Non più dissolte nella loro ambivalenza le parole si accumulano e fanno senso, un Senso che ricevono dal modello in cui si riproducono, senza poter nulla restituire perché nell’ordine del discorso, la parola che non si inserisce, o il cui messaggio minaccia di modificare o addirittura di travolgere il Senso, viene subito espunta. Foucault che ha fatto l’elenco delle procedure di esclusione, ha indicato tra le prime l’interdetto, per cui non si ha il diritto di dire tutto in qualsiasi circostanza e su qualsiasi cosa. Ci sono rituali di circostanza, diritto esclusivo di chi parla, ragioni censurate come la sessualità e la politica, dove nella parola la prima potrebbe placarsi, la seconda pacificarsi. Ma la parola non é solo qualcosa che si pronuncia; come espressione privilegiata dello scambio essa rinvia e conduce ad un luogo d’ascolto, e qui scattano il rigetto e la sordità, quella sordità per cui non si capisce quello che si rifiuta. Ne sanno qualcosa le parole dei bambini, dei vecchi e dei folli, parole sempre rinviate a sé stesse e sempre ripetute per nessun ascolto. Parole che circolano da sole, senza destinatario, quindi senza importanza, senza effetto, senza con-seguenze, puro rumore. Si dirà che tutto questo oggi è finito o sta per finire. Niente di più falso. Perché finché le parole del bambino saranno ascoltate dall’attenzione pedagogica, e quelle del folle decifrate dallo psichiatra o dallo psicanalista, queste parole vengono rigettate su sé stesse senza risposta, al massimo servono all’accumulo del sapere, all’economia della scienza. Non scambio simbolico, ma raccolta di dati. Ancora una volta il capitale e la sua legge.
I rituali di circostanza
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