di questo oracolo sibillino, vi dirò che nel nostro stile andare in alto si dice per quelli che si mandano a custodire i montoni nella luna, mentre andar lontano per quelli che vengono spediti a scrivere la loro storia nell’oceano, con penne lunghe quindici piedi…»
«Ah! bene, ma se mi spiegaste la vostra spiegazione, capirei certamente.»
«Sono due oneste frasi che sostituiscono due parole: forca e galera. Voi andrete in alto e io lontano. Quanto a me, questo è perfettamente indicato dalla linea mediana attraversata ad angolo retto da altre linee meno pronunciate; per voi, da una linea che taglia quella del mezzo senza continuare oltre, e da un’altra che le attraversa obliquamente tutte e due…»
«La forca!» esclamò Eustachio.
«Ma ci tenete proprio tanto ad una morte orizzontale?» osservò mastro Gonin. «Sarebbe puerile; pensate che siete sicuro di sfuggire a tutte le sorti che aspettano gli altri mortali. Inoltre è possibile che, quando Madama forca vi solleverà per il collo a braccia tese, voi non siate più che un vecchio disgustato della vita e di tutto… Ma suona mezzogiorno, è l’ora in cui, per ordine del prevosto di Parigi, siamo scacciati dal Ponte Nuovo fino a sera. Ora, se vi occorresse qualche consiglio, qualche sortilegio, incantesimo o filtro, in caso di pericolo, per amore o per vendetta, io abito laggiù, alla fine del ponte nel castello Gaillard. La vedete quella torretta a punta?…»
«Una parola ancora, per favore» disse Eustachio tremando «il mio matrimonio sarà felice?»
«Portatemi vostra moglie, e ve lo dirò… Pacolet, una riverenza al signore, e un baciamano.»
Il giocoliere ripiegò la sua tavola, se la mise sotto il braccio, prese la scimmia sulla spalla, e si diresse verso il castello Gaillard, canticchiando fra i denti una vecchissima canzone.
VI. Croci e miserie Era proprio vero che Eustachio Bouteroue stava per sposarsi con la figlia del drappiere-calzettaio. Era un ragazzo saggio, molto pratico nel commercio e, quando era libero, non andava come tanti altri a giocare alle bocce o a pallacorda, ma si metteva a fare i conti, a leggere il Bocage des six corporations, e ad imparare un po’ di spagnolo che, come oggi l’inglese, un mercante doveva conoscere a quel tempo, a causa del gran numero di Spagnoli che abitavano a Parigi. Mastro Goubard, essendosi dunque convinto in sei anni della perfetta onestà e dell’eccellente carattere del suo commesso, e avendo per di più sorpreso fra lui e sua figlia un amore virtuoso e severamente represso, aveva deciso di unirli in matrimonio, durante l’estate, il giorno della festa di San Giovanni, per ritirarsi poi a Laon, in Piccardia, dove aveva dei beni di famiglia.
Eustachio tuttavia non possedeva niente; ma non si usava, a quel tempo, sposare un sacco di scudi con un altro sacco di scudi; i genitori consideravano talvolta i gusti e le simpatie dei futuri sposi, e si davano la briga di studiare a lungo il carattere, la condotta e la capacità delle persone che sarebbero entrate nella loro famiglia; ben diversamente dai padri d’oggi, i quali esigono maggiori garanzie morali da un domestico che da un futuro genero.
Ora la predizione del giocoliere aveva talmente condensato le idee, così poco fluide, dell’apprendista drappiere, ch’egli era rimasto tutto stordito al centro della piattaforma e non udiva le voci argentine che chiacchieravano nei campanili della Samaritaine, ripetendo mezzodì! mezzodì!… Ma, a Parigi, il mezzogiorno suona per un’ora di seguito, e l’orologio del Louvre prese ben presto la parola con più solennità. seguito da quello dei Grands-Augustins e da quello dello Châtelet; tanto che Eustachio spaventato del suo ritardo prese a correre con tutte le forze, lasciandosi dietro, in pochi minuti, la via della Zecca, via del Borrel e via Tirechappe; soltanto allora rallentò il passo e, dopo aver voltato nella via della Beccheria di Beauvais, si rischiarò in fronte scorgendo gli ombrelloni rossi dei Mercati, i palchi degli Enfants-sans-Souci, la scala e la croce, e la graziosa lanterna del palo della gogna, coperta dalla tettoia a piombo. Era in questa piazza, sotto uno di quegli ombrelloni, che la sua futura sposa, Javotte Goubard, lo attendeva. La maggior parte dei mercanti dei portici avevano i loro banchi anche sulla piazza dei Mercati: sorvegliati da una persona di famiglia, servivano di succursale alla loro oscura bottega. Javotte si recava ogni mattina al banco di suo padre e, seduta in mezzo alle mercanzie, talora lavorava con l’uncinetto, talora si alzava per chiamare i passanti, li afferrava strettamente per le braccia e non li lasciava fino a che non avessero comperato qualcosa; ciò che non le impediva d’essere la ragazza più timida che avesse raggiunto i vent’anni senza sposarsi; piena di grazia, delicata, bionda, Javotte era alta ma leggermente curva in avanti, come la maggior parte delle venditrici che siano di figura slanciata e fragile; arrossiva come una fragola appena doveva dire qualche parola che non riguardasse il commercio mentre, a questo proposito, non la cedeva in sfacciataggine e parlantina a nessuna venditrice dei Mercati.
A mezzogiorno, Eustachio veniva regolarmente a sostituire la fidanzata sotto l’ombrellone rosso, e lei andava a mangiare alla bottega con suo padre. Era per questo che egli si recava in quel momento da Javotte, temendo molto che il suo ritardo le avesse fatto perdere la pazienza; ma non appena la vide da lontano, gli sembrò calmissima; con il gomito appoggiato sopra un rotolo di stoffa, seguiva molto attentamente la conversazione animata e rumorosa d’un bel militare, il quale stava chino sul medesimo rotolo, e assomigliava pochissimo ad un cliente.
«È il mio promesso!» disse Javotte sorridendo allo sconosciuto, che fece un leggero movimento con la testa senza cambiar posizione; e squadrava il commesso dal basso in alto, con il disprezzo che i militari dimostrano per i borghesi che non hanno un aspetto troppo autorevole.
«Assomiglia un po’ ad uno dei nostri trombettieri» osservò lui gravemente; «soltanto che quell’altro è più grosso di gambe; ma sai, Javotte, il trombettiere, in uno squadrone, è un po’ meno d’un cavallo e un po’ più d’un cane…»
«Questo è mio nipote» disse Javotte a Eustachio, spalancandogli in faccia i suoi grandi occhi azzurri con un sorriso di perfetta soddisfazione; «ha ottenuto il congedo per venire alle nostre nozze. Come sta bene, eh? È archibugiere a cavallo… Oh! che bello squadrone! Se foste diventato come lui, Eustachio… ma non siete abbastanza alto, non siete abbastanza forte…»
«E per quanto tempo» disse timidamente il giovanotto «il signore ci farà il piacere di stare a Parigi?»
«Dipende» disse il militare raddrizzandosi, dopo aver fatto attendere un poco la risposta. «Ci hanno mandato nel Berry per sterminare i croquants Contadini ribelli nel XVI e XVII secolo (N.d.T.). e, se quelli se ne staranno tranquilli ancora per un po’, vi regalerò un mese intero; ma, in ogni caso, verremo a Parigi per San Martino, a sostituire il reggimento del signor d’Humières, e allora potrò vedervi tutti i giorni e per sempre.»
Eustachio esaminava l’archibugiere a cavallo, cercando di non incontrare i suoi sguardi, e trovava che le sue proporzioni fisiche eccedevano decisamente quelle che si convengono ad un nipote.
«Dicendo tutti i giorni» riprese quest’ultimo «mi sbaglio; perché il giovedì, c’è la grande parata… Ma abbiamo la sera libera, e in realtà, potrò sempre cenare con voi, in quei giorni.»
Ma conta di mangiare con noi anche negli altri? pensò Eustachio… «Non mi avevate detto, signorina Goubard, che il signore vostro nipote era così…»
«Così bello? Oh! sì, come è diventato grande! Perbacco, erano sette anni che non l’avevamo visto, il povero Giuseppe e, d’allora, n’è passata dell’acqua sotto i ponti…»
E a lui, glie n’è passato di vino sotto il naso pensò il commesso, meravigliato dalla faccia risplendente del suo futuro nipote; non si diventa rossi con l’acqua tinta, e le bottiglie di mastro Goubard balleranno il trescone dei morti prima delle nozze, e forse anche dopo… «Andiamo a mangiare, papà deve essere impaziente!» disse Javotte alzandosi. «Oh! ti voglio dare il braccio, Giuseppe!… E dire che una volta ero io la più alta, quando avevo dodici anni e tu dieci; mi chiamavano la mamma… Come sono orgogliosa di dare il braccio ad un archibugiere! Mi porterai a passeggio, non è vero? Esco così poco; non posso andare da sola e, la domenica sera, devo assistere alle funzioni, perché faccio parte della confraternita della Vergine ai Santi-Innocenti, devo tenere il nastro dello stendardo…»
Quel cicaleccio femminile, interrotto dal passo cadenzato e sonoro del cavaliere, quella figura graziosa e leggera che saltellava allacciata all’altra massiccia e rigida, si persero ben presto nell’ombra sorda dei portici che costeggiano la via dei Bottai, e agli occhi di Eustachio rimase solo una nebbia e ai suoi orecchi un borbottio confuso.
VII. Miserie e croci Fin qui abbiamo seguito passo passo quest’azione borghese, senza mettere più tempo a raccontarla di quanto essa ne abbia impiegato a svilupparsi; e ora, nonostante il nostro rispetto, o piuttosto la nostra profonda venerazione per le unità anche nel romanzo, ci vediamo costretti a far compiere, ad una delle tre, un salto di alcuni giorni. Le tribolazioni di Eustachio riguardo al suo futuro nipote sarebbero forse molto curiose, se le raccontassimo, ma furono tuttavia meno amare di quanto avreste potuto giudicare. Eustachio si rassicurò ben presto sui sentimenti della fidanzata: Javotte aveva soltanto conservato un’impressione un po’ troppo viva dei ricordi d’infanzia, che, in una vita così poco movimentata come la sua, assumevano un’importanza smisurata. Nell’archibugiere a cavallo, aveva veduto soltanto il ragazzo allegro e rumoroso, il vecchio compagno di giuochi; ma non tardò ad accorgersi che quel bambino era cresciuto, e si comportava diversamente, e diventò più riservata con lui.
Quanto al militare, a parte qualche abituale familiarità, non dimostrava verso la giovane zia intenzioni peccaminose; egli apparteneva a quella categoria di persone a cui le donne oneste non ispirano desideri e, in quel momento, diceva come Tabarin che la sua amica era la bottiglia. Durante i primi tre giorni dopo il suo arrivo, non lasciò mai Javotte, e la sera la conduceva anche al Corso della Regina, accompagnata soltanto dalla grossa serva di casa, con gran dispiacere di Eustachio. Ma la cosa non durò molto; l’archibugiere non tardò ad annoiarsi della compagnia di Javotte e prese l’abitudine di uscire da solo tutto il giorno, conservando tuttavia l’attenzione di rientrare all’ora dei pasti.
La sola cosa che inquietava Eustachio, era di vedere questo parente sistemato così bene nella sua futura casa che sembrava difficile poterlo allontanare con la dolcezza, tanto pareva insediarsi ogni giorno più solidamente. Nondimeno era soltanto un nipote acquistato di Javotte, poiché era nato da una figlia che la defunta sposa di mastro Goubard aveva avuto dal suo primo matrimonio.
Ma come fargli comprendere che tendeva ad esagerare l’importanza dei legami di famiglia e che riguardo ai diritti e ai privilegi della parentela, aveva delle idee troppo larghe, troppo decise, ed in qualche modo, troppo patriarcali? Era tuttavia probabile che lui stesso si sarebbe presto accorto della sua indiscrezione, ed Eustachio decise di aver pazienza come le dame di Fontainebleau, quando la corte è a Parigi, come dice il proverbio.
Ma, anche dopo le nozze, le abitudini dell’archibugiere a cavallo non cambiarono affatto; egli fece anzi sperare che, grazie alla tranquillità dei croquants, sarebbe potuto restare a Parigi fino all’arrivo del suo squadrone. Eustachio tentò alcune allusioni epigrammatiche al fatto che certe persone prendevano le botteghe per delle osterie, ed altre che non furono capite, o sembrarono troppo deboli; del resto, non osava ancora parlarne apertamente a sua moglie e a suo suocero, non volendo darsi l’aria, nei primi giorni del matrimonio, di persona interessata, lui che doveva tutto a loro.
La compagnia del soldato non era poi troppo divertente: la sua bocca era la perpetua campana della sua gloria, che per metà era fondata sui trionfi nei duelli che facevano di lui il terrore dell’esercito, e per metà sulle sue prodezze contro i briganti, gli infelici contadini francesi a cui i soldati del re Enrico facevano guerra perché non avevano potuto pagare la tassa, e che non parevano troppo vicini a godere la famosa gallina in pentola… Questa eccessiva millanteria era allora molto comune, come nei tipi dei Tagliabraccia e dei Capitan Matamoros, riprodotti incessantemente nelle opere comiche dell’epoca, e deve essere attribuita, io penso, all’irruzione vittoriosa della Guascogna a Parigi, al seguito del Navarrino. Questa bizzarria, diffondendosi, si indebolì ben presto e, alcuni anni dopo, il barone di Fœneste ne fu il ritratto già molto addolcito, ma di una comicità più perfetta; infine la commedia del Menteur, nel 1662, lo mostrò ridotto a delle proporzioni quasi comuni.
Ma quello che irritava di più il buon Eustachio, era la continua tendenza del militare a trattarlo come un ragazzetto, a mettere in evidenza i lati più sfavorevoli del suo aspetto ed infine a dargli in ogni occasione, davanti a Javotte, un’aria ridicola, molto svantaggiosa per lui in quei primi giorni di matrimonio, in cui un novello sposo ha bisogno di stabilirsi su un piede di rispettabilità e di prendere posizione per l’avvenire; aggiungete poi che ci voleva ben poco a ferire l’amor proprio così recente e così rigido ancora di un uomo appena stabilito in bottega, patentato e giurato.
Un’ultima tribolazione non tardò a colmare la misura. Siccome Eustachio doveva far parte della guardia del Corpo dei mestieri e non voleva, come il buon mastro Goubard, prestare servizio in abito borghese e con una alabarda presa in prestito dal capitano del quartiere, aveva comprato una spada a coccia ma senza più coccia, una celata e un ghiazzerino in rame rosso già minacciato dal martello del calderaio e, dopo essere stato tre giorni a pulirli e a forbirli, riuscì a dar loro un certo lustro; ma quando li indossò e si mise a passeggiare fieramente nella sua bottega chiedendo se stava bene con la sua armatura, l’archibugiere cominciò a ridere come un mucchio di mosche al sole e gli disse che pareva uno che avesse addosso la batteria di cucina.
VIII. Il buffetto Le cose erano a questo punto quando una sera, il 12 o 13, un giovedì in ogni modo, Eustachio chiuse di buon’ora la bottega; cosa che non si sarebbe permessa senza l’assenza di mastro Goubard, il quale era partito l’antivigilia per visitare le sue proprietà in Piccardia, dove egli contava di stabilirsi tre mesi più tardi, quando il suo successore si fosse solidamente sistemato al suo posto e avesse completamente acquistato la fiducia dei clienti e degli altri mercanti.
L’archibugiere, rientrando quella sera come al solito, trovò la porta chiusa e le luci spente. Egli ne fu molto stupito perché allo Chàtelet non era ancora suonata la tromba di guardia e, siccome non tornava mai senza avere assaggiato un po’ di vino, la sua contrarietà si manifestò con una violenta imprecazione che fece sussultare Eustachio, il quale era salito all’ammezzato ma non era ancora a letto, e già si spaventava per l’audacia della sua risoluzione.
«Olà! Ehi!» gridò l’altro dando un calcio alla porta «è festa stasera? Cos’è, San Michele, la festa dei drappieri, dei ladri di notte, dei tagliaborse?…»
E si mise a dar pugni sulla porta, come se picchiasse su un tamburo; con il medesimo effetto che se avesse pestato l’acqua in un mortaio.
«Ehi! zio, zia!… volete farmi dormire all’aria aperta, per terra? Volete farmi morsicare dai cani e dalle bestie?… Olà! ehi! Al diavolo i parenti! Perbacco, quelli ne sono capacissimi!… E il sangue non conta, zoticoni! Ohi ohi! scendi borghese, ti porto quattrini!… Che ti venga un cancro, villano cialtrone.»
L’arringa del povero nipote non turbò minimamente il volto di legno del portone; adoperava a vuoto le sue parole, come il venerabile Beda quando predicava ad un mucchio di pietre.
Ma se le porte sono sorde, le finestre non sono cieche, e c’è un mezzo molto semplice per rischiarare il loro sguardo: il soldato uscì dall’oscura galleria dei portici, indietreggiò fino al centro della via dei Bottai e, raccolto un coccio, lo lanciò con tale precisione che accecò una delle piccole finestre dell’ammezzato. Era un accidente a cui Eustachio non aveva pensato, un formidabile punto interrogativo alla domanda in cui si riassumeva tutto il monologo del militare: perché mai non mi aprono la porta?… Eustachio prese subito una risoluzione: un codardo che si è montato la testa somiglia ad un avaro che si mette a spendere e spinge le cose all’estremo; e per di più gli stava a cuore di far bella figura dinanzi alla novella sposa, che poteva aver perduto un po’ di rispetto per lui, vedendolo da parecchi giorni servir da quintana al militare, con la differenza che la quintana talvolta restituisce dei buoni colpi. Si tirò dunque il cappello di traverso e si precipitò giù per la stretta scala dell’ammezzato, prima che Javotte pensasse a fermarlo. Passando per il retrobottega staccò il suo spadone, e, soltanto quando sentì nella mano ardente il freddo dell’impugnatura metallica, si fermò un istante e, mentre i piedi gli si facevano di piombo, si diresse verso la porta con la chiave in mano. Ma un secondo vetro che s’infranse con grande rumore, e i passi della moglie dietro di lui, gli restituirono tutta la sua energia; aprì precipitosamente la porta massiccia piantandosi sulla soglia con la spada nuda, come l’arcangelo all’uscita del paradiso terrestre.
«Che vuole dunque questo nottolone, questo disgraziato ubriacone che beve vino da un soldo, questo rompipiatti vecchi?…» gridò con una voce che avrebbe tremato, se avesse preso appena due note più basse. «È questo il modo di comportarsi con le persone per bene?… Su, voltate i tacchi senza indugio ed andatevene a dormire al cimitero, insieme ai vostri simili, altrimenti chiamo i vicini e gli sbirri e vi faccio portar via!»
«Oh! oh! ecco come canti ora, contafrottole! stasera t’hanno imbeccato con una trombetta?… Bene, è diverso… mi piace vederti parlare tragicamente come Spaccamontagna, gli uomini di fegato sono il mio debole… Vieni qua che t’abbraccio, Picrochole! Personaggio di Rabelais, sempre pronto a iniziare guerre impossibili (N.d.T.).…»
«Vattene, vagabondo! Non senti che questo fracasso sveglia i vicini? Ti condurranno al primo corpo di guardia come un aggressore e un ladro. Vattene, senza far schiamazzi e non tornare più!»
Ma, al contrario, il soldato s’avanzava sotto il colonnato e questo smorzò un poco la fine della risposta di Eustachio.
«Hai detto bene!» disse egli a quest’ultimo «il tuo avvertimento è onesto e merita una ricompensa…»
Appena il tempo di contare fino a due, ed aveva scoccato sul naso del giovane drappiere un buffetto tale che glielo fece diventar cremisi:
«Tientelo, se non hai spiccioli!» esclamò; «e non ti dico addio, zio caro!»
Eustachio non poté sopportare pazientemente l’affronto, più umiliante d’uno schiaffo, davanti alla novella sposa e, nonostante gli sforzi che lei faceva per trattenerlo, si slanciò verso l’avversario che se ne stava andando, e gli diede un colpo di taglio che avrebbe fatto onore al braccio del prode Ruggero, se la spada fosse stata una balisarda; ma la spada non tagliava più dal tempo delle guerre di religione e non scalfì il giaco di bufalo del soldato; costui gli afferrò subito tutte e due le mani e le strinse in maniera tale che prima cadde a terra la spada, poi il paziente si mise ad urlare come un forsennato, allungando furiosi calci agli stivali molli del suo aguzzino.
Fortunatamente s’interpose Javotte: i vicini se ne stavano a guardare la rissa dalle finestre, ma non pensavano lontanamente a scendere per mettervi fine, e Eustachio, traendo le sue dita bluastre dalla morsa naturale che le aveva serrate, dovette fregarsele a lungo per far sì che perdessero la forma quadrata che avevano assunto.
«Io non ti temo» esclamò «e ci rivedremo! Trovati, se hai solo il cuore d’un cane, trovati domattina al Pré-aux-Clercs!… Alle sei, gaglioffo! e ci batteremo a morte, tagliacantoni!»
«Il posto è scelto bene, mio eroe, e ci comporteremo da gentiluomini! A domani dunque; per san Giorgio, la notte ti sembrerà breve!»
Il militare pronunciò queste parole con un rispetto che fino allora non aveva mai mostrato. Eustachio si volse fieramente verso sua moglie; la sfida l’aveva fatto crescere di sei spanne. Raccolse la spada e rientrò chiudendo la porta con gran fracasso.
IX. Il castello Gaillard Quando il giovane mercante drappiere si svegliò, l’ebbrezza della sera prima l’aveva completamente abbandonato. Non gli fu difficile confessare che era stato molto ridicolo a proporre un duello all’archibugiere, lui che non sapeva maneggiare che il metro di legno, con il quale, al tempo del suo tirocinio, si era spesso battuto con i compagni nell’orto dei Certosini. Perciò non esitò a prendere la ferma risoluzione di restare a casa, lasciando l’avversario a passeggiare la propria tracotanza al Pré-aux-Clercs, e a dondolarsi sui piedi come un papero al guinzaglio.
Passata l’ora dell’appuntamento, si alzò, aprì la bottega senza dire neppure una parola alla moglie sulla scena della vigilia; lei, da parte sua, evitò di fare la minima allusione. Mangiarono silenziosamente, poi Javotte andò, come al solito, a mettersi sotto l’ombrellone rosso, lasciando il marito, insieme alla fantesca, ad esaminare i difetti di una pezza di stoffa. Bisogna dire che Eustachio volgeva sovente gli occhi alla porta, temendo ad ogni momento che il terribile parente venisse a rimproverargli la sua viltà e la sua mancanza di parola. Ora, verso le otto e mezzo, scorse di lontano l’uniforme dell’archibugiere spuntare sotto i portici, ancora bagnato dalle ombre come un cavaliere tedesco di Rembrandt con la luce che brilla su tre lustrini, quello del morione, quello del giaco e quello del naso; funesta apparizione che s’ingrandiva e si illuminava rapidamente, ed il cui passo metallico sembrava battesse ad ogni istante l’ultima ora del nostro drappiere.
Ma la stessa uniforme non rivestiva la stessa figura; e, per parlare più semplicemente, colui che si fermò davanti alla bottega di Eustachio, rimesossi con grande sforzo dallo spavento, era un militare amico dell’altro, il quale gli rivolse la parola in modo molto calmo e civile.
Gli fece sapere, innanzitutto, che il suo avversario, dopo aver atteso per due ore nel luogo dell’appuntamento senza vederlo arrivare, e pensando che un accidente imprevisto gli avesse impedito di recarsi colà, sarebbe tornato l’indomani, alla medesima ora, nel medesimo luogo, ed avrebbe atteso il medesimo tempo e che, se avesse atteso ancora senza risultato, si sarebbe recato alla sua bottega, gli avrebbe tagliato le orecchie e gliele avrebbe messe in tasca, come aveva fatto, nel 1605, il celebre Brusquet ad uno scudiero del duca di Chevreuse per lo stesso motivo, azione che ottenne il plauso della corte, e fu generalmente trovata di buon gusto.
Eustachio rispose che l’avversario, con una simile minaccia, faceva torto al suo coraggio e per questo avrebbe dovuto rendergli doppiamente ragione; aggiunse che il suo ritardo veniva soltanto dal fatto che non aveva ancora trovato i padrini.
L’altro parve soddisfatto da questa spiegazione e fece sapere al mercante che avrebbe trovato eccellenti padrini sul Ponte Nuovo, dinanzi alla Samaritaine, dove costoro passeggiavano abitualmente. Era gente che non esercitava altra professione e, per uno scudo, abbracciavano la causa di chiunque, e gli procuravano persino una spada. Dopo questo discorso, il militare fece un profondo saluto e se ne andò.
Rimasto solo, Eustachio si mise a pensare e rimase a lungo perplesso: il suo animo era diviso fra tre risoluzioni principali: ora voleva avvertire il luogotenente civile delle molestie dell’archibugiere e chiedergli l’autorizzazione a portare delle armi per difesa; ma anche in questo caso sarebbero venuti ad un duello. Oppure poteva andare sul posto, dopo aver avvertito gli sbirri, in modo che arrivassero nel momento in cui il duello cominciava; ma se arrivavano quand’era già finito? Infine pensava di interrogare il bohémien del Ponte Nuovo, e fu quest’ultima soluzione che, alla fine, ebbe il sopravvento.
A mezzogiorno, la serva andò sotto l’ombrellone rosso a sostituire Javotte, che venne a pranzare con suo marito; durante il pasto, Eustachio non le parlò affatto della visita che aveva ricevuto, ma la pregò di sorvegliare la bottega mentre lui sarebbe andato a offrire i suoi servigi ad un gentiluomo arrivato da poco, che voleva farsi dei vestiti. Prese la borsa dei campioni e si diresse verso il Ponte Nuovo.
Il castello Gaillard, situato sulla sponda del fiume, all’estremità meridionale del ponte, era un piccolo edificio sormontato da una torre rotonda, che ai suoi tempi aveva servito da prigione, ma ora cominciava ad andare in rovina e a riempirsi di crepacci; lo abitavano solo coloro che non avevano altro asilo. Dopo aver camminato per qualche tempo con passo malsicuro fra le pietre che ricoprivano il suolo, Eustachio si trovò di fronte ad una porticina, al centro della quale era inchiodato un pipistrello. Picchiò piano piano, e subito la scimmia di mastro Gonin gli aprì alzando un saliscendi; come talvolta i gatti domestici, era stata ammaestrata per questo servizio.
Il giocoliere se ne stava seduto dinanzi ad un tavolo, e leggeva. Si voltò gravemente verso il giovanotto, e gli fece cenno di sedersi su uno sgabello. Quando Eustachio gli ebbe narrato la sua avventura, lo rassicurò, dicendogli che non era una cosa grave ma aveva fatto benissimo a rivolgersi a lui.
«Mi chiedete un incantesimo» aggiunse «un incantesimo per vincere il vostro avversario a colpo sicuro; non è questo che vi occorre?»
«Proprio così, se è possibile.»
«Tutti pretendono di fare degli incantesimi, ma da nessuno ne troverete di così sicuri come i miei; non provengono, come molti, da arti diaboliche; derivano da uno studio approfondito della magia bianca, e non possono compromettere, in nessun modo, la salute dell’anima.»
«Così va bene» disse Eustachio «altrimenti non ricorrerei a voi. Ma quanto costa la vostra magia? Non so ancora se potrò pagarla.»
«Pensateci bene, vi comperate la vita, ed anche la gloria. Credete che per queste due cose eccellentissime, si possa esigere meno di cento scudi?»
«Cento diavoli che ti portino!» brontolò Eustachio con la faccia scura; «è più di quanto io possieda!… E che sarà, per me, la vita senza pane e la gloria senza vestiti? E poi può essere una promessa da ciarlatano, per adescare i creduloni.»
«Mi pagherete dopo.»
«È già qualcosa… Insomma, che pegno volete?»
«Soltanto la vostra mano.»
«Va bene… Ma io sono un gran balordo ad ascoltare le vostre ciance. Non mi avete predetto che finirò sulla forca?»
«Senza dubbio, e non ritiro le mie parole.»
«Allora, se è così, che cosa devo temere da questo duello?»
«Solo qualche stoccata e qualche sfregio, che apriranno alla vostra anima le grandi porte… Dopo sarete raccolto e nondimeno issato sulla forca, morto o vivo, come prescrive l’editto; e così si compirà il vostro destino. Capite?»
Il drappiere comprese così bene, che si affrettò ad offrire la mano al giocoliere, domandandogli dieci giorni di tempo per trovare la somma; l’altro glieli concesse, dopo aver segnato sul muro il giorno della scadenza. Poi prese il libro di Alberto Magno, commentato da Cornelio Agrippa e dall’abate Tritemio, l’aprì al capitolo sui Duelli, e per rassicurare ancora Eustachio che la sua operazione non avrebbe avuto niente di diabolico, gli disse che nel frattempo poteva recitare le preghiere senza timore di ostacolarlo. Sollevò il coperchio di un forziere, ne trasse fuori un vaso di terra non verniciato, vi fece un miscuglio di diversi ingredienti come il libro pareva indicargli, pronunciando a bassa voce una specie d’incantesimo. Quando ebbe finito, prese la mano destra d’Eustachio, che si faceva il segno della croce con l’altra, e l’unse fino al polso con la mistura che aveva preparato.
Poi trasse dal forziere una fiala vecchissima e bisunta, e lentamente sparse alcune gocce sul dorso della mano, pronunciando delle parole latine simili a quelle che i preti adoperano durante il battesimo.
Soltanto allora, Eustachio sentì in tutto il braccio una specie di scossa elettrica che lo spaventò molto; gli sembrò che la sua mano fosse come intorpidita, e tuttavia, cosa veramente singolare, essa si torse e si allungò parecchie volte, facendo scricchiolare le articolazioni, come un animale che si sveglia; poi non sentì più niente, la circolazione parve ristabilirsi, e mastro Gonin esclamò che tutto era finito ed egli poteva sfidare a duello i più audaci bellimbusti della corte e dell’esercito, e riempirli di occhielli per abbottonare tutti gli inutili bottoni di cui allora la moda sovraccaricava i vestiti.
X. Il Pré-aux-Clercs L’indomani mattina, quattro uomini attraversavano i verdi viali del Pré-aux-Clercs alla ricerca di un luogo adatto e solitario. Arrivati ai piedi della collinetta che costeggiava la parte meridionale, si fermarono infine in uno spiazzo destinato al gioco di bocce, che sembrò loro un terreno adatto per battersi. Allora Eustachio e il suo avversario deposero i loro farsetti, e i testimoni li perquisirono, secondo l’uso, sotto la camicia e sotto le brache. Il drappiere era emozionato, ma aveva tuttavia fede nell’incantesimo del bohémien; poiché, come sappiamo, mai le arti magiche, gli incantesimi, i filtri e i malefizi ebbero più credito che a quel tempo, in cui diedero luogo a tanti processi che riempiono i registri dei parlamenti, e gli stessi giudici condividevano la credulità generale.
Il testimonio che Eustachio aveva trovato sul Ponte Nuovo per uno scudo, salutò l’amico dell’archibugiere e gli chiese se aveva intenzione di battersi anche lui; siccome l’altro gli rispose di no, incrociò le braccia con indifferenza e si tirò indietro per vedere i campioni.
Quando l’avversario gli fece il saluto delle armi, il drappiere non poté reprimere un senso di nausea. Non restituì il saluto: rimase immobile, con la spada davanti a sé, dritta come un cero, e così malfermo sulle gambe, che l’archibugiere, il quale in fondo aveva buon cuore, si ripromise di fargli solo una graffiatura. Ma non appena le draghinasse si toccarono, Eustachio s’accorse che la mano gli trascinava il braccio in avanti agitandosi violentemente. Per meglio dire, sentiva soltanto gli stiramenti potenti che essa esercitava sui muscoli del braccio; i suoi movimenti avevano una forza ed un’elasticità prodigiosa, simile a quella di una molla di acciaio; tanto che il militare, per parare il colpo di terza, n’ebbe quasi il polso spezzato; ma il colpo di quarta gli fece volare la spada a dieci passi di distanza, e nello stesso tempo quella di Eustachio senza potersi trattenere, e seguendo il movimento stesso con cui era stata lanciata, gli traversò il corpo con tale violenza che l’elsa gli si impresse nel petto. Eustachio, che non si era chinato nell’affondo ed era stato trascinato dalla mano con uno strattone imprevisto, si sarebbe spaccato la testa cadendo lungo disteso, se non fosse piombato sul ventre dell’avversario.
«Perdio, che polso!…» gridò il testimonio del soldato; «quel ragazzo ne farebbe veder nere anche al cavaliere Tord-Chêne! Non ha né stile né il fisico adatto; ma per la forza del braccio, è peggio d’un arco del Galles!»
Intanto Eustachio, che s’era rialzato con l’aiuto del suo padrino, restò per qualche istante a riflettere su quello che gli era capitato; ma quando distinse chiaramente l’archibugiere disteso ai suoi piedi, inchiodato in terra dalla spada come un rospo in un cerchio magico, si mise a scappare con tale furia che dimenticò sull’erba il suo farsetto della domenica, guarnito di passamani di seta.
Ora, siccome il soldato era sicuramente morto, i due secondi non avevano niente da guadagnare restando sul posto e si allontanarono rapidamente. Avevano fatto appena un centinaio di passi, quando il testimonio di Eustachio esclamò picchiandosi la fronte:
«La spada che gli avevo prestato, l’ho dimenticata!» Lasciò che l’altro proseguisse il suo cammino e, tornato sul luogo del duello, si mise a rovesciare accuratamente le tasche del morto, ma ci trovò soltanto dei dadi, un pezzo di spago e un mazzo di tarocchi sporco e sciupato.
«Niente! e poi niente!» mormorò; «un altro vagabondo senza un quattrino, e non ha nemmeno l’orologio! Il diavolo ti porti, soffiamiccia!»
L’educazione enciclopedica del nostro secolo ci dispensa dallo spiegare questa frase; e ci accontentiamo di ricordare che l’ultima parola alludeva alla condizione di archibugiere del defunto.
Il nostro uomo, non osando portar via l’uniforme, perché la vendita avrebbe potuto comprometterlo, si limitò a prendere gli stivali del militare, se li avvolse sotto la cappa insieme al farsetto di Eustachio e si allontanò bestemmiando.
XI. Ossessione Il drappiere rimase parecchi giorni chiuso in casa, con l’animo afflitto da quella tragica morte, che egli aveva causato per delle offese così futili e con mezzi condannabili e dannabili, in questo come nell’altro mondo. C’erano dei momenti in cui gli pareva che tutto quello che era accaduto fosse soltanto un sogno, e se non fosse stato per il farsetto dimenticato sull’erba, testimone irrecusabile che brillava per la sua assenza, egli avrebbe smentito l’esattezza della propria memoria.
Una sera, infine, volle bruciarsi gli occhi alla fiamma dell’evidenza e si recò al Pré-aux-Clercs, come in una passeggiata. Il suo sguardo si turbò riconoscendo il campo di bocce dove aveva avuto luogo il duello, e fu costretto a sedersi. C’erano dei procuratori che, come al solito, giocavano prima di cena; e Eustachio, non appena si fu dissipato il velo che gli offuscava la vista, credette di scorgere, fra le gambe divaricate di uno di loro, una larga macchia di sangue.
Si alzò in piedi con un movimento convulso e affrettò il passo per uscire dalla passeggiata, ma aveva sempre dinanzi agli occhi la macchia di sangue, che conservava la medesima forma, si posava su tutti gli oggetti che il suo sguardo coglieva passando, come quelle macchie livide che ci volteggiano intorno quando abbiamo fissato il sole.
Tornando a casa, credette d’essere stato seguito; solamente allora, pensò che qualche persona del palazzo della regina Margherita, dinanzi al quale era passato il mattino del duello ed anche quella sera, potesse averlo riconosciuto; e, sebbene a quel tempo le leggi sul duello non fossero applicate con rigore, rifletté che potevano benissimo impiccare un povero mercante per ammonire i cortigiani, che nessuno allora osava affrontare, come accadde invece più tardi.
Questi e molti altri pensieri gli fecero trascorrere una notte agitatissima: non appena chiudeva gli occhi, mille forche gli mostravano il pugno, e da ognuna di esse, attaccato ad una corda, penzolava un morto che si torceva con orribili risa, oppure uno scheletro le cui ossa si disegnavano nettamente sulla larga faccia della luna.
Ma una felice idea venne a spazzar via quelle visioni forcute: Eustachio si ricordò del luogotenente civile, vecchio cliente di suo suocero, il quale lo aveva già accolto molto benevolmente. Si ripromise di andarlo a trovare l’indomani e di confidarsi apertamente con lui, persuaso che costui lo avrebbe protetto almeno in considerazione di Javotte, che aveva conosciuta e carezzata quand’era bambina, e di mastro Goubard di cui aveva grande stima. Il povero mercante si addormentò finalmente e riposò sino al mattino sul guanciale di questa buona risoluzione.
L’indomani, alle nove, il drappiere batteva alla porta del magistrato. Il servitore, pensando che venisse a prendere le misure per dei vestiti, o a proporre qualche acquisto, lo introdusse subito dal suo padrone, il quale, sdraiato sopra una grande poltrona da riposo, stava leggendo un libro divertente. Aveva in mano l’antico poema di Merlin Cocai e si dilettava singolarmente al racconto delle prodezze di Baldo, il valoroso prototipo di Pantagruele, e più ancora degli inganni e delle ladronerie ineguagliabili di Cingar, quel grottesco esemplare che il nostro Panurgo prese così felicemente a modello.
Messer Chevassut era arrivato alla storia delle pecore, dalle quali Cingar libera la nave gettando in mare quella che ha comperato e tutte le altre la seguono, quando si accorse del visitatore, e posando il libro sul tavolo, si voltò pieno di buon umore verso il suo drappiere.
Gli chiese notizie di sua moglie e di suo suocero, e fece ogni sorta di banali facezie sul nuovo stato di marito del giovane. Eustachio prese occasione da quell’argomento per parlare della sua avventura e, dopo aver raccontato tutto il litigio con l’archibugiere, incoraggiato dall’aria paterna del magistrato, gli confessò la triste fine della storia.
L’altro lo guardò con grande stupore, come se invece di Eustachio Bouteroue mercante dei portici fosse stato il buon gigante Fracassa del suo libro, o il fedele Falchetto che aveva il didietro d’un levriero: poiché, sebbene avesse già saputo che sospettavano il detto Eustachio, non aveva potuto prestar minimamente fede a quel rapporto, a quella faccenda di una spada che inchioda in terra un soldato del re, attribuita ad un garzone di bottega alto come Gribouille o Triboulet.
Ma, quando non poté più dubitare, assicurò il povero drappiere che avrebbe fatto tutto quello che gli era possibile per mettere a tacere la cosa e per sviare la giustizia, promettendogli, a patto che i testimoni non l’accusassero, che ben presto avrebbe potuto vivere tranquillo e libero dalla forca.
Messer Chevassut lo stava persino accompagnando alla porta ripetendogli le sue assicurazioni, quando, al momento di prendere umilmente congedo, Eustachio osò dargli uno schiaffo tale da sfigurargli il volto, un glorioso schiaffo che fece diventare la faccia del magistrato mezza rossa e mezza blu come lo stemma di Parigi, e di questo egli rimase più stupefatto di un fonditore di campane, aprendo la bocca d’un piede o due, e tanto incapace di parlare quanto lo sarebbe un pesce senza lingua.
Il povero Eustachio fu così spaventato da quel gesto che si precipitò ai piedi di messer Chevassut, chiedendogli perdono della sua irriverenza con le parole più supplichevoli e le proteste più pietose, giurando ch’era stato un movimento convulso e imprevisto, indipendente dalla sua volontà, e di cui sperava misericordia da lui come dal buon Dio. Il vecchio lo fece rialzare più stupefatto che incollerito; ma non appena fu in piedi Eustachio, col rovescio della mano, gli dette uno schiaffo sull’altra guancia, gemello dell’altro schiaffo, tale che le cinque dita vi si impressero in modo che si poteva ricavarne un calco.
Questa volta, la cosa diventava insopportabile e messer Chevassut corse a suonare il campanello per chiamare i servitori; ma il drappiere lo inseguì, continuando la danza; ed era una scena singolare, perché ad ogni magistrale schiaffo con cui gratificava il suo protettore, il disgraziato si confondeva in scuse lacrimose e in suppliche soffocate, il contrasto era tra i più ameni; ma invano cercava di arrestare lo slancio con cui la mano lo trascinava, sembrava un bambino che tiene un grande uccello con una zampa legata ad una corda. L’uccello trascina da ogni parte della stanza il bambino spaventato, che non osa lasciarlo scappar via e non ha la forza di fermarlo. Così lo sventurato Eustachio veniva trascinato dalla sua mano all’inseguimento del luogotenente civile, che correva intorno al tavolo e alle sedie, suonando e gridando fuori di sé per la rabbia e la sofferenza. Finalmente arrivarono i servitori, che si impadronirono di Eustachio e lo gettarono a terra svenuto e mezzo soffocato. Messer Chevassut, che non credeva affatto alla magia bianca, pensò che il giovanotto l’avesse preso in giro e maltrattato per qualche ragione che egli non riusciva a spiegarsi; mandò a chiamare gli sbirri e abbandonò loro il suo uomo, sotto la duplice accusa di omicidio in duello e oltraggio ad un magistrato nella sua propria abitazione. Eustachio si riprese dallo svenimento soltanto quando udì stridere i catenacci, che aprivano la sua cella.
«Sono innocente!…» gridò al carceriere che lo spingeva dentro.
«Oh, diavolo!» replicò gravemente l’uomo «dove credete di essere? Qui abbiamo solo degli innocenti!»
XII. Di Alberto Magno e della morte Eustachio era stato calato in una celletta dello Châtelet, delle quali Cyrano diceva che se qualcuno l’avesse visto lì dentro l’avrebbe preso per una candela sotto uno sfiatatoio.
Se mi dànno aggiungeva dopo averne osservato tutti gli angoli con una piroetta se mi dànno questa veste di pietra come abito è troppo larga; se me la dànno come tomba è troppo stretta. Qui i pidocchi hanno i denti più lunghi del corpo: qui si soffre continuamente il mal della pietra che, anche se è esterna, è ugualmente dolorosa. Là il nostro eroe poté riflettere in pace sulla sua sfortuna, e maledire il fatale soccorso del giocoliere, il quale distraendo in quel modo una delle sue membra dall’autorità naturale della testa, doveva per forza provocare ogni specie di disordine. Così, grande fu la sua sorpresa nel vederlo un giorno scendere nella sua cella e chiedergli con aria tranquilla come ci si trovava.
«Scellerato ciarlatano, stregone malefico» gli disse «che il diavolo t’impicchi con le tue budella per tutti i tuoi dannati incantesimi!»
«Cosa c’è» rispose l’altro; «è forse colpa mia se non siete venuto, il decimo giorno, a farvi levare l’incantesimo portandomi la somma stabilita?»
«Eh!… Che ne sapevo che quel danaro vi occorresse così presto» disse Eustachio abbassando un po’ la voce «a voi che fabbricate oro a volontà, come lo scrivano Flamel?» «No, no!» fece l’altro «è proprio il contrario! Ci arriverò senza dubbio a questa grande opera ermetica, sono ormai sulla strada; ma per ora sono riuscito soltanto a tramutare l’oro fino in un ferro buonissimo e purissimo; segreto che aveva scoperto il grande Raimondo Lullo alla fine dei suoi giorni…»
«Che bella scienza!» disse il drappiere. «Su via! finalmente venite a levarmi di qui; perbacco! è il vostro dovere! ma non ci contavo più…»
«Ecco la difficoltà, amico mio! Spero che fra poco potrò aprir le porte senza chiavi; e vedrete con quale operazione ci riuscirò.»
Così dicendo, il bohémien si levò di tasca il libro di Alberto Magno e, alla luce della lanterna che si era portato, lesse il paragrafo seguente:
Espediente eroico di cui si servono gli scellerati per introdursi nelle case

Si prende la mano tagliata di un impiccato, che bisogna aver comperato da lui prima della morte; avendo cura di tenerla quasi chiusa, si immerge in un vaso di rame contenente zimac e salnitro con del grasso di spondillis. Si mette il vaso sopra un fuoco chiaro di felce e verbena, in modo che la mano, dopo un quarto d’ora, sia perfettamente disseccata e si possa conservare a lungo. Poi, dopo aver fatto una candela con del grasso di foca e sesamo di Lapponia, si adopera la mano come se fosse un candeliere e ci si mette questa candela accesa; dovunque si vada tenendosela davanti, le sbarre cadono, le serrature si aprono, e tutte le persone che si incontrano restano immobili.

La mano così preparata si chiama mano di gloria.
«Che bella invenzione!» esclamò Eustachio Bouteroue. «Aspettate; anche se non me l’avete venduta, la vostra mano mi appartiene, perché non l’avete riscattata il giorno stabilito, tanto è vero che trascorsa la scadenza, si è comportata come voleva lo spirito da cui è posseduta, in modo tale cioè che io possa servirmene al più presto. Domani, la corte vi condannerà alla forca; dopo domani la sentenza verrà eseguita e io coglierò il frutto tanto desiderato e lo preparerò come si deve.»
«No, mai!» gridò Eustachio; «domani racconterò a quei signori tutto il mistero.»
«Ah! bene, fatelo… sarete solamente bruciato vivo per aver praticato la magia, e vi abituerete in anticipo allo spiedo del diavolo… Ma anche questo non avverrà, perché il vostro oroscopo predice la forca, nessuno ve la potrà togliere!»
Allora l’infelice Eustachio si mise a gridare così forte e a piangere così dirottamente, che faceva una gran pietà.
«Eh, là là! mio caro amico» gli fece dolcemente mastro Gonin «perché ribellarsi così al destino?»
«Madonna santa! è facile parlare» singhiozzò Eustachio; «ma quando la morte è lì accanto a voi…»
«Ebbene! che cos’è dunque la morte, perché uno debba averne tanta paura?… Per me, la morte non vale una rapa!» «Nessuno muore prima della sua ora! dice Seneca il Tragico. Credete di essere l’unico vassallo di questa dama camusa? Lo sono anch’io, come lo è un altro, un terzo, un quarto, Martino e Filippo!… La morte non ha rispetto per nessuno. È così temeraria che condanna, uccide, e prende indifferentemente papi, imperatori e re, ed anche prevosti, sbirri ed altre simili canaglie. Dunque non affliggetevi perché fate quello che tutti gli altri faranno; la loro condizione è più deplorevole della vostra; se la morte è un male, è un male soltanto per quelli che devono morire. Così, di questo male ne avrete per un giorno soltanto, mentre la maggior parte degli uomini ne hanno per venti o trent’anni e forse più.
«Un antico diceva: L’ora che vi ha dato la vita ve l’ha già diminuita. Voi siete nella morte mentre siete nella vita perché, quando non siete più in vita, voi siete dopo la morte; o, per meglio dire e ben finire: la morte non vi riguarda né morto né vivo, vivo, perché siete, morto, perché non siete più! «Vi bastino questi ragionamenti, amico mio, per incoraggiarvi a bere quest’assenzio senza smorfie, e meditate ancora, fino a quel momento, un bel verso di Lucrezio:
«Vivete tanto quanto potrete, non toglierete niente all’eternità della vostra morte!»
Dopo queste belle massime, quintessenza degli antichi e dei moderni, sottilizzate e sofisticate nel gusto del secolo, mastro Gonin si prese la sua lanterna, picchiò alla porta della cella che il carceriere venne ad aprire, e le tenebre ricaddero sul prigioniero come una cappa di piombo.
XIII. Dove l’autore prende la parola Le persone che desiderino conoscere tutti i particolari del processo di Eustachio Bouteroue troveranno i documenti nelle Sentenze memorabili del Parlamento di Parigi, che si trovano alla biblioteca dei manoscritti. Il signor Paris faciliterà le loro ricerche con la sua abituale cortesia. Nell’ordine alfabetico questo processo viene immediatamente prima di quello del barone di Boutteville, curiosissimo anch’esso, per la singolarità del duello di Boutteville con il marchese de Bussi; per meglio sfidare gli editti, il barone venne apposta dalla Lorena a Parigi e si batté nella piazza Reale, alle tre del pomeriggio e proprio nel giorno di Pasqua (1627). Ma questo a noi non interessa. Nel processo di Eustachio Bouteroue, si parla soltanto del duello e degli oltraggi al luogotenente civile, e non dell’incantesimo che provocò tutto quel disordine. Ma una nota annessa agli atti rinvia alla Raccolta di storie tragiche di Belleforest (edizione dell’Aja, quella di Rouen è incompleta); ed è qui che si trovano i particolari, che dobbiamo ancora riferire, di questa avventura che Belleforest molto felicemente intitola: La mano indemoniata.
XIV. Conclusione Il mattino dell’esecuzione, Eustachio, che era stato messo in una cella un po’ più illuminata dell’altra, ricevette la visita di un confessore, che gli borbottò alcune consolazioni spirituali dello stesso buon gusto di quelle del bohémien, le quali non produssero miglior effetto. Il prete apparteneva ad una di quelle famiglie per bene, dove un figlio diventa sempre abate; aveva un collare ricamato, una barbetta incerata e a punta, e un paio di mustacchi ritorti, galantemente tirati all’insù; portava i capelli inanellati e biascicava con affettazione, per ostentare un linguaggio leggiadro. Vedendolo così frivolo e azzimato, Eustachio non ebbe il coraggio di confessargli la sua colpa, e, per ottenere il perdono, confidò nelle proprie preghiere.
Il prete gli dette l’assoluzione e, per passare il tempo, siccome bisognava che rimanesse fino alle due vicino al condannato, gli presentò un libro intitolato: Preghiere dell’anima penitente, ovvero il Ritorno del peccatore al suo Dio. Eustachio apri il volume alla pagina del privilegio reale, e si mise a leggere con molta compunzione, cominciando da: Enrico, re di Francia e di Navarra, ai nostri amici e vassalli ecc.; fino alla frase: per queste cause volendo trattare favorevolmente il suo fedele suddito… A questo punto, non poté trattenere le lacrime e restituì il libro dicendo ch’era molto commovente e temeva di intenerirsi troppo, leggendo ancora. Allora il confessore trasse dalla tasca un mazzo di carte, graziosamente dipinte, e propose al suo penitente di giocare una partita in cui finì per guadagnargli quel po’ di danaro che Javotte gli aveva mandato perché potesse procurarsi qualche ristoro. Il povero uomo non pensava affatto al giuoco, ma è anche vero che non gli importava molto di perdere.
Alle due uscì dallo Chàtelet, battendo i denti mentre ripeteva meccanicamente dei paternostri, e fu condotto sulla piazza degli Agostini, fra le due arcate che formano l’entrata della via Dauphine e la testata del Ponte Nuovo, dove ebbe l’onore di una forca di pietra. Quando si trovò sopra la scala, dimostrò una grande fermezza, poiché molte persone lo guardavano: era uno dei luoghi d’esecuzione più frequentati. Ma siccome per fare quel gran salto nel nulla, si prende il maggior slancio possibile, nel momento in cui l’esecutore s’apprestava a mettergli la corda al collo, con lo stesso riguardo come se fosse stato il Toson d’oro (le persone di questa specie, abituate ad esercitare la loro professione davanti al pubblico, si studiano di fare le cose con molta abilità e addirittura con grazia), Eustachio lo pregò di attendere un istante, che in fretta in fretta avrebbe detto ancora due orazioni a sant’Ignazio e a san Luigi Gonzaga, che lui aveva lasciato per ultimi, poiché erano stati santificati solo in quello stesso anno 1609. Ma il boia gli rispose che il pubblico intorno a loro aveva i suoi affari ed era sconveniente farlo aspettare tanto per un misero spettacolo come quello di una semplice impiccagione; intanto stringeva con la mano la corda, la quale lanciò Eustachio fuori dalla scala, spezzandogli in gola la risposta.
Si racconta che, quando tutto sembrava ormai finito e l’esecutore stava per andarsene, mastro Gonin apparve ad una finestra del castello Gaillard, che dava su un lato della piazza. Subito, nonostante che il corpo del drappiere fosse completamente inanimato e afflosciato, un braccio si sollevò e la mano si agitò gioiosamente, come la coda di un cane che rivede il padrone. Dalla folla si levò un lungo grido di sorpresa e quelli che se ne stavano andando tornarono indietro in gran fretta, come la gente che a teatro si alza credendo che lo spettacolo sia finito mentre c’è ancora un atto.
L’esecutore ripiantò la scala e tastò le caviglie dell’impiccato: il polso non batteva più; tagliò un’arteria, non ne sprizzò una goccia di sangue, ma il braccio continuava ancora i suoi movimenti disordinati.
L’uomo rosso non si stupì per così poco; si sentì in dovere di risalire sulle spalle dell’impiccato, fra lo schiamazzo della gente che assisteva allo spettacolo; ma la mano trattò il suo viso bitorzoluto con la stessa irriverenza che aveva mostrato verso messer Chevassut, tanto che l’uomo, bestemmiando, tirò fuori un largo coltello che portava sempre sotto le vesti e, con due colpi, abbatté la mano indemoniata.
Essa fece un balzo prodigioso e cadde sanguinante in mezzo alla folla che si divise, presa dal terrore; poggiando sulle dita fece ancora parecchi balzi, e poiché tutti si scansavano lasciandole un largo passaggio, si trovò ben presto ai piedi della torretta del castello Gaillard; qui aggrappandosi con le dita, come un granchio, alle sporgenze e alle fessure della muraglia, salì fino all’apertura dove il giocoliere l’attendeva.
Belleforest si ferma a questa singolare conclusione e termina così: «L’avventura, annotata, commentata e illustrata, fece per lungo tempo le spese della conversazione nei salotti come fra il popolo, sempre avido di racconti bizzarri e soprannaturali; ma potrebbe essere ancora una volta una di quelle baie buone per divertire i bambini attorno al fuoco, e che non devono venir prese in considerazione dalle persone serie e di buon senso».


Crediti
 Italo Calvino
 Racconti fantastici dell'Ottocento
  Il fantastico visionario
  Volume primo
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