Globalità e Cosmopolitismo
Ulrich Beck (1944) è considerato uno dei “maggiori autori” della sociologia contemporanea. Il suo criterio riguardo la modernità riflessiva, la società del rischio e il cosmopolitismo ha fatto di questo sociologo tedesco, uno dei grandi referenti del pensiero critico moderno.
In occasione della sua investitura come Dottor Honoris Causa dall’UNED e all’interno del simposio “Migrazioni e identità culturali: la Spagna e la Germania nell’attuale contesto europeo“, ospitata dal Goethe-Institut di Madrid, Beck, docente presso l’Università Ludwig-Maximilian di Monaco e professore alla London School of Economics, ha avuto la cortesia di concederci questa intervista.
Beck, autore di “Cos’è la globalizzazione?“, “Un nuovo mondo felice“, “La società mondiale del rischio“, “Europa cosmopolita: Società e politica nella seconda modernità“, aveva aperto il giorno precedente il ciclo di conferenze sulla migrazione con la discussione “Una sconosciuta compie 50 anni: l’Unione Europea come progetto cosmopolita“.
Con questo argomento come questione del dibattito, abbiamo iniziato l’intervista.

Intervista a Ulrich Beck

Raúl Magallón — Qual è la connessione tra il vecchio “villaggio globale” e la “globalizzazione” o meglio ancora, la “glocalizzazione“?
Ulrich Beck — Il concetto di globalizzazione è una nozione che è pensata in modo troppo lineare. In realtà è un processo dialettico che comprende anche la località, ma dando un nuovo valore. Cioè, la globalizzazione è un processo che si esprime anche nelle relazioni sociali quotidiane.
In sociologia, per esempio, il concetto di glocalità non significa solo l’esistenza di nuove tendenze globali, ma che le stesse persone, in determinati contesti locali riflettono su di esso e lo vivono come parte della loro vita quotidiana.

Raúl Magallón — In tal caso, resta in vigore il concetto di globalizzazione?
Ulrich Beck — La globalizzazione è un termine troppo generale. Nel dibattito pubblico è un concetto che è equiparato principalmente alla globalizzazione economica. Gli economisti, dicono che per come sono messe le cose, semplicemente, si può parlare di globalizzazione economica; ma se si prende, ad esempio, l’indicatore delle relazioni commerciali internazionali, poi vediamo che c’è più di una regionalizzazione. Ad esempio, dobbiamo vedere come in Asia o in Europa aumentano le loro interdipendenze; nondimeno, ci sono molte aree, anche economicamente parlando, che non si trovano esplicitamente all’interno della globalizzazione.
Per quanto riguarda la dimensione culturale, quindi, è un concetto meno soddisfacente e adattabile. Se parliamo d’identità o relazioni sociali, quello che succede è che le persone sono costrette a percepire una nuova e diversa forma dall’altra, che è culturalmente diversa; ecco che il culturalmente altro, è ciò che verrà entro l’orizzonte nazionale di un paese.
Possiamo renderci conto che ciò non sia facile, in quanto le persone, in tutto il globo, si ritrovano a vivere in un presente simultaneo, ma con passato molto diverso; altre storie quindi, che fa sì, che siano vittime e autori in altre dimensioni, ed hanno anche di conseguenza, un altro futuro, ma sempre questo presente in comune, anche se non vogliono.
Un esempio lo possiamo vedere nelle vignette su Maometto, che dimostra che non solo si può limitare un paese, in questo caso la Danimarca, ma ha conseguenze mondiali. Questo è ciò che intendo con presente simultaneo; sono assegnati luoghi comuni e non sono più validi i confini, e questa è la nuova situazione.

Raúl Magallón — Che cosa significa parlare di cambiamento globale? E di cosmopolitismo globale?
Ulrich Beck — Il cosmopolitismo parte dall’idea del riconoscimento dell’altro e di come ci comportiamo rispetto all’altro. Non lo possiamo escludere più. Questa è la situazione cosmopolita, anche se ha molti lati oscuri perché le persone non sono pronte o disposte a farlo.
Questa nuova situazione della comunicazione, della percezione dell’altro, è inoltre legata fondamentalmente ai nuovi media. E così si verificano questi rapporti simultanei a livello mondiale nel campo della comunicazione. Lo stesso accade nel mercato del lavoro, con nuove situazioni.
In un dato momento, forse si potrà considerare che i posti di lavoro possono essere intercambiabili a livello mondiale. Qui vediamo l’ambivalenza di questa situazione: la gente non ha scelto questa nuova vicinanza, ma devono accettarla.

Raúl Magallón — Qual è lo stato di salute di ciò che chiamiamo “cultura di massa” oggi?
Ulrich Beck — La cultura di massa in verità si è sempre allargata oltre i confini. Il consumo è solo un esempio dove possiamo vedere che non viviamo più in ambito nazionale o che si possa solo percepire in domini nazionali.
Allo stesso tempo, penso che ci sia anche una sorta di equivoco. Molti pensano che la cultura di massa sia una sorta di omogeneizzazione, di espressione di uguaglianza per tutti, dove tutti ascoltano la stessa musica e comprano gli stessi prodotti.
Forse è così per alcuni settori, ma abbiamo una combinazione, un nuovo vincolo. Parliamo anche della creolizzazione, e ciò si percepisce nel campo della cultura e della musica, ma anche nei confronti dei consumatori.
Un esempio: prendiamo McDonald in Cina. Si produce una trasformazione sulla tradizione cinese, ma che fa credere ai cinesi di vederlo come un prodotto loro e non come prodotto globale. Nella musica, ci sono nuovi remix all’interno del globale e del locale. Culture locali si uniscono per formare qualcosa di nuovo nel mondo. E penso che sia un equivoco che si pensi che solo la cultura americana domini.

Raúl Magallón — In questo senso, e in relazione alla dialettica aperta intorno alla costruzione dell’Europa, non pensi che manchi una sorta di immagine di marca? Non è necessario pensare a un’Europa come una forma di integrazione?
Ulrich Beck — È vero, l’Europa non è ben visibile. Anche politicamente si può vedere così. L’Europa è in quel circuito dello Stato nazionale perché sono gli stati nazionali che eseguono ciò che è l’Europa. È necessario creare una narrazione che renda visibile e comprensibile ciò che l’Europa è nella vita quotidiana, e se riusciamo a tradurla in immagine visiva sarebbe un passo avanti.

Raúl Magallón — Di fronte l’idea d’identità culturali, è possibile costruire semplicemente un’Europa in conformità a valori condivisi?
Ulrich Beck — Sì, se non è così non funziona, poi, non abbiamo nessuna difficoltà a nominare questi valori, se parliamo di libertà, di economia di mercato, di diritti fondamentali… tutti riconosciamo che sono molto importanti per l’Europa. Addirittura, possiamo affermare che non sono specifici per l’Europa, ma per tutto l’Occidente.
Ciò che è ulteriormente necessario oltre a questi valori è che tutti dobbiamo essere d’accordo con determinate procedure. Come trattiamo, per esempio, il riconoscimento dell’altro. Tale consenso è essenziale.

Raúl Magallón — Quindi, è possibile pensare a un’Europa delle regioni culturali come una possibile soluzione per la cosiddetta crisi d’identità europea?
Ulrich Beck — Sì, l’idea che l’Europa sia composta solo di nazioni è un prodotto della fase iniziale moderna, è un prodotto del XIX secolo. Se vi ricordate, prima l’Europa era formata da strutture di Imperi con più lingue. Penso che nel contesto europeo post-nazionale potrebbe funzionare, ma sarebbe un problema se solo si raccogliessero le tendenze etniche di divisione all’interno degli stati nazionali e se si etichettassero come identità regionale all’interno dell’Europa.
Se vediamo biograficamente ciò che è l’Europa si definisce dal multilinguismo. Non solo è un linguaggio, è un accesso alla cultura. L’Europa è una poligamia di culture che implica che possiamo amare diverse culture europee in forma plurale.

Raúl Magallón — Un problema attuale, si vede fattibile un insegnamento di una storia o una letteratura europea?
Ulrich Beck — Noi abbiamo qualcosa del genere. Abbiamo una storia europea e allo stesso tempo diverse storie nazionali. Nei diversi paesi esiste, anche se possiamo distinguere, ma c’è un’altra variante che penso sia ancora più interessante. All’interno delle storie nazionali, e dovute ai conflitti bellici del passato europeo, potremmo prendere quegli stessi conflitti e rappresentarli da diverse prospettive nazionali, costringendoci a vedere in questo tipo di conflitto le prospettive di altri e introducendole nella classi pratiche di Storia.

Raúl Magallón — Ma non corriamo il rischio di ridurre la storia europea ad una storia di eventi europei? A una storia di guerre europee?
Ulrich Beck — Sì, è vero. Soprattutto quando si tratta di temi come il colonialismo e l’imperialismo. Questo sarebbe il passo successivo, e dovrebbe essere fatto sia nel contesto nazionale, che in quello europeo.
La prospettiva cosmopolita ci impone di adottare una prospettiva coloniale e includerla in quell’auto-comprensione che ha l’Europa di se stessa.

Raúl Magallón — Allora, qual è l’anima dell’Europa?
Ulrich Beck — Attualmente è la questione centrale. In linea di principio, dovrebbe essere spiegato partendo dall’idea che le persone non capiscono che cos’è l’Europa. Hanno un’impronta nazionale, e l’impressione che l’Europa gli sta portando via qualcosa, mettendo in pericolo l’identità nazionale, la rimozione della sicurezza sociale, creando nuove situazioni di competenze, molto lontano: Bruxelles!
In Europa orientale è quasi come Mosca, come se fosse qualcosa altrove, strano. Per questo motivo è importante che vi sia una narrazione che possa spiegare ciò che è l’Europa giorno dopo giorno. Questo include, per esempio, di non vedere l’altro come qualcosa che ti mette in pericolo, ma di vederlo come qualcosa che ti arricchisce.

Raúl Magallón — Quali soluzioni possono essere proposte?
Ulrich Beck — L’Europa è qualcosa che tutti difenderebbero se fosse in pericolo. Gli intellettuali e i partiti politici, in gran parte, hanno fallito concependolo come un progetto di élite al di sopra della testa della gente, e questa visione va cambiata. Ci dovrebbe essere un referendum sulla Costituzione Europea in tutti i paesi lo stesso giorno, e allora arriveremo a una sorta di opinione pubblica europea.Penso che ci sia una contraddizione quando si fa un referendum su una qualche legge fondamentale europea a livello nazionale. Si dovrebbe fare è una campagna elettorale europea, e si dovrebbe dire: “Beh, non tutti devono essere d’accordo, questa è la democrazia“. Questo sarebbe un passo verso una democrazia europea.

Raúl Magallón — Da questo punto di vista, è possibile pensare a un partito politico non nazionale esclusivamente europeo?
Ulrich Beck — Sarebbe un’idea che io sosterrei. Anche nel contesto nazionale, ma sono necessari partiti cosmopoliti con le loro radici nazionali e allo stesso tempo difendano l’Europa, si potrebbero avere dei problemi di organizzazione a livello pratico, ma creerebbe una nuova opinione pubblica europea che costringerebbe agli altri partiti a muoversi. Anche se all’inizio le adesioni non saranno significative.

Raúl Magallón — Cambiando di problematica, oggigiorno – e considerando la validità della sua definizione di Società del Rischio -, l’integrazione dell’uomo e delle nuove tecnologie, richiede di stabilire nuove categorie per sostituire la tradizionale opposizione tra natura e la cultura?
Ulrich Beck — Viviamo in una situazione in cui è sempre più difficile separare queste due aree. Ad esempio, la catastrofe climatica. C’è qualcosa di naturale, ma lo interpretiamo come qualcosa prodotta dagli esseri umani, quindi una natura industrializzata, che ci costringe a trattare in un nuovo modo, in quanto, questo fenomeno esige delle responsabilità.
La società del rischio ha una curiosa riflessività. I rischi, infatti, sono un modo di riflettere circa le conseguenze future. Più pensiamo a questi, più possiamo vedere che non abbiamo davvero alcun controllo su quelle che possono essere le conseguenze, e nonostante ciò, siamo costretti a elaborare una nuova politica.
Questo è molto complicato, perché l’età moderna è orientata a controllare tutto attraverso la tecnica, il mercato, ecc. e vogliono applicare antiche ricette sulle nuove conseguenze che stanno vivendo ora.
Continuiamo con il dibattito sulla catastrofe climatica. Alcuni pensano che se sviluppiamo nuove tecnologie saremo in grado di controllarla. Darò un esempio ironico, potremmo essere costretti a costruire automobili, che non consumino carburante, ma che la producano. Questa potrebbe essere una di queste utopie.Se riflettiamo più a fondo, vediamo che le soluzioni tecniche non saranno sufficienti. Gli stili di vita dovrebbero cambiare; il problema della giustizia globale, svolge un ruolo importante, le soluzioni statali non saranno sufficienti…
In altre parole, si creerebbe un processo politico aperto. Un processo che i partiti politici ancora non vogliono accogliere, ma è ancora uno dei grandi esperimenti che vedrà i prossimi dieci anni.

Raúl Magallón — Allora, quale relazione c’è tra una Società del Rischio e quella che chiamiamo Società della Conoscenza?
Ulrich Beck — In primo luogo, dobbiamo pensare che tutti i tentativi da parte delle istituzioni per creare nuove sicurezze, per cercare di controllare con un nuovo modo i rischi, a sua volta, creano nuove insicurezze. Le chiameremo insicurezze fabbricate.
La scienza è un buon esempio. Non si tratta di creare sicurezze come faceva la religione, anche se è vero che a volte gli esperti sostituiscono i sacerdoti dandoci poi di queste nuove sicurezze.
Parlando di rischio poi, vediamo che lo stesso pericolo, per esempio, provoca opinioni molto diverse tra gli esperti. I buoni esperti, sono sempre quelli più consapevoli del fatto che essi non sanno quali sono le conseguenze di certe decisioni e che solo a posteriori saranno in grado di riconoscere quanto è successo. Cioè, le probabilità di non sapere occupano uno spazio sempre più ampio.

Raúl Magallón — Quali possibilità si dovrebbero prendere in considerazione?
Ulrich Beck — Abbiamo bisogno di concetti e istituzioni che tentino di anticipare le conseguenze delle loro decisioni e quindi di integrare queste conoscenze nella stessa decisione.
La sostenibilità sarebbe un buon esempio. Vale a dire, quali effetti avranno le nostre decisioni sulle generazioni future, perché questo ci costringerebbe a un processo di riflessione costante.
Non sarebbe solo una risposta scientifica, ma anche politica, poiché solleva nuovi interrogativi su ciò che è o non è giusto nei confronti delle generazioni future, i paesi in via di sviluppo, ecc. Bisogna arrivare a dei compromessi e nuovi consensi. E qui abbiamo di nuovo il ponte del cosmopolitismo, che integra le nuove generazioni, come anche le altre culture.


Crediti
 • Raúl Magallón •
 • Pinterest •   •  •
 • Sergio Parilli •
 • Anna Maria T. •

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