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Herbert George Wells - Il paese dei ciechi
H.G. Wells (1866-1946) è il più straordinario inventore di storie di quella straordinaria epoca della letteratura mondiale che si è svolta a cavallo dei due secoli.
L’inventiva e l’esattezza della sua immaginazione (che ne hanno fatto tra l’altro uno dei padri della fantascienza) erano servite da una scrittura trasparente e scorrevole, e nutrite da una morale acuta e ferma e chiara. Molti dei suoi racconti possono figurare in primo piano in un’antologia dedicata al fantastico invisibile, mentale, che germoglia dalle immagini della vita quotidiana. Ma non mi è sembrato giusto rinunciare a un racconto che è invece tra i più spettacolari che egli scrisse, e certo uno dei suoi capolavori.
Il paese dei ciechi è un grande apologo morale e politico, degno di stare vicino a Swift, una meditazione sulla diversità culturale e sulla relatività d’ogni pretesa d’essere superiore.
Nelle Ande equatoriali, un villaggio di Indios è rimasto isolato dal resto del mondo per alcune generazioni. Sono tutti ciechi. I bambini nascono ciechi, gli ultimi vecchi che avevano goduto della vista sono morti; ormai tutti hanno perduto la memoria di cosa significa vedere; le case sono senza finestre, senza colori, senza luci. Dal mondo di fuori arriva un uomo; lo credono un menomato, che non è in grado di fare le cose che loro fanno, e dice cose senza senso. L’uomo pensa di diventare il loro re, come dice il proverbio dell’orbo al paese dei ciechi. Ma il proverbio sbaglia: al paese dei ciechi chi non ci vede è più forte di chi ci vede… Nella parte più deserta e selvaggia delle Ande ecuadoriane, a oltre quattrocentocinquanta chilometri da Chimborazo, a centocinquanta dalle nevi del Cotopaxi, sta quella misteriosa valle montana che è il paese dei ciechi, completamente segregata dal mondo abitato. Molti e molti anni fa, la vallata era in comunicazione con il resto del mondo, almeno quel tanto che avrebbe potuto consentire agli uomini di raggiungerne, per gole spaventose e oltre valichi ghiacciati, i prati temperati; e infatti alcuni vi giunsero, una famiglia, o giù di lì, di meticci peruviani che fuggivano l’oppressione e l’ingordigia di un malvagio governante spagnolo. Poi ci fu la sbalorditiva eruzione del Mindobamba, quando Quito rimase immersa nelle tenebre per diciassette giorni, e a Yaguachi le acque bollirono, facendo venire a galla i pesci morti fino a Guayaquil. Ovunque, sul versante del Pacifico, ci furono frane sui pendìi, repentini disgeli, improvvise inondazioni, ed un intero fianco della vecchia cima dell’Arauca slittò e venne giù con rumore di tuono, chiudendo per sempre l’accesso del paese dei ciechi all’intraprendente piede dell’uomo. Nel momento del tremendo cataclisma, uno di quei coloni s’era per caso trovato di qua dalle gole; per forza di cose, dovette rinunciare a moglie, figli, amici, beni, lasciati lassù, e ricominciare una nuova vita nel mondo sottostante. La ricominciò; ma la malattia, cioè la cecità, lo colse e poi egli morì ai lavori minerari, ove scontava una pena. Però la storia che aveva raccontato fece nascere una leggenda che ancor oggi sopravvive lungo la cordigliera delle Ande.
Egli spiegava perché si fosse avventurato a rifar la strada in senso inverso, allontanandosi da quella rocca fra i monti, nella quale era giunto la prima volta bambino, legato sul dorso di un lama dietro un’immensa balla di masserizie. C’era nella valle, egli diceva, tutto ciò che un uomo può desiderare di meglio: acqua dolce, pascoli, un clima uniforme, pendìi di terra scura e fertile, con macchioni di un arbusto che produceva un ottimo frutto; su un lato, incombevano grandi foreste di pini che tenevano lontane le valanghe. Molto in su, da tre lati, enormi strapiombi di roccia grigia erano incappucciati da alti nevai; ma il corso d’acqua che usciva dal ghiacciaio andava dall’altra parte, e solo di rado cadevano a valle enormi valanghe. Non pioveva né nevicava, nella vallata; ma le copiose sorgenti fornivano ricchi pascoli erbosi, che l’irrigazione poteva estendere a tutta l’area della valle. Gli immigrati vi si trovarono assai bene. Le loro bestie vi si trovarono bene, e si moltiplicarono. Una sola cosa offuscava la loro contentezza; ma bastava ad offuscarla gravemente. Un male strano li aveva assaliti, colpendo di cecità tutti i figli che avevano avuto lassù, ed anzi colpendo anche alcuni dei maggiori. Egli aveva ridisceso le gole, a prezzo di fatica, difficoltà e pericoli, appunto per cercare un antidoto o un talismano contro quella cecità. A quei tempi, in casi del genere, gli uomini non pensavano a bacilli e infezioni, bensì a peccati, e a lui era sembrato che il motivo di quella piaga dovesse risiedere nella negligenza di quegli immigrati senza prete, che non avevano costruito una cappelletta appena penetrati nella valle. Voleva che vi si costruisse una cappelletta, piccola, rudimentale, ma in piena regola; voleva reliquie ed altri strumenti di fede consimili e potenti, oggetti benedetti, medaglie misteriose, preghiere. Aveva nel borsellino una sbarra di argento grezzo, sulla quale non volle dare spiegazioni; insistette a dire che non vi era argento nella valle, con una insistenza un po’ da bugiardo maldestro. Loro avevano riunito, diceva, tutto il denaro e tutti i monili, non avendone proprio bisogno lassù, per comperarsi l’ausilio del cielo contro il loro male. Mi par di vederlo, questo giovane montanaro debole di vista, bruciato da sole, scarno, ansioso, che stringe febbrilmente tra le mani la tesa del cappello, mentre, del tutto digiuno com’era degli usi del basso mondo, racconta tutto ciò a un prete attento, dall’occhio penetrante, prima del grande cataclisma; me lo raffiguro mentre subito se ne torna, con pii e infallibili rimedi contro il malanno, e immagino la sua infinita angoscia nel trovarsi di fronte l’immensità della frana là dove una volta sboccava la gola d’accesso. Ma la storia delle sue ulteriori sventure mi è ignota, salvo per quanto riguarda la sua brutta morte dopo parecchi anni.
Povero sbandato di quelle lontananze! Il torrente che un tempo aveva formato la gola sgorga adesso da un antro di roccia, e la leggenda messa in circolazione dal suo racconto misero e stentato è diventata quella dell’esistenza di una razza di ciechi, da qualche parte lassù, che ancor oggi si ode raccontare.
E tra la sparuta popolazione di quella valle ormai isolata e dimenticata, la malattia seguì il suo corso. I vecchi, diventati mezzo ciechi, andarono a tastoni, i giovani ci videro appena, e i figli che misero al mondo non ci videro affatto. Ma la vita era molto facile in quella conca orlata di nevi, ignota al mondo intero, priva di spine e rovi, senza insetti nocivi né animali all’infuori dei miti lama delle mandrie ch’essi avevano tirato, spinto, seguito su per il letto angusto dei corsi d’acqua, in fondo alle gole attraverso le quali eran saliti. A quelli che ci vedevano, la vista si era abbassata per gradi, tanto che quasi non si accorsero della perdita. Avevano guidato i ragazzi privi della vista, qua, là, ovunque, tanto che questi conobbero tutta la valle a meraviglia; e quando l’ultimo residuo di vista si spense, tra loro, la razza sopravvisse.
Avevano persino fatto in tempo ad adattarsi per adoperare il fuoco alla cieca, accendendolo cautamente in forni di pietra. All’inizio erano una stirpe di gente semplice, analfabeta, appena sfiorata dalla civiltà spagnola, ma nella quale sussisteva ancora un poco la tradizione artistica e la filosofia perduta dell’antico Perù. Una generazione seguì all’altra. Essi dimenticarono parecchie cose, altre ne escogitarono. La tradizione dell’esistenza d’un più vasto mondo, dal quale erano venuti, si fece vaga, prese color di mito. Tranne che nella vista, erano, in tutto il resto, forti ed abili, e non tardò che, al caso delle nascite e dell’ereditarietà, comparve tra loro un individuo d’intelletto originale, dotato di parola persuasiva, poi un altro ancora. Anche dopo la morte di quei due ne restò il segno, e intanto la piccola comunità cresceva di numero e d’intelligenza, sistemava i problemi sociali ed economici man mano che si presentavano. A un certo punto nacque un bambino che aveva un salto di quindici generazioni tra sé e quell’avo ch’era uscito dalla valle con una sbarra d’argento per andare a procacciarsi l’aiuto di Dio, non facendo più ritorno. E allora accadde che, dal mondo esterno, un uomo capitò in seno alla comunità. Questa è la sua storia.
Era un montanaro del territorio nei pressi di Quito, un uomo che era sceso fino al mare e aveva visto il mondo, che leggeva libri a suo modo: un uomo intraprendente, e di mente acuta. Una spedizione alpinistica inglese, venuta a scalar montagne nell’Ecuador, l’aveva assunto in sostituzione di una delle tre guide svizzere, che si era ammalata. Si arrampicò qua, si arrampicò là, e infine venne il tentativo di scalare il Parascotopetl, ch’è il Cervino delle Ande, nella qual occasione il mondo di fuori lo diede per disperso. Le relazioni scritte, sulla sciagura, furono una dozzina o più. La migliore è quella di Pointer. Racconta come la spedizione, superando numerose difficoltà, riuscì ad arrampicarsi quasi verticalmente proprio fino al piede dell’ultimo e maggiore strapiombo, e qui, su una piccola sporgenza di roccia, si preparò un bivacco per la notte. Racconta anche, non senza un tocco di vera potenza drammatica, come a un tratto si accorsero che Nuñez non era più con loro.
Gridarono, e non ebbero risposta. Continuarono a gridare, a fischiare. Non dormirono per tutto il resto di quella notte.
Al levar del giorno, videro le tracce della caduta. Non doveva avere avuto modo di pronunciar parola. Era scivolato ad est, sul versante sconosciuto del monte; molto più in basso era piombato su un ripido nevaio, sul quale aveva lasciato un solco, scendendo in mezzo a una slavina. La traccia giungeva diritta al ciglio di un pauroso precipizio; di là da quel punto, tutto restava nascosto alla vista. Essi scorsero in basso, laggiù, lontanissimi, nella foschia della distanza, alberi che crescevano in un’angusta valle chiusa da ogni lato: il perduto paese dei ciechi. Ma essi non sapevano ch’era il perduto paese dei ciechi, né fecero differenza con qualsiasi altra stretta striscia di pianoro.
Persero coraggio, dopo questa sciagura, e nel pomeriggio rinunciarono all’impresa. Pointer fu richiamato per la guerra prima di ritentare l’ascensione. Ancor oggi, la vetta del Parascotopetl è inviolata, e il bivacco di Pointer, che nessuno raggiunge, si sgretola tra le nevi.
Ma l’uomo che era precipitato, sopravvisse.
Dal fondo del nevaio, dopo un volo di oltre trecento metri, andò a cadere, tra una nuvola di neve, sul pendio di un altro nevaio ancor più ripido. Ruzzolò giù, tramortito, inconscio, ma senza un solo osso rotto, giungendo infine su falde meno brusche; e finalmente rotolò di lato e giacque immobile, affondato nel mucchio della bianca massa che lo aveva accompagnato, attutendo la caduta e salvandolo. Rinvenne con la vaga impressione d’esser malato a letto; poi afferrò la situazione, con il suo cervello di montanaro, e fece in modo di liberarsi, finché, dopo un attimo di riposo, non uscì a rivedere le stelle. Per un po’, restò disteso, appiattito sulla pancia, chiedendosi dove fosse e che cosa gli fosse capitato. Si tastò prudentemente le membra, si accorse di aver perso parecchi bottoni e che la pesante giacca gli si era rivoltata sopra la testa. Gli era sparito di tasca il coltello, aveva perduto il cappello, che pur si era legato sotto il mento. Ricordò che poco prima stava cercando pietre smosse, per alzare il suo tratto del muretto di riparo. Il suo piccone era scomparso.
Ne concluse che doveva essere caduto, e guardando in su vide, ancor più grande nel lume spettrale della luna nascente, il volo tremendo che aveva fatto. Rimase steso per un bel po’ a fissare, attonito, l’ampio dirupo torreggiante e pallido, che ad ogni istante pareva crescere, uscendo dalla marea calante del buio. Quella bellezza misteriosa, come un fantasma, assorbì per un po’ la sua attenzione, poi lo colse un convulso di risa singhiozzanti… Solo dopo un notevole intervallo, si rese conto ch’era vicino al limite inferiore delle nevi. Sotto a questo, vide, su un pendio praticabile e rischiarato dalla luna, terreno erboso cosparso di massi. Si alzò faticosamente in piedi, con le giunture e le membra indolenzite, scese con difficoltà dalla neve ammucchiata intorno a lui, continuò a scendere fino a quando non fu sul terreno erboso, e allora si stese, o meglio si lasciò cadere, accanto a un macigno, fece una bevuta dalla borraccia che aveva nella tasca interna, e s’addormentò di colpo… Lo destò il canto degli uccelli, nei lontani alberi, in basso.
Egli si levò a sedere e constatò che si trovava su un piccolo ripiano ai piedi di un immenso strapiombo interrotto dal canalone lungo il quale eran venuti giù, lui e la sua neve. Dall’altra parte, dirimpetto a lui, un’altra muraglia di roccia si ergeva contro il cielo. Tra questi due dirupi correva la gola, orientata da est ad ovest, invasa dal primo sole del mattino, da cui era illuminata, in fondo, ad ovest, la massa di montagna franata che ne chiudeva la discesa.
Sotto di lui pareva esserci un precipizio altrettanto dirupato, ma dietro la neve del canalone egli trovò una spaccatura, una specie di camino, gocciolante d’acqua, giù per il quale un temerario poteva tentare di calarsi.
Trovò ch’era più facile di quanto non sembrasse, e giunse infine a un altro ripiano deserto; poi, scalando rocce senza particolari difficoltà, a un ripido pendio coperto d’alberi. Provvide ad orientarsi, e si rivolse a monte della gola, vedendo che questa si apriva, da quella parte, su prati verdi tra i quali egli poté ora scorgere molto distintamente un gruppo di casupole di pietra, piuttosto strane come forma. Fu costretto, in certi punti, ad avanzare come se si arrampicasse sulla superficie di un muro, e dopo qualche tempo il sole, salendo e spostandosi, smise di mandare i suoi raggi nella gola, il canto degli uccelli s’interruppe, e intorno a lui l’aria si fece fredda e scura. Ma la valle lontana, con le sue case, risultò ancor più luminosa. Egli non tardò a giungere ad una scarpata, e tra le rocce notò (poiché aveva il dono dell’osservazione) una specie a lui ignota di felce, che pareva protendere artigli d’un verde intenso fuor dei crepacci. Ne spiccò qualche fronda, ne masticò il gambo, e n’ebbe qualche ristoro.
Raggiunse sul mezzogiorno l’imboccatura della gola, uscendo sull’altipiano, in pieno sole. Era stanco e indolenzito. Sedette all’ombra di una roccia, riempì d’acqua la borraccia a una sorgente e bevette, sostando a riposarsi un poco prima di proseguire verso le case.
Queste avevano qualcosa di molto strano, ai suoi occhi, ed anzi, guardando meglio, gli sembrò che tutta la valle avesse un aspetto bizzarro, insolito. La coprivano, in massima parte, lussureggianti prati verdi, costellati in abbondanza di bei fiori, accuratamente irrigati, che mostravano chiaramente di venire falciati appezzamento per appezzamento. Molto in alto un muro circondava la valle come un anello, che accompagnava tutto intorno una specie di acquedotto, da cui venivano i rivoletti d’acqua che alimentavano la vegetazione dei prati; e più in alto ancora, sui pendìi, greggi di lama brucavano l’erba rada. Qua e là si vedevano, addossate al muro di cinta, certe tettoie che dovevano servire da riparo, forse da stalla, ai lama. Le acque d’irrigazione affluivano tutte a un canale principale, che scendeva per il mezzo della valle, arginato, su entrambi i lati, da un muricciolo alto fino al petto. Tutto ciò conferiva, a quel luogo isolato, un’aria singolarmente cittadina, aria che risultava accentuata dal fatto che vari sentieri, pavimentati di pietre nere e bianche, tutti fiancheggiati da un curioso cordone, come di marciapiede, si diramavano ordinatamente nelle diverse direzioni. Nel villaggio al centro, le case erano molto dissimili da quelle agglomerazioni casuali, alla rinfusa, proprie ai villaggi di montagna ch’egli conosceva; erano allineate senza interruzioni, dalle due parti, lungo una strada centrale di una pulizia stupefacente; nelle facciate, lisce e a più colori, qua e là s’apriva una porta, ma non una sola finestra. Erano variegate con straordinaria irregolarità, intonacate con una materia qua grigia, là giallastra, altrove color dell’ardesia oppure marrone scuro. Proprio la vista di quell’intonaco pazzesco fece venire in mente per la prima volta, all’esploratore, la parola cieco. Pensò: Il brav’uomo che ha fatto una cosa simile doveva essere cieco come una talpa.
Si calò da un punto scosceso, e giunse così al muro e al canale che circondavano la valle; vi giunse là dove il secondo riversava il soprappiù nelle profondità della gola, formando una cascata con un filo d’acqua, sottile e ondeggiante. Egli ora vedeva lontano, nei prati, alcuni uomini e donne che si riposavano su mucchi di fieno, come se facessero la siesta; nei pressi del paese, alcuni bambini sdraiati; e infine, più vicini a lui, tre uomini che, con gioghi d’acquaiolo, portavano secchi percorrendo un sentiero che andava dal muro di cinta verso le case. Questi ultimi indossavano abiti di stoffa fatta con il pelo di lama, scarpe e cinture di cuoio, berretti di stoffa con lembi che coprivano le orecchie e la nuca. Procedevano l’uno dietro l’altro, in fila indiana, camminando adagio e sbadigliando nel camminare, come chi abbia passato la notte in piedi. Il loro comportamento aveva un’aria rassicurante di prosperità, di rispettabilità e perciò Nuñez, dopo un attimo di esitazione, si fece avanti, mettendosi in vista come meglio poteva sulla sua roccia, ed emise un potente grido di richiamo, che echeggiò per tutta la valle.
I tre uomini si fermarono, e mossero il capo, come guardandosi attorno.
Girarono il viso di qua e di là, e Nuñez gesticolò a tutto andare. Ma, con tutto il suo agitar di braccia, non parvero vederlo, e dopo un poco, rivolti verso le lontane montagne sulla destra, gridarono come per rispondere. Nuñez cacciò fuori un altro urlaccio, e allora, nuovamente, nel fare i suoi inutili gesti, la parola cieco s’impose alla sua mente. Quegli sciocchi devono essere ciechi si disse.
Alla fine Nuñez, essendosi sgolato e arrabbiato più che a sufficienza, attraversò l’acqua su un ponticello, passò da una porta nel muro, si avvicinò a quegli uomini. Ebbe allora la certezza ch’erano ciechi. Fu certo che quello era il paese dei ciechi di cui parlavano le leggende. Questa convinzione lo riempì di un senso di grande, di invidiabile avventura. I tre si tenevano vicini l’uno all’altro, e rivolgevano verso di lui non gli occhi, ma l’orecchio, giudicandolo attraverso il rumore non familiare dei suoi passi. Stavano stretti, come un poco impauriti, ed egli vide che avevano le palpebre chiuse e affossate, come se le pupille si fossero rattrappite fino a scomparire. Avevano in viso un’espressione quasi di sbigottimento.
«Un uomo» diceva l’uno, parlando uno spagnolo quasi irriconoscibile; «è un uomo, un uomo o uno spirito, quello che scende dalle rocce».
Ma Nuñez avanzava col passo fiducioso del giovane che va incontro alla vita.
Si era rammentato di tutte quelle antiche storie sulla valle perduta e sul paese dei ciechi, e come un ritornello gli girava e rigirava per la mente un vecchio proverbio: Tra i ciechi l’orbo d’un occhio è re, tra i ciechi l’orbo d’un occhio è re.
Li salutò con molta cortesia. E usava gli occhi, mentre parlava.
Uno chiese: «Fratello Pedro, di dove arriva?».
«È uscito e sceso dalle rocce».
«Vengo da oltre i monti» disse Nuñez. «Sono uscito dal paese che sta di là, un paese dove gli uomini vedono. Dai pressi di Bogotà, dove abitano centinaia di migliaia di persone e la città si estende fuor di vista».
«Vista?» mormorò Pedro. «Vista?» «È uscito dalle rocce» disse il secondo cieco.
Nuñez vide che la stoffa dei loro cappotti era cucita in modo curioso, con punti di un tipo diverso dall’uno all’altro.
Lo fecero sobbalzare compiendo simultaneamente un movimento verso di lui, a mano protesa. Egli arretrò, dinanzi all’avanzata di quelle dita aperte.
«Vieni qua» disse il terzo cieco, accompagnando il suo movimento e agguantandolo bellamente.
Tennero Nuñez e lo tastarono, senza dir altro.
«Piano!» esclamò egli, avendo un dito in un occhio.
E capì che costoro ritenevano in lui una stranezza, quell’organo dalle palpebre che sbattevano. Insistettero ancora a tastarlo.
«Una strana creatura, Correa» disse colui che chiamavano Pedro. «Senti un po’ che pelo ruvido ha. Come quello del lama».
«È rude come le rocce che l’hanno partorito» disse Correa, esplorando il mento non rasato di Nuñez, con mano morbida e leggermente umida. «Forse si raffinerà». Nuñez, sotto quel contatto indagatore, si dibatteva un poco, ma essi lo tenevano saldamente.
«Piano!» ripeté.
«Parla» disse il terzo. «È certamente un uomo».
«Uh!» fece Pedro, sentendo com’era grossolano il suo cappotto.
«E così, sei venuto al mondo?» chiese Pedro.
«Dal mondo! Di là da montagne e ghiacciai; proprio di là, oltre quel punto, a metà strada dal sole. Vengo dal mondo grande e vasto, che scende giù, per dodici giorni di cammino, fino al mare».
Non sembravano quasi dargli retta. «I nostri antenati dicevano che gli uomini possono essere creati dalle forze della natura» disse Correa. «Dal calore delle cose, e dall’umidità, e dall’imputridimento… dall’imputridimento».
«Portiamolo agli anziani» disse Pedro.
«Ma prima manda un grido» disse Correa «che i bambini non abbiano a spaventarsi. Questo è un caso portentoso».
Infatti gridarono, e Pedro si avviò per primo, prendendo Nuñez per mano con l’intenzione di guidarlo verso le case.
Egli tirò via la mano. «Io ci vedo» disse.
«Vedi?» disse Correa.
«Vedo, sì» disse Nuñez voltandosi verso di lui e inciampando, così, nel secchio di Pedro.
«Hai i sensi ancora imperfetti» disse il terzo cieco. «Inciampa, dice parole senza significato. Conducilo per mano».
«Come volete» disse Nuñez, e si lasciò condurre, ridendo.
La vista, quelli, parevano non sapere neanche che cosa fosse.
Ebbene, glielo avrebbe insegnato lui, a tempo e luogo.
Udì gente gridare, e vide che parecchie figure si stavano assembrando sulla via che passava in mezzo al villaggio.
Egli si rese conto che gli ci voleva più coraggio e pazienza del previsto, per quella prima presa di contatto con la popolazione del paese dei ciechi. Da vicino, il villaggio pareva più vasto, e quegli intonaci parevano più bizzarri; inoltre una folla di bambini, di uomini, di donne (notò con piacere che donne e ragazze, o almeno alcune tra loro, avevano volti assai avvenenti, a dispetto degli occhi chiusi e affossati) li circondò, attaccandosi a lui, toccandolo con mani morbide e sensibili, fiutandolo, ascoltando ogni parola che pronunciava. C’erano tuttavia fanciulle e bambini che si tenevano alla larga, come impauriti, e infatti la sua voce sonava aspra e volgare a paragone delle loro intonazioni più sommesse. Fu preso d’assalto. Le sue tre guide gli si tenevano appiccicate addosso, con una certa aria di proprietà, continuando a ripetere: «Un selvaggio, uscito dalle rocce».
«Da Bogotà» diceva lui. «Bogotà, di là dalla cima dei monti».
«Un selvaggio, che adopera parole selvagge» disse Pedro. «L’avete sentito? Bogotà. Non ha ancora l’intelletto sviluppato. Possiede solo i rudimenti del linguaggio».
Un bambinello gli diede un pizzicotto sulla mano. «Bogotà!» fece, dandogli la baia.
«Proprio così! Una città, mentre il vostro è un villaggio. Vengo dal grande mondo. Dove gli uomini hanno occhi per vedere».
«Si chiama Bogota» dicevano quelli.
«Ha inciampato» disse Correa. «Ha inciampato due volte, nel venire qua».
«Portatelo dagli anziani».
E ad un tratto, con uno spintone, gli fecero infilare una porta. Nella stanza c’era buio pesto, tranne, in fondo, un tenue bagliore di fuoco acceso; la folla accalcandosi alle sue spalle lasciava filtrare da fuori appena un barlume del giorno. Sullo slancio, prima di riuscire a fermarsi, egli cadde lungo disteso oltre i piedi di un uomo seduto; nel cadere, allungando di scatto un braccio, ne colpì in viso un altro, sentì il contatto di molli lineamenti, udì un grido di collera, e per un momento si dibatté nella morsa di parecchie mani.
Lotta impari. Ma, in un lampo d’intuizione, si rese conto di come stavano le cose e rimase immobile.
«Sono caduto» spiegò. «In questo buio pesto non vedevo niente».
Cadde in silenzio, come se le persone che lo attorniavano cercassero di capire le sue parole. Poi la voce di Correa disse: «È formato da poco. Quando cammina, inciampa. Quando parla, mescola parole che non vogliono dire nulla».
Anche altri espressero sul suo conto i loro pareri, ch’egli udì o capì imperfettamente.
«Posso mettermi a sedere?» chiese in un intervallo di silenzio. «Non mi agiterò più contro di voi».
Dopo essersi consultati, gli permisero di alzarsi.
La voce di un vecchio cominciò a interrogarlo, e Nuñez fu costretto a cercar di spiegare il vasto mondo dal quale era piombato giù, il cielo, i monti, la vista e simili prodigi, a quegli anziani che sedevano immersi nelle tenebre, nel paese dei ciechi. Ma non capivano, non credevano a quello che diceva; e questo non se l’era davvero aspettato. Non riuscivano a capire molte sue parole. Erano ciechi da quattordici generazioni, completamente segregati dal mondo dotato di vista, e il nome di ogni cosa attinente al senso ottico si era cancellato o trasformato, la storia del mondo esterno si era cancellata, trasformata in una fiaba, ed essi avevano perso ogni interesse per tutto ciò che stava di là dei pendìi rocciosi, incombenti sul loro muro di cinta. Erano sorti, tra loro, ciechi geniali, che avevano messo in discussione gli ultimi brandelli delle credenze e delle tradizioni di un tempo in cui possedevano ancora la vista, negandole come vane bubbole e sostituendole con altre e più assennate spiegazioni. Buona parte della loro immaginazione si era disseccata come i loro occhi, ed essi si erano procurati altre immaginazioni in base alla sensibilità sempre maggiore delle loro orecchie e dei loro polpastrelli. Pian piano, Nuñez finì con il rendersene conto. Capì che, contrariamente alle sue speranze, non avrebbe ottenuto stupore e reverenza per la sua origine e le sue facoltà; e dopo che costoro ebbero mostrato di non tenere in nessuna considerazione i suoi miseri sforzi di spiegar loro la vista, considerandoli balbettamenti di un essere appena formato che descriveva come portenti le sue sensazioni slegate, egli si rassegnò, un poco mortificato, ad ascoltare le loro istruzioni. Il più anziano dei ciechi gli spiegò la vita, la filosofia, la religione; gli disse che il mondo (cioè la loro valle) era stato dapprima un buco vuoto tra le rocce, e poi erano venute cose senz’anima e senza il dono del tatto, poi i lama e alcune altre creature di scarso intelletto, poi ancora gli uomini, e infine gli angeli, che si udivano cantare e far rumori, che battevano dolcemente l’aria, ma che non si riusciva mai a toccare. Ciò lasciò Nuñez molto perplesso, finché non pensò agli uccelli.
L’anziano disse ancora a Nuñez che il tempo era stato diviso in caldo e freddo, cioè l’equivalente del giorno e della notte, per i ciechi; che durante il caldo era bene dormire e durante il freddo lavorare, cosicché in quel momento, se non fosse arrivato lui, tutta la città dei ciechi sarebbe stata immersa nel sonno. Asserì che Nuñez doveva essere stato creato apposta per imparare e per servire la saggezza ch’essi avevano conquistato, e che nonostante la sua incoerenza mentale e il suo incespicare doveva farsi coraggio e far del suo meglio per imparare: a queste parole, un mormorio d’incoraggiamento corse tra la gente accalcata sulla soglia. L’anziano allora disse che la notte (poiché i ciechi chiamavano notte il giorno) era già molto inoltrata. Conveniva dunque che tutti tornassero a dormire. Chiese a Nuñez se sapeva come si fa a dormire, e Nuñez rispose di sì, ma che prima aveva bisogno di mangiare.
Gli portarono da mangiare (latte di lama in una ciotola, e pan nero salato), e lo condussero in un luogo appartato a mangiar fuori di portata del loro udito, poi a dormire fino all’ora in cui il freddo, con il calare della sera sui monti, li avrebbe fatti alzare per riprendere la loro giornata. Ma Nuñez non dormì né punto né poco.
Rimase invece, là dove lo avevano lasciato, a riposarsi le membra in posizione seduta, pensando e ripensando alle circostanze inattese che avevano accolto il suo arrivo.
Ogni tanto gli veniva da ridere, divertito oppure indignato.
Mente malformata! diceva. Non ancora provveduto pienamente di sensi! Non sospettano, quelli, di avere oltraggiato il re, mandato a loro dal cielo come signore e padrone. Debbo ridurli alla ragione. Ho da pensarci, da pensare… Pensava ancora al tramontar del sole.
Nuñez aveva una pronta percezione di ciò ch’è bello, e gli parve che il rosso bagliore dei riflessi sui campi di neve e ghiacciai che da ogni parte dominavano la valle fosse ciò che di più bello avesse mai veduto. Da quello splendore inaccessibile, i suoi occhi si spostarono in basso sul villaggio e i campi irrigati, che rapidamente venivano sommersi dall’oscurità e dal più profondo del cuore ringraziò Dio di avergli concesso il dono della vista.
Si sentì chiamare da una voce che veniva dal villaggio.
«Ohilà! Tu, Bogota! Vieni da questa parte!» Egli si alzò in piedi, sorridendo. Una volta e per tutte, avrebbe dimostrato a quella gente ciò che un uomo può fare grazie alla vista. L’avrebbero cercato, senza riuscire a trovarlo.
«Non muoverti, Bogota» disse la voce.
Egli rise silenziosamente e fece di lato due passi furtivi fuori del sentiero.
«Non calpestare l’erba, Bogota; è proibito».
Nuñez stesso aveva appena udito il rumore che aveva fatto. Si fermò, stupito.
L’uomo che aveva parlato, stava arrivando di corsa su per il sentiero pezzato.
Egli disse, riportandosi sul sentiero: «Sono qui».
E il cieco: «Perché non vieni, quando ti si chiama? Bisogna forse prenderti per mano come un bambino? Non senti il sentiero quando cammini?» Nuñez rise. «Io lo vedo» disse.
«La parola vedo non esiste» disse il cieco, dopo un attimo di silenzio.
«Piantala, con queste sciocchezze, e segui il rumore dei miei passi».
Un poco seccato, Nuñez gli tenne dietro.
«Verrà il mio momento» disse.
«Imparerai» rispose il cieco. «C’è tanto da imparare al mondo».
«Nessuno ti ha mai detto che tra i ciechi l’orbo d’un occhio è re?» «Ciechi? che cosa vuol dire?» domandò con indifferenza il cieco senza quasi girare la testa.
Quattro giorni trascorsero, e il quinto trovò il re dei ciechi ancora in incognito tra i suoi sudditi, che lo consideravano semplicemente uno straniero goffo e inetto.
Proclamare la sua identità risultava, com’egli ben vedeva, più difficile di quanto non avesse supposto, e intanto, mentre meditava il suo coup d’état, badava a fare ciò che gli dicevano ed imparava gli usi e costumi del paese dei ciechi. Soprattutto fastidioso gli parve il fatto di lavorare e andare in giro di notte, e decise che la sua prima riforma sarebbe stata quella.
La popolazione, peraltro, conduceva una vita semplice e laboriosa, con tutte le caratteristiche della virtù e della felicità, quali l’uomo le intende.
Lavoravano, ma non in modo opprimente. Disponevano di cibo e vesti in quantità sufficiente ai loro bisogni. Avevano giorni e periodi dedicati al riposo. Tenevano in grande onore la musica e il canto. Conoscevano l’amore.
E avevano pochi bambini.
Era stupefacente con quanta sicurezza e precisione circolavano nel loro mondo bene ordinato. Capite, tutto era predisposto a misura delle loro necessità: ogni sentiero della rete che serviva tutta l’area della valle si dipartiva dagli altri ad angoli costanti ed era contraddistinto da una tacca speciale nella cordonatura che lo fiancheggiava; tutti gli ostacoli e le irregolarità erano stati eliminati già molto tempo prima dai sentieri e dai prati, e tutti i loro sistemi e criteri erano sorti in modo naturale dalle loro particolari necessità.
I loro sensi avevano acquistato un’acutezza meravigliosa: erano in grado di udire e valutare il minimo gesto d’un uomo da dodici passi di distanza; di sentirne persino il battito del cuore. Da un pezzo, per loro, le intonazioni della voce avevano sostituito le espressioni del viso, il tatto aveva sostituito i gesti; e lavoravan di zappa, vanga o forcone con la stessa facilità e sicurezza che se si fosse trattato di giardinaggio. Possedevano un senso dell’odorato finissimo, straordinario, tale da poter distinguere prontamente le diversità individuali, come fanno i cani. E badavano al bestiame (i lama, che vivevano tra le rocce in alto e venivano a cercar cibo e ricovero presso il muro) con disinvoltura e tranquillità. Quanto fosse agevole e sicura la loro capacità di movimento, Nuñez lo scoprì quando cercò d’imporsi.
Si ribellò solamente dopo avere tentato la via della persuasione.
A più riprese aveva cercato di parlare con loro della vista.
«Gente!» diceva. «Datemi un po’ retta. Ci sono in me cose che voi non capite».
Un paio di volte, uno o due di loro stettero a sentirlo; se ne rimasero seduti, con i volti chini, porgendo l’orecchio con intelligenza verso di lui, che faceva del suo meglio per spiegare che cosa significasse vedere. C’era, tra gli ascoltatori, una ragazza, dagli occhi meno infiammati e affossati di quelli degli altri. Si sarebbe quasi creduto che tenesse timidamente abbassato lo sguardo. Ed egli desiderava in modo particolare di riuscire a convincerla.
Descrisse le bellezze della vista, lo spettacolo dei monti, il cielo e l’alba; ma quelli stettero ad ascoltarlo, increduli e divertiti, passando ben presto alla disapprovazione. Gli dichiararono che invece i monti non esistevano affatto, e che, là dove terminavano le rocce tra cui brucavano i lama, finiva il mondo; da quel punto sorgeva la copertura cavernosa dell’universo, dalla quale cadevano la rugiada e le valanghe; e quando egli si ostinò a sostenere che, contrariamente a quanto supponevano, il mondo non aveva fine né tetto, gli dissero che i suoi pensieri erano perversi. Il cielo, le nuvole, le stelle ch’egli si sforzava di descrivere come meglio poteva, a loro facevano l’impressione di un orrendo vuoto, di un terribile nulla in luogo del liscio tetto delle cose, in cui essi credevano: era articolo di fede che il tetto di quella caverna fosse deliziosamente liscio al tatto. Egli si accorse che riusciva solo a scandalizzarli e, abbandonando completamente quell’aspetto della faccenda, cercò di dimostrar loro i pregi pratici della vista. Una mattina, vedendo Pedro sul sentiero chiamato Diciassette, che si dirigeva alle case del centro, ma ancora troppo lontano per l’odorato o l’udito, li informò di questa circostanza. «Tra poco» predisse «Pedro sarà qui». Un vecchio commentò che Pedro non aveva motivo di trovarsi sul sentiero Diciassette, e infatti, come a confermarlo, costui svoltò in una traversa, il sentiero Dieci, avviandosi a passi felpati verso il muro esterno. Poiché Pedro non arrivava, presero in giro Nuñez e in seguito, quando egli, per giustificarsi, interrogò direttamente Pedro, questi negò, tenendogli testa arditamente, e da allora gli si dimostrò ostile.
Poi egli li persuase a farlo andare molto in alto, sui pendìi erbosi, verso il muro, in compagnia di un individuo compiacente, promettendo di descrivere a quest’ultimo tutto ciò che accadeva tra le case. Osservò l’andare e venire di alcuni; ma le cose che realmente parevano avere importanza per quella gente, le uniche di cui avessero tenuto nota per metterlo alla prova, accadevano all’interno o dietro le case senza finestre, ed egli non poteva saperne né dirne nulla. Appunto dopo l’insuccesso del suo tentativo, e l’ilarità ch’essi non seppero nascondere, egli fece ricorso alla forza. Pensò bene di dar di piglio ad una vanga e abbattere all’improvviso un paio di loro, dimostrando così, in campo aperto, il vantaggio di avere occhi. Attuò tale decisione, giungendo fino ad impugnare la vanga; ma allora dovette accorgersi di una novità, a proprio proposito, cioè che non era assolutamente in grado di colpire un cieco a sangue freddo.
Esitò, e poi constatò che tutti sapevano che aveva impugnato una vanga.
Stavano all’erta, con la testa piegata di fianco, tendendo l’orecchio nella sua direzione, aspettando la sua mossa successiva.
«Metti giù quella vanga» disse uno, ed egli provò una specie di orrore senza scampo. Fu quasi sul punto di obbedire.
Poi ne respinse violentemente uno contro il muro di una casa, e oltrepassandolo fuggì fuori del villaggio.
Passò attraverso uno dei loro campi, lasciandosi dietro ai piedi una pista di erba calpestata, e si mise seduto di lato ad uno dei loro camminamenti.
Provava un po’ quella baldanza che s’impadronisce di ogni uomo all’inizio di una lotta; ma l’incertezza era maggiore. Cominciava a rendersi conto ch’è impossibile persino combattere con piacere creature che si appoggiano a basi morali diverse. Vide in lontananza parecchi uomini, armati di vanghe e bastoni, che uscivano dalla strada dell’abitato, e avanzavano verso di lui, su una linea che si allargava lungo i vari sentieri. Avanzavano lentamente, interpellandosi spesso l’uno con l’altro, ed ogni poco l’intero cordone d’uomini sostava, fiutando l’aria, ascoltando.
La prima volta che fecero questo, Nuñez rise. Ma poi non rise più.
Uno s’imbatté nella traccia ch’egli aveva lasciato nell’erba, e si avvicinò, chino, tastando con la mano per riconoscere quella pista.
Egli rimase per cinque minuti ad osservare il lento estendersi del cordone; poi, la voglia di fare senza indugio qualcosa, da vaga divenne frenetica. Si alzò in piedi, fece un paio di passi verso il muro di cinta, girò su se stesso e tornò un poco indietro. Stavano tutti là, a semicerchio, fermi e con l’orecchio teso.
Anch’egli stava fermo, impugnando ben salda la sua vanga, a due mani.
Partire alla carica contro di loro? Si sentiva pulsare il sangue nelle orecchie, al ritmo di Tra i ciechi l’orbo d’un occhio è re!.
Partire alla carica? «Bogota!» gridò uno. «Bogota! Dove sei?» Strinse con forza ancora maggiore la vanga, e avanzò giù per i prati, in direzione dell’abitato, e non appena si mosse quelli conversero su di lui. Se mi toccano, li colpisco! imprecò. Perdio, lo farò! Colpirò. Gridò forte: «State a sentire. In questa valle, farò quel che mi pare. Avete udito? Farò quel che mi pare e andrò dove mi pare!».
Voltò un attimo la testa a guardare, alle sue spalle, l’alto muro invalicabile: un muro sul quale, dato l’intonaco levigato, era impossibile arrampicarsi, ma nel quale erano praticate numerose porticine. Guardò poi la linea, sempre più vicina, di quelli che lo cercavano. Dietro a questi, ora, altri ne venivano, dalla strada tra le case.
Partire alla carica? Si stavano avvicinando velocemente, a tentoni, eppure con moto rapido. Era come giocare a mosca cieca, però con tutti i giocatori bendati ed uno solo no.
«Acchiappatelo!» gridò uno di loro. Si trovò ad essere dentro l’arco di una curva scaglionata di inseguitori. Ritenne ad un tratto di dover agire e mostrarsi deciso.
«Voi non capite» gridò con voce che, nella sua intenzione, doveva sonare forte e risoluta, e che invece gli tremò. «Siete ciechi, e io ci vedo. Lasciatemi in pace!» «Metti giù quella vanga, Bogota! E vieni via dall’erba!» Quest’ultimo ordine, che in modo grottesco echeggiava ben noti divieti civici, provocò uno scoppio di collera.
«Vi farò male» disse egli, quasi singhiozzando per l’emozione. «Perdio! vi farò male. Lasciatemi in pace».
Spiccò la corsa senza ben sapere dove corresse. Scappò via dal cieco più vicino, perché inorridiva all’idea di colpirlo. Si fermò, poi si slanciò per sottrarsi allo stringersi dei ranghi. Puntò su un largo interstizio; ma, con pronta percezione dei suoi passi che si avvicinavano, l’uomo dell’una e quello dell’altra parte corsero l’un verso l’altro. Egli balzò avanti, vide che stavano per prenderlo, e vlan!, aveva calato la vanga e menato il colpo. Avvertì il sordo rumore prodotto dalla mano e dal braccio, e l’uomo già cadeva con un urlo di dolore. Egli era passato.
Passato! Si ritrovava nei pressi della strada fra le case, e c’erano ciechi che, con una specie di precipitazione ragionata, correvano qua e là roteando vanghe e bastoni.
Udì appena in tempo un rumore di passi alle sue spalle, accorgendosi così di un uomo alto che scattava avanti menando un colpo sulla sua presenza sonora. Perdette la testa, scagliò la sua vanga contro l’antagonista, mancandolo di un metro, girò su se stesso e fuggì, gettando proprio un urlo nello scansarne un altro.
Lo aveva colto il panico. Corse alla disperata avanti e indietro, scartando quando non ve n’era motivo e (tanto era ansioso di guardare contemporaneamente da tutte le parti) incespicando. Cadde un attimo a terra e quelli lo udirono. Molto lontano, nel muro della cinta, una porticina parve paradisiaca, ed egli vi si diresse con folle impeto. Non si curò nemmeno di guardare, intorno a sé, gli inseguitori, finché non l’ebbe raggiunta, finché non ebbe superato barcollando un ponticello, risalito un po’ il pendio tra le rocce, con grande sorpresa e angoscia di un giovane lama che sparì a balzi precipitosi. Infine, si gettò a terra, respirando con affanno.
Questa fu la conclusione del suo coup d’état.
Rimase all’esterno del muro della vallata dei ciechi per due notti e due giorni, senza cibo né riparo, riflettendo a quegli sviluppi inaspettati. Nel corso di tali meditazioni, gli accadde spesso di ripetere, su un tono di derisione sempre più profonda, l’adagio ormai screditato: Tra i ciechi l’orbo d’un occhio è re.
Pensava soprattutto ai possibili modi di combattere e sconfiggere quella gente, e gli divenne chiaro che non ne aveva modo. Era senz’armi, ed ora sarebbe stato difficile procurarsene una.
Anche se era un uomo di Bogota, l’influenza corruttrice della civiltà lo aveva raggiunto, e non se la sentiva di scendere ad ammazzare un cieco… Certo, se lo avesse fatto, avrebbe potuto dettar condizioni, con la minaccia di ammazzarli tutti. Ma, presto o tardi, doveva pure dormire! Cercò anche di procurarsi tra i pini qualcosa da mangiare, di proteggersi con rami di pino dalla brina notturna, ed anche (senza sperarci troppo) d’ingegnarsi a catturare un lama, per ucciderlo, forse martellandolo con un sasso, e finalmente mangiarne un pezzo. Ma i lama lo tenevano in sospetto.
Lo guardavano con occhi bruni e diffidenti, e schizzavano saliva quando si avvicinava. Finì per trascinarsi giù, fino al muro del paese dei ciechi, per cercare di intavolare trattative. Strisciò lungo il corso dell’acqua, lanciando grida, e finalmente due ciechi vennero sulla porta a parlargli.
«Ero impazzito» disse. «Ma ero venuto al mondo solo da poco».
Quelli dissero che così andava già meglio.
Li informò che adesso aveva maggior senno, e si pentiva di tutto ciò che aveva fatto.
A questo punto, senza volerlo, si mise a piangere, perché era ormai debole e malandato; ma a quelli parve un buon segno.
Gli chiesero se ancora credeva di vedere.
«No» rispose lui. «Era pura pazzia. È una parola che non vuol dire niente: men che niente».
Gli chiesero che cosa c’era in alto, sulle teste.
«A circa dieci volte l’altezza di un uomo, c’è un tetto sul mondo; fatto di roccia; e molto, molto liscio…» Scoppiò nuovamente in un pianto isterico.
«Prima di farmi altre domande, datemi qualcosa da mangiare, o morirò».
Si aspettava duri castighi, ma quei ciechi conoscevano la tolleranza.
Considerarono la sua ribellione semplicemente come un’ulteriore prova della sua generica idiozia e inferiorità; e dopo averlo frustato lo adibirono ai lavori più semplici e pesanti che ci fossero da fare. Non vedendo altro modo per vivere, egli si sottomise a fare ciò che gli dicevano.
Fu ammalato per alcuni giorni, e quelli lo curarono con bontà. Ciò contribuì a perfezionare la sua sottomissione. Ma vollero assolutamente che stesse steso al buio, cosa estremamente spiacevole. Ciechi filosofi vennero a parlargli della perversa leggerezza del suo intelletto, e stigmatizzarono con tanta efficacia i suoi dubbi circa l’esistenza del coperchio di roccia che copriva la loro casseruola cosmica, da indurlo quasi a dubitare d’esser vittima di un’allucinazione nel fatto di non vederselo sul capo.
In tal modo Nuñez divenne cittadino del paese dei ciechi. Cessò di vedere quella gente nel suo insieme, come popolazione, e i singoli individui gli divennero familiari, mentre il mondo che stava di là dai monti gli appariva sempre più lontano e irreale. C’era il suo padrone, Yacob, un uomo cordiale, quando non era arrabbiato. C’era Pedro, nipote di Yacob. E c’era Medinasaroté, la più giovane figlia di Yacob. Non era molto apprezzata, nel mondo dei ciechi, perché aveva un volto dai lineamenti netti, privo della debita, untuosa uniformità, ch’è l’ideale di bellezza femminile per l’uomo cieco; ma Nuñez la trovò bella in un primo momento, e poi la cosa più bella di tutto il creato. I suoi occhi chiusi, meno fondi e infiammati di quanto non lo fossero di solito nella valle, parevano potersi riaprire da un momento all’altro, ed avevano lunghe ciglia, che là venivano considerate deturpanti. Anche la voce, forte, non corrispondeva ai requisiti dell’acuto udito dei valligiani. Ella perciò non aveva nessun innamorato.
Venne un momento in cui Nuñez pensò che, se poteva averla per sé, si sarebbe rassegnato a vivere nella valle per il resto dei suoi giorni.
La osservava, coglieva ogni occasione per renderle piccoli servigi, e non tardò ad accorgersi che anche lei lo notava. Una volta, a una riunione di un giorno di vacanza, si trovarono seduti fianco a fianco nel debole lume delle stelle, e c’era una dolce musica. Gli capitò di mettere la mano sulla sua, e osò stringerla. Ella, timidamente, restituì la stretta. E un giorno, mentre pranzavano come sempre al buio, sentì che la mano di lei lo cercava dolcemente; per caso, in quel momento, il fuoco arse più forte, ed egli le scorse in viso l’espressione della tenerezza.
Cercò l’occasione per parlarle.
Un giorno si accostò a lei che stava seduta nel chiar di luna estivo, intenta a filare. Quel chiarore la rendeva argentea, misteriosa. Egli sedette ai suoi piedi e le disse che l’amava, le disse quanto la trovava bella. Aveva la voce dell’innamorato, parlava con tenero rispetto, quasi con devota reverenza, ed ella non era mai stata sfiorata, prima di allora, dall’adorazione. Non gli diede una risposta precisa, ma era chiaro che le sue parole le eran piaciute.
Da allora, approfittò di ogni occasione per parlarle. La Valle divenne, per lui, il mondo; e il mondo di là dai monti, ove gli uomini vivono alla luce del sole, finì per sembrargli una fiaba, che un giorno o l’altro avrebbe sussurrato all’orecchio di lei. Con grande cautela, molto timidamente, le parlò della vista.
A lei, quella faccenda della vista, parve un’invenzione molto poetica, e stette ad ascoltare la descrizione delle stelle, dei monti, della sua stessa dolce bellezza rischiarata dalla luna, come cedendo ad una colpevole debolezza.
Non ci credeva, anzi capiva solo in parte; ma ne era misteriosamente deliziata, ed egli poté credere ch’ella avesse capito tutto.
Il suo amore perse la trepida timidezza, si fece ardito. Egli volle chiederla in sposa, a Yacob e agli anziani; ma fu lei ad impaurirsi e a temporeggiare.
Yacob venne a sapere che Medina-saroté e Nuñez erano innamorati, perché glielo disse una delle figlie maggiori.
Il matrimonio di Nuñez con Medina-saroté incontrò subito fiera opposizione, non tanto per il conto che facevano di lei, quanto perché giudicavano proprio lui un essere fatto a modo suo, un mezzo scemo, incapace, inferiore anche al più basso livello tollerabile in un uomo. Le sorelle della ragazza si opposero accanitamente al matrimonio perché avrebbe gettato discredito su tutte loro; e il vecchio Yacob, benché avesse maturato una specie di affetto per il suo tardo e obbediente servo della gleba, scrollò il capo e disse che la cosa non era fattibile. I giovani erano tutti in collera all’idea di quell’inquinamento della razza, ed uno giunse fino a insultare e picchiare Nuñez. Egli reagì. Fu la prima volta che il fatto di vederci, sia pure in quella semioscurità, risultò un vantaggio, e dopo la conclusione di quella zuffa, nessuno si azzardò più a mettergli le mani addosso. Ma continuarono a ritenere impossibile il suo matrimonio.
Il vecchio Yacob aveva un debole per quella figlia, ch’era la più piccina, e quando ella andava a piangere da lui, gli dispiaceva.
«Ma capisci, cara, è deficiente. Soffre di allucinazioni, non sa far nulla nel modo voluto».
«Lo so» singhiozzava Medina-saroté. «Ma adesso va meglio di prima.
Migliora. Ed è forte, mio caro padre; è gentile. Più forte e più gentile di qualsiasi uomo al mondo. E mi ama, e… Padre, lo amo
».
Non vederla così sconsolata, il vecchio Yacob ne fu afflitto, tanto più che, per molti motivi, aveva simpatia per Nuñez. Perciò andò nella sala del consiglio priva di finestre, sedette con gli altri anziani, seguì la china dei discorsi e, al momento opportuno, disse: «Va meglio di prima. È probabile che un giorno o l’altro ci accorgeremo ch’è sano di mente quanto noi».
In seguito, poi, uno degli anziani, gran pensatore, ebbe un’idea. Tra quella gente egli era il gran dottore, il loro medico. Possedeva in alto grado l’attitudine filosofica e inventiva. L’idea di guarire Nuñez delle sue stranezze lo attraeva. Un giorno, presente Yacob, tornò sull’argomento Nuñez.
«Ho visitato Bogota» disse «e il suo caso mi risulta più chiaro. Credo che, con ogni probabilità, lo si possa guarire».
«L’ho sempre sperato» disse il vecchio Yacob.
«Ha il cervello un po’ disturbato» disse il medico cieco. Corse tra gli anziani un mormorio di assenso.
«Ebbene, che cosa lo disturba?» «Ah!» fece il vecchio Yacob.
«Questo» disse il medico, rispondendosi da sé. «Queste strane cose chiamate occhi, che esistono per formare nel volto una lieve e piacevole depressione, in Bogota sono malate di modo che gli disturbano il cervello. Sono molto dilatate, hanno le ciglia, con palpebre che si muovono; di conseguenza, il suo cervello è in uno stato costante d’irritazione e di distruzione».
«E allora?» disse il vecchio Yacob. «Allora?» «Io credo di poter dire con ragionevole certezza che, per guarirlo completamente, non abbiamo da fare altro che una piccola operazione chirurgica, facile e semplice, cioè rimuovere questi elementi irritanti».
«Poi sarà sano di mente?» «Poi sarà perfettamente sano di mente, e un cittadino del tutto ammirevole».
«Sia ringraziato il cielo per averci dato la scienza!» disse il vecchio Yacob, e se ne andò subito da Nuñez ad informarlo delle sue liete speranze.
Ma gli parve proprio, con sua sorpresa, che Nuñez ricevesse la buona notizia con una freddezza molto deludente.
Perciò gli disse: «Si potrebbe quasi credere, dal modo in cui parli, che di mia figlia non t’importi nulla».
Fu Medina-saroté a convincere Nuñez ad affrontare i chirurghi ciechi.
Egli le disse: «Non vorrai, proprio tu, ch’io perda il mio dono della vista?».
Ella scosse la testa.
«La vista è il mio mondo».
Ella chinò ancor più la testa.
«Ci sono le belle cose, piccole cose bellissime: i fiori, i licheni tra le rocce, la morbida lucentezza di una pelliccia, il cielo lontano con le nuvole che passano scivolando, i tramonti, le stelle. E ci sei tu. Solo per te è bello avere la vista, per vedere il tuo viso dolce e sereno, le tue labbra affettuose, le tue mani care e belle congiunte insieme… Questi miei occhi che tu hai conquistato, questi occhi che mi legano a te, quegli idioti me li vogliono togliere. Dovrei invece toccarti, sentirti, e non rivederti mai più. Dovrei anch’io venire sotto il tetto di roccia, di pietra, di tenebra, quell’orribile tetto sotto il quale si curva la vostra immaginazione… No! Non vorrai ch’io faccia una cosa simile?» Lo aveva assalito uno spiacevole dubbio. Si fermò, e lasciò l’interrogativo senza risposta.
«Io vorrei» ella disse «a volte…» e s’interruppe.
«Ebbene?» diss’egli, un poco in ansia.
«Vorrei a volte… che tu non parlassi così».
«Così, come?» «So che è grazioso. È la tua fantasia. Mi piace tanto, però…» Egli si sentì gelare. «Però?» fece, fievolmente.
Ella rimase muta.
«Tu vuoi dire… tu credi… ch’io starei meglio, starei meglio forse…» Stava rendendosi conto molto rapidamente. Provò ira, effettivamente; ira contro la stupidità della sorte. Ma anche un’affettuosa comprensione, per l’incapacità di lei a capire: una comprensione ch’era parente stretta della compassione.
«Cara» le disse. E vide dal suo pallore quanto il suo spirito fosse oppresso dalle cose che non poteva dire. Egli l’abbracciò, le baciò l’orecchio, e per un certo tempo rimasero seduti in silenzio.
«E se io acconsentissi?» disse egli alla fine, con voce molto sommessa.
Ella gli gettò le braccia al collo, piangendo a dirotto. «Oh, se tu lo facessi!» singhiozzava «se tu lo facessi!» Per tutta la settimana precedente all’operazione che dal suo stato inferiore e servile doveva elevarlo al rango di un cittadino cieco, Nuñez non conobbe il sonno, e durante tutte le ore calde, rischiarate dal sole, mentre gli altri felicemente dormivano, egli se ne rimase seduto a rimuginare, o vagò senza meta, cercando di condurre la sua mente a risolvere il dilemma. Aveva dato la risposta, aveva dato il consenso; ma non era ancora sicuro. E infine la giornata lavorativa terminò, il sole sorse in tutto il suo splendore sopra le cime dorate, e per lui cominciò l’ultimo giorno dotato di vista. Trascorse alcuni minuti con Medina-saroté, prima ch’ella si ritirasse a dormire.
«Domani» disse «non vedrò più».
«Tesoro!» disse lei, e gli strinse le mani forte forte.
«Ti faranno soltanto un pochino di male» gli disse ancora «e questo male, questa sofferenza, tu li sopporterai, mio amato, per me… Caro, se una vita e un cuore di donna possono bastare a tanto, io ti ripagherò. Mio amatissimo, mio amato dalla tenera voce, io ti ripagherò».
La compassione, per lei e per se stesso, lo permeava fino al midollo.
Se la tenne tra le braccia, premette le labbra sulle sue, e la guardò bene in viso per l’ultima volta. «Addio!» sussurrò a quell’amato aspetto «addio!» Poi, in silenzio, si volse e se ne andò.
Ella udì i passi che si allontanavano, e nel loro ritmo sentì qualcosa che la gettò in un convulso di pianto.
Egli aveva avuto la ferma intenzione di recarsi in un posto solitario dove il narciso bianco abbelliva i prati, e di rimanervi fino all’ora del suo sacrificio; ma, nell’andare, alzò gli occhi, e vide il mattino, il mattino simile a un angelo dalla corazza d’oro, che scendeva fieramente sui pendìi… Gli parve che di fronte a tale splendore lui, e quel mondo cieco nella valle, ed il suo amore, e tutto, altro non fossero che un pozzo di peccato senza fondo.
Non piegò su un lato, come ne aveva avuto l’intenzione; proseguì, invece, passò attraverso il cerchio del muro, uscì fuori, su per le rocce, e i suoi occhi non si staccavano dal ghiaccio e dalla neve illuminati dal sole.
Ne vedeva l’infinita bellezza, e la sua immaginazione s’innalzò fino alle cose, oltre le cime, che ora avrebbe ripudiato per sempre.
Pensò a quel mondo grande e libero dal quale era separato, un mondo ch’era il suo, e gli parve di vedere quegli altri pendii, quelle lontananze che seguono lontananze, e, a media distanza, Bogota, luogo di bellezze multiformi e commoventi, uno splendore di giorno, un mistero luminoso di notte, un luogo pieno di palazzi, fontane, statue, case bianche. Pensò come fosse possibile, in un giorno o due, calare attraverso i valichi, giungere più vicino alle strade affollate e affaccendate della città. Pensò al viaggio sul fiume, per tanti giorni l’uno dopo l’altro, dalla grande Bogota verso il mondo ancora più vasto che stava più oltre, passando per città, villaggi, foreste e luoghi deserti; un giorno dopo l’altro sul gran fiume, finché le sponde si allontanavano e i grandi piroscafi passavano rimescolando l’acqua e si giungeva al mare, il mare sconfinato, con migliaia di isole e navi intraviste lontano nel loro incessante viaggiare in giro per il mondo, attorno al grande mondo. E là si vedeva, non ostacolato da montagne, il cielo, il cielo! Non un disco, come lo si vedeva qui, ma un arco incommensurabile d’azzurro, somma profondità in cui galleggiano nel loro moto ciclico le stelle… I suoi occhi esaminavano con più acuta attenzione la grande cortina di montagne.
Per esempio, ad andare così, su per quel canalone e poi per quel cammino, sarebbe stato possibile uscire, là in alto, tra quei pini che crescevano stentati intorno a una specie di sporgenza delle rocce e salivano sempre più in su accompagnandola oltre la gola. E poi? Quella scarpata era superabile. Di là, forse, si poteva trovare una via di ascensione lungo lo strapiombo che finiva ai piedi delle nevi; e se quel cammino non rispondeva allo scopo, allora un altro, più ad est, poteva risultare migliore. E poi? Poi uno si sarebbe trovato all’aperto, là, sulla neve che nella luce pareva color d’ambra; si sarebbe trovato a metà strada dalla vetta di quelle belle solitudini.
Gettò un’occhiata, dietro di sé, al villaggio, poi girò completamente su se stesso per guardarlo fisso.
Pensò a Medina-saroté. Era divenuta piccola, remota.
Tornò a volgersi verso il muro montano, dal quale gli era sceso incontro il giorno.
E, con grande cautela, cominciò ad arrampicarsi.
Al tramonto, non stava più arrampicandosi; ma era lontano, e in alto. Era stato più in alto, ma era nondimeno molto in su. Aveva gli abiti laceri, le membra insanguinate; era contuso in molti punti. Ma stava steso come se stesse benissimo, e il suo volto sorrideva.
Dal punto in cui si trovava, la valle pareva stare in un pozzo, oltre millecinquecento metri più in basso. La foschia già la oscurava, benché le vette montane intorno a lui fossero tutta luce, tutto fuoco. Le vette erano tutta luce, tutto fuoco, e i particolari delle rocce più vicine erano impregnati di bellezza: una venatura verde che tagliava il grigio, qua e là il balenio di sfaccettature cristalline, un minuscolo lichene arancione, di una minuscola bellezza, proprio accanto al suo volto. Nella gola stavano ombre misteriose, un turchino che s’incupiva fino al violetto, un violetto che diventava tenebra luminosa; e, in alto il cielo, in tutta la sua vastità sconfinata. Ma non badò più a tutto ciò; giacque, invece, del tutto inerte, sorridente, come se fosse contento per il solo fatto di essere sfuggito alla valle dei ciechi, in cui aveva pensato di diventare re.
Il bagliore del tramonto svanì, venne la notte, ed egli giaceva ancora, soddisfatto, in pace, sotto le fredde stelle.

Crediti
 Italo Calvino
 Racconti fantastici dell'Ottocento
  The Country of the Blind, 1899
  Il fantastico quotidiano
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