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Un romanzo non soltanto racconta, ma ci permette di assistere a una storia o ad alcuni eventi o a un pensiero, e nell’assistervi ci permette di comprendere. Sapere tutto ciò – credere di saperlo, più esattamente – a volte non risulta sufficiente per lo scrittore, mentre scrive. Vi sono momenti in cui alzo lo sguardo dalla macchina da scrivere e mi estranio dal mondo da cui sto emergendo, e mi domando come, nella mia età adulta, possa dedicare tante ore e tanta fatica a qualcosa di cui il mondo, me compreso, potrebbe fare tranquillamente a meno; come possa impegnarmi a riferire una storia che io stesso vado scoprendo man mano che la costruisco, come possa trascorrere parte della mia vita calato nella finzione, a far succedere cose che non succedono, con la stravagante e presuntuosa idea che tutto questo possa un giorno interessare qualcuno. Come, secondo la definizione dell’attività letteraria data dal romanziere e saggista e poeta Robert Louis Stevenson, possa starmene «a giocare in casa, come un bambino, con della carta». Ogni scrittore è ancora di più lettore, e lo sarà sempre: abbiamo letto più libri di quelli che potremo mai scrivere, e sappiamo che quell’interesse, quell’appassionarsi, è possibile perché lo abbiamo sperimentato centinaia di volte; e che talvolta comprendiamo meglio il mondo o noi stessi attraverso quelle figure fantasmali che percorrono i romanzi o quelle riflessioni fatte da una voce che sembra non appartenere del tutto all’autore né al narratore, cioè, non del tutto a nessuno di loro. Scopriamo anche che forse scriviamo perché alcune cose possiamo soltanto pensarle mentre lo facciamo, anche se quando mi domandano, molto spesso, perché scrivo, preferisco rispondere che lo faccio per non avere un capo e per non alzarmi presto. Oltretutto, credo che sia vero, molto di più di quanto ho appena finito di dire.

Crediti
 • Javier Marías •
  • dal discorso pronunciato nel 1995 a Caracas durante la cerimonia per la consegna del Premio Rómulo Gallegos •
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