L’ipotesi di una progressiva e deliberata erosione delle libertà individuali costituisce il nucleo dell’analisi proposta da Lucien Cerise in Gouverner par le Chaos. Lungi dall’essere un fenomeno accidentale o una semplice conseguenza di contingenze storiche, questa dinamica viene interpretata come una strategia meticolosa, orchestrata da segmenti influenti delle élite globali per rafforzare e perpetuare il proprio controllo sulle popolazioni. Il meccanismo descritto non opera attraverso strappi violenti e palesi, ma predilige un avanzamento incrementale, quasi impercettibile nel breve periodo. Ogni misura restrittiva, ogni nuova forma di sorveglianza, viene introdotta singolarmente, spesso ammantata da una retorica emergenziale che ne sottolinea la necessità e la temporaneità. Il caos – sia esso di natura economica, sanitaria, sociale o securitaria – funge da catalizzatore e giustificazione. È nel clima di paura, incertezza e disorientamento generato o amplificato da tali crisi che lo spazio per il dissenso si riduce e la richiesta di ordine, anche a costo della libertà, cresce. Le politiche securitarie diventano così lo strumento privilegiato per attuare questa agenda, normalizzando pratiche che in condizioni di stabilità sarebbero respinte. L’esito è una sorta di auto-incarcerazione consensuale: gli individui, persuasi della benevolenza o dell’ineluttabilità delle misure imposte, finiscono per accettare limitazioni crescenti, convinti di agire per il proprio bene o per la sicurezza collettiva.
La pazienza è una virtù cardinale di questo sistema di governance. Le crisi, reali o percepite, vengono sfruttate come finestre di opportunità per introdurre quelli che vengono presentati come sacrifici temporanei necessari. L’esempio dei controlli aeroportuali post-11 settembre è emblematico: misure nate come risposta eccezionale a un evento specifico si sono cristallizzate in una prassi permanente e globalmente diffusa, un modello replicato in contesti diversi. Il concetto di caos controllato diventa centrale: non si tratta di anarchia pura, ma di un livello di instabilità gestito strategicamente per mantenere la popolazione in uno stato di tensione latente. In questo ambiente psicologico, la soglia di accettazione per le restrizioni si abbassa drasticamente. Un’app di tracciamento sanitario, un nuovo divieto di assembramento, una più stringente regolamentazione dell’espressione online: ogni passo, considerato isolatamente, può apparire minore o ragionevole nel contesto dato. Tuttavia, la somma di questi incrementi produce, nel tempo, una trasformazione profonda del rapporto tra cittadino e potere, erodendo sistematicamente gli spazi di autonomia individuale.
Il processo di mondializzazione agisce come un potente acceleratore e lubrificante per queste dinamiche. Facilita la diffusione e l’armonizzazione delle misure di controllo su scala planetaria, creando standard globali che indeboliscono le specificità e le resistenze locali. Il caso dei pass sanitari durante la pandemia COVID-19 illustra questa tendenza: un modello implementato in una nazione viene rapidamente adottato da molte altre, spesso sotto l’egida o la raccomandazione di organismi internazionali. Queste entità sovranazionali, presentate come garanti di cooperazione e best practice, possono diventare veicoli per l’imposizione di agende politiche che bypassano i processi decisionali democratici nazionali. Parallelamente, il controllo del flusso informativo e la gestione della narrazione mediatica sono essenziali per costruire il consenso attorno a queste politiche, presentandole come inevitabili, tecnicamente necessarie o universalmente accettate (lo fanno tutti, è per la sicurezza comune). Il caos amplifica l’efficacia di questa ingegneria del consenso: maggiore è la percezione di vulnerabilità individuale e collettiva, maggiore è la disponibilità ad affidarsi a chi promette protezione e ordine, anche a scapito della libertà.
Ne consegue la formazione di società in cui la libertà rischia di diventare un simulacro, una dichiarazione formale svuotata di sostanza pratica. La sfera della privacy, in particolare, subisce un attacco concentrico attraverso la proliferazione di telecamere di sorveglianza, l’analisi algoritmica dei dati personali, le leggi emergenziali che ampliano i poteri di monitoraggio dello Stato. Questa erosione non viene percepita come una violenza perché è spesso accompagnata da una narrazione che la presenta come un prezzo equo da pagare per la sicurezza o la comodità. Tuttavia, il prezzo reale, in termini di autonomia, dignità e potenziale di dissenso, ricade interamente sui cittadini. Il disordine indotto o gestito serve precisamente a questo scopo: abituare gradualmente alla cessione dei diritti, uno alla volta, fino a rendere impensabile o nostalgico il ricordo di un’esistenza meno vincolata e trasparente al potere.
La sorveglianza digitale rappresenta forse l’esempio più pervasivo di questa tendenza. Ogni interazione online, ogni dato biometrico, ogni spostamento tracciato tramite dispositivi mobili contribuisce a costruire un profilo dettagliato dell’individuo, potenzialmente utilizzabile per scopi di controllo sociale, manipolazione comportamentale o repressione del dissenso. Le giustificazioni addotte – la lotta al terrorismo, la prevenzione del crimine, l’efficienza dei servizi – oscurano la natura intrinsecamente politica di queste tecnologie e la loro capacità di alterare radicalmente gli equilibri di potere. L’erosione delle libertà individuali, in questa prospettiva, non è un incidente di percorso nell’evoluzione tecnologica o sociale, ma una strategia consapevole di ingegneria sociale mirata a trasformare cittadini sovrani in sudditi gestibili, potenzialmente persino acquiescenti o plaudenti alle proprie catene digitali e normative. Si configura così uno scenario che richiama concetti come lo stato di eccezione permanente di Agamben o la società del controllo foucaultiana, adattati all’era della governance algoritmica e della crisi perpetua.
Gouverner par le Chaos: Ingénierie sociale et mondialisation di Lucien Cerise è un'analisi critica delle strategie di potere utilizzate dalle élite globali per mantenere il controllo sulla società. L'autore sostiene che il caos, anziché essere un evento accidentale, è spesso un prodotto intenzionale dell'ingegneria sociale.
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