Il battere degli occhi
Il consolidamento del potere nelle mani di pochi non rappresenta una novità storica, ma le analisi contemporanee, come quelle suggerite da Lucien Cerise in Gouverner par le Chaos, ne illuminano la crescente sofisticazione tecnica e strategica. Le élite transnazionali non mirerebbero semplicemente a esercitare il comando, ma a farlo stabilmente mantenendo le popolazioni in uno stato di perenne turbolenza e disorientamento. Il principio operativo appare ingannevolmente semplice: maggiore è il grado di confusione, precarietà e frammentazione percepito dalle masse, più agevole diventa per una minoranza organizzata assumere e consolidare il controllo decisionale. Si tratta di coltivare attivamente il disordine – instillando instabilità economica, fomentando conflitti sociali latenti, promuovendo la dissoluzione culturale – per poi presentare l’instaurazione di un nuovo ordine come unica soluzione praticabile. Un ordine che, invariabilmente, si traduce in un’ulteriore concentrazione di potere in strutture sovranazionali o tecnocratiche, distanti e poco permeabili al controllo democratico.

L’efficacia di questa strategia risiede in gran parte nella capacità di costruire una narrazione che presenti tale processo come una conseguenza inevitabile di forze impersonali o come una risposta necessaria a crisi oggettive. Si consideri una qualsiasi emergenza contemporanea: l’aumento della disoccupazione strutturale, l’intensificarsi delle tensioni sociali o interculturali, la diffusa ansia per il futuro generata da cambiamenti climatici o instabilità geopolitica. Il discorso dominante, veicolato dai media mainstream e dalle istituzioni sovranazionali, tende a convergere sulla necessità di interventi forti, centralizzati, spesso tecnocratici, per governare la complessità o garantire la stabilità. In questo quadro, la gestione delle crisi viene affidata non a entità vicine ai cittadini e ai territori, ma a organismi internazionali, agenzie di rating, banche centrali o comitati di esperti, le cui logiche operative rispondono primariamente agli interessi dei network di potere globali. Il caos, quindi, diventa il pretesto ideale per delegittimare e smantellare progressivamente ogni forma di autonomia locale, di autogoverno comunitario, di sovranità popolare, sostituendola con meccanismi decisionali opachi e centralizzati. Le élite non perseguono la distruzione fine a se stessa, ma piuttosto la creazione calcolata di condizioni di crisi tali da rendere la cessione di sovranità e il rafforzamento del controllo verticale l’unica opzione apparentemente razionale.

La globalizzazione neoliberista funge da catalizzatore e amplificatore di queste dinamiche. Un mondo concepito come spazio economico unificato, privo di barriere protettive e regolamentazioni nazionali stringenti, se da un lato promette opportunità, dall’altro si rivela un ambiente ideale per gli attori dotati di maggiori capitali e capacità organizzative su scala globale. Le economie locali, le piccole imprese, le culture minoritarie, le forme di solidarietà comunitaria – potenziali centri di resistenza o alternative al modello dominante – vengono sistematicamente indebolite dalla competizione sfrenata, dalla delocalizzazione, dall’omologazione culturale. Il processo assomiglia a una partita truccata su un tavolo da gioco sempre più vasto, dove le regole favoriscono inevitabilmente i giocatori più potenti. Il disordine sociale indotto – attraverso la precarizzazione del lavoro, l’erosione del welfare, la polarizzazione politica esasperata (destra/sinistra, nativi/immigrati, pro/contro specifici temi divisivi) – serve a distogliere l’attenzione dai processi reali di concentrazione del potere e della ricchezza, mantenendo le masse impegnate in conflitti orizzontali mentre le decisioni strategiche vengono prese altrove.

La gestione delle crisi finanziarie sistemiche, come quella del 2008 o le crisi del debito sovrano, offre un esempio emblematico. Si permette che bolle speculative crescano e scoppino, causando devastazione economica e sociale, per poi intervenire con salvataggi che spesso socializzano le perdite private e impongono politiche di austerità draconiane alle popolazioni. Banche centrali e istituzioni finanziarie internazionali assumono un ruolo sempre più politico, dettando agende economiche ai governi nazionali. Il risultato netto è un’ulteriore, massiccia centralizzazione del potere finanziario ed economico, un aumento delle disuguaglianze e un indebolimento delle istituzioni democratiche, mentre la popolazione, impoverita e spaventata, è indotta a percepire tali interventi come dolorosi ma necessari. Non si tratta di un malfunzionamento accidentale, ma dell’espressione logica di un sistema intrinsecamente orientato alla concentrazione.

Il concetto di caos controllato è cruciale per comprendere la natura di questo disordine. Non si mira all’anarchia totale, che sarebbe ingestibile anche per le élite, ma a un livello di instabilità e paura accuratamente dosato. Sufficiente a generare ansia e a far percepire l’ordine esistente (o quello proposto) come preferibile all’ignoto, ma non così elevato da innescare rivolte incontrollabili. Le élite comprendono bene il potere mobilitante e, al contempo, paralizzante della paura: una popolazione impaurita è meno incline a rivendicare libertà e autonomia, e più disposta a scambiarle con una promessa di sicurezza. Sicurezza che, tuttavia, viene offerta a un prezzo elevato: ulteriore sorveglianza, maggiori restrizioni, dipendenza crescente da autorità remote e impersonali. La centralizzazione non è solo politica o economica, ma anche psicologica: si mira a erodere la fiducia nelle capacità individuali e collettive di auto-organizzazione, promuovendo un’abitudine alla dipendenza.

L’esito finale di questo processo, se portato a compimento, è una struttura sociale piramidale estremamente rigida: un vertice ristretto che detiene il potere decisionale effettivo e controlla le risorse chiave, e una base ampia, atomizzata e disorientata, la cui funzione principale è quella di eseguire e consumare. La mondializzazione facilita questo disegno, standardizzando non solo i prodotti e i mercati, ma anche i problemi percepiti e le soluzioni proposte, rendendo così più efficiente l’applicazione di modelli di controllo globali. Si tratta di una strategia che opera sul lungo periodo, paziente e incrementale, ma i cui effetti, una volta consolidati, diventano difficilmente reversibili, lasciando spazi sempre più angusti per l’autonomia e la dissidenza.

Crediti
 Autori Vari
  Gouverner par le Chaos: Ingénierie sociale et mondialisation di Lucien Cerise è un'analisi critica delle strategie di potere utilizzate dalle élite globali per mantenere il controllo sulla società. L'autore sostiene che il caos, anziché essere un evento accidentale, è spesso un prodotto intenzionale dell'ingegneria sociale.
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