Gli antichi sciamani vedevano il predatore
Gli sciamani dell’antico Messico scoprirono qualcosa di trascendentale.
Scoprirono che abbiamo un compagno che resta con noi per tutta la vita. Un predatore che emerge dalle profondità del cosmo e assume il dominio della nostra vita, e noi siamo suoi prigionieri. Se protestiamo, soffoca le nostre proteste. Se tentiamo di agire in modo indipendente, non ce lo permette.
Il predatore ha preso il sopravvento su di noi perché siamo il suo cibo, la sua fonte di sostentamento. È stato il predatore a instillarci i sistemi di credenze, il concetto di bene e male, le consuetudini sociali. È stato lui a definire le nostre speranze e aspettative, nonché i sogni di successo e i parametri del fallimento. Ci ha dato avidità, desiderio smodato e codardia. Ci ha resi abitudinari, centrati nell’ego e inclini all’autocompiacimento.
Facendo leva sul nostro egocentrismo, l’unico aspetto consapevole rimastoci, il predatore crea fiammate di consapevolezza che poi procede spietatamente a consumare. Il predatore ci dà problemi futili per forzare tali fiammate ad emergere, e in questo modo ci fa sopravvivere per continuare a nutrirsi della fiammeggiante energia delle nostre pseudo-preoccupazioni.
Gli antichi sciamani vedevano il predatore. Lo chiamavano Il Volador, quello che vola, perché si muove a balzi nell’aria. Non è un bello spettacolo. È un’ombra nera di un’oscurità impenetrabile, che salta nell’aria.
E poi atterra.

Crediti
 • Carlos Castaneda •
 • Il lato attivo dell'Infinito •
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