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L’impressione che si ha nell’ avvicinarsi ai manoscritti dei “microgrammi” walseriani è quella di una pazienza che sembra voler essere la stessa della natura quando quest’ultima, non vista e per così dire silenziosa, lascia accumulare strati su strati di roccia sedimentaria o cambiare, in modo impercettibile, il profilo di un rilievo, la forma di una costa. E i “microgrammi” sono l’universo e la manifestazione forse più fedeli dell’uomo e dello scrittore che si chiamò Robert Walser: universo perché la quantità dei testi noti con il nome di “microgrammi” e i loro relativi spazi fantasticanti sono di proporzioni davvero considerevoli, manifestazione forse più fedele perché nel loro stratificarsi segreto e diuturno i “microgrammi” rispecchiano l’ appartatezza, la laboriosità, la cura nei confronti della scrittura e la discrezione di un uomo e di un artista che, ritiratosi in se stesso ed allontanatosi in maniera radicale dalla vita culturale del suo tempo, in apparente paradosso torna oggi sempre più al centro della riflessione e della ricerca, rivelandosi necessario punto di riferimento. E qui non insisterei affatto sul cosiddetto “enigma” dei microgrammi, ma sul loro essere contemporaneamente affascinanti oggetti artistici e testi di modernissima impostazione.

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Dai “Mikrogramme” il testo in prosa qui sotto, un’ affascinante riflessione che scaturisce dal confronto tra la scrittura a macchina e quella a mano, dunque centrale nell’opera walseriana: la preferenza di Walser va alla scrittura a mano, la quale, come una passeggiata estremamente incline alla divagazione e disposta a lasciarsi sorprendere da qualunque circostanza o incontro, è genialmente inventiva, ama gli accostamenti inattesi, in questo testo anche le etimologie più improbabili, ma forse proprio per questo (mi vien fatto di dire alla maniera di Isidoro di Siviglia) generatrici di altro e nuovo senso. Anticipo che ho tradotto l’invenzione walseriana “Ichheit” con “egoità” e che circa a metà del testo lo scrittore usa il termine svizzero-tedesco “Cheib” o “Keib” che significa ragazzo, ma che gli richiama, dato il suono, termini arabi ed ebraici come kaaba e kabala, da qui la falsa etimologia inventata da Walser.

 ⋯ Con vigorosa dolcezza si muoveva la mia egoità (il cui pensiero andava alle macchine per scrivere e prendeva in considerazione di far visita ad una caffetteria) e che non avvertiva più il proprio io, sotto l’arcata di un vecchio ponte. Giaceva il fiume sotto la singolare costruzione, tranquillo come una comparazione che preferisse non essere menzionata, della quale sono disposto a credere che potrebbe essere più di nocumento che di vantaggio al mio pezzo in prosa. O, sussurrante bosco, come ti sollevasti gradevole nella notte che non riuscii a disturbare nella sua tranquillità con i miei passi. Chiesi ai sentieri, che calpestavo con un’andatura da lanzichenecco e con grande preoccupazione, se mi percepissero come sconveniente. Intorno c’erano esseri che riconobbi quali figure umane, una casa, cui il mio saluto doveva essere benvenuto. Caffè giallo-oro cominciarono ad agire nel mio pensiero, la mia andatura era sazia di pensieri, cosa che meglio di tutti comprenderanno coloro ai quali ciò è incomprensibile. In stanze illuminate a giorno alcuni leggevano questo e quell’altro scritto. Non sarebbe la verità se volessi dare ad intendere di essere stato pensieroso. Anni prima un noto collega in occasione di una sua visita mi aveva detto che per comporre si serviva della macchina per scrivere e per qualche tempo presi in considerazione una tale circostanza, cioè mi domandai di quando in quando se non sarebbe stato utile anche a me lo scrivere a macchina, considerazione che sempre più si dissolse. Confesso al lettore di questi righi che qui scrivo in modo del tutto inadeguato, se non se n’è ancora accorto, e che sono intenerito dall’ indocilità, similmente a come mi ha rallegrato il buio che mi circondava per un tratto nel bosco delle nove di sera. Nella mia vita mi sono appoggiato in molti modi alle mie mani delle quali posso pensare di essermene servito molto bene e che sono diventate col tempo qualcosa di ben curato. In seconda battuta superai il pensiero della macchina per scrivere rimanendo fedele all’idea del manoscritto, alla legge delle dita. Non è tutto questo di nuovo espresso in maniera oltremodo inappropriata? Già della gita, intenzione che poi fu realizzata. Se mi è consentito rendere edotto il caro lettore di un’idea che mi ballava in mente, allora l’espressione svizzero-tedesca Cheib potrebbe avere origine da nessun altro luogo se non dall’ Oriente.

 ⋯ Il fatto è questo, che lessi in un articolo di giornale della Kaaba musulmana che è un oggetto sacro relativamente antico. Non mi avesse colpito la parentela, non avrei pensato che i primi abitanti della Svizzera, almeno nel primo medioevo, designarono gli Orientali, con i quali, come insegna la storia, in quanto Europei ebbero a che fare in modo anche violento, quali Cheibe, cioè come coloro cui la Kaaba indica il cammino fino alle regioni più lontane e alla quale da ogni luogo ritornano. Cabala, Kaaba e Keib, tutto ciò rinvia chiaramente ad un tempo nel quale la voce popolare diffamava tranquillamente ciò che aveva a che fare con l’Islam. Da parte loro e in modo simile i Cheibe potrebbero aver avuto a che fare, con loro piacere, con membri della cristianità. Ciò che rende arduo un bosco di notte è l’invisibilità dei tronchi, con la cui plausibile presenza occorre fare i conti e che si incontrano avanzando a tentoni da ogni lato. Ma come mi sono piaciute e non dimentico due o tre tortine di ricotta durante un concerto di musiche di Donizetti, che mi misi ad ascoltare e durante l’ascolto mi fece intimamente giubilare. Non mi feci dunque scoraggiare e tenacemente e in maniera duratura dissi di sì al manoscritto. Che appartenga al mio carattere una certa fedeltà mi sembra legittimarmi a credere che si possa credere qui e là in me, cosa che io, a dirlo apertamente, non ritengo per forza necessaria. E durante la passeggiata domenicale non mi sono fermato in nessuna locanda. L’ho ritenuto un successo.

Crediti
 • Antonio Devicienti •
 • L'infinita pazienza •
 • Fonte •
  • Ottobre 1927, n. 409 •
 • Pinterest •   •  •

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