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Un falegname girovago, che si chiamava Pietra, vide, nel corso di uno dei suoi viaggi, una quercia gigantesca che si ergeva in un campo, vicino a un altare agreste. Il falegname disse al suo garzone, che si era fermato a guardare a bocca aperta la quercia:
«È un albero inutile; se volessi trarne fuori una barca, marcirebbe; se volessi farne degli arnesi, si spezzerebbero. Non puoi farne niente di buono, ed è questa la ragione per cui è potuto invecchiare tanto».
Ma quella stessa notte, all’osteria, quando il falegname andò a dormire, la quercia gli apparve in sogno, e gli disse:
«Perché mi paragoni agli alberi di campo, come biancospini, peri, aranci e meli, e a tutti gli altri che producono frutti? Ancor prima che possano maturare i loro frutti, gli uomini li aggrediscono e li violentano. I loro rami vengono spezzati, le loro fronde strappate. I loro doni procurano il loro danno, ed essi non possono condurre a termine la loro naturale esistenza. È un fatto che si verifica dovunque, ed è per questo che da tempo ho imparato a essere completamente inutile.
Povero mortale! Credi che, se fossi stata utile a modo tuo, avrei potuto raggiungere questa altezza? Senza dire che, io e tu, siamo entrambi creature: come può credere una cosa creata di essere in grado di giudicarne un’altra?
Tu, inutile mortale, cosa sai tu degli alberi inutili?»
Il falegname si svegliò, e meditò sul sogno; e in seguito, quando il garzone gli chiese perché mai proprio quell’albero servisse a proteggere l’altare agreste, rispose:
«Taci! Non ne parlare più! L’albero è cresciuto qui, perché, in qualsiasi altro luogo, gli uomini lo avrebbero maltrattato. Se non fosse stato l’albero dell’altare, avrebbe potuto venire abbattuto».

Crediti
 • Chuang-Tzu •
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