
– Lei è povero… Lei è povero, non è vero? – chiese WolandIl barista ritirò la testa tra le spalle in modo che si vide che era un uomo povero.
– Quanti soldi ha da parte?
La domanda era posta con tono compassionevole, eppure non si può non riconoscere che una domanda del genere era indelicata. Il barista esitò.
– Duecentoquarantanovemila rubli in cinque casse di risparmio, – echeggiò dalla stanza vicina una voce sconosciuta rotta- e a casa, sotto il pavimento, duecento pezzi d’oro da dieci rubli.
Sembrava che il barista si fosse saldato al suo sgabello.
– Si, non è una gran somma, – disse Woland con condiscendenza al suo ospite, – anche se, a ben guardare, a lei non serve. Quand’è che morrà?
A questo punto il barista si ribellò.
– Questo non lo sa nessuno, e non riguarda nessuno, – rispose.
– Figuriamoci se non lo si sa, – si sentì – provenire dallo studio quella stessa voce volgare. – E che è? Il binomio di Newton? Morrà tra nove mesi, nel febbraio dell’anno prossimo, per un cancro al fegato, nella clinica dell’Università di Mosca, quarta corsia.
Il barista divenne giallo in volto.
– Nove mesi… – contava pensieroso Woland – Duecentoquarantanovemila… fa, in cifra tonda, ventisettemila al mese… È un po’ poco, ma, a vivere modestamente, bastano… E poi ci sono le monete d’oro…
– Non riuscirà a cambiarle, – s’intromise la stessa voce, raggelando il cuore del barista. – Alla morte di Andrej Fokich, la casa sarà subito demolita e le monete saranno inviate alla Banca di stato.
– Però io non le consiglierei di andare in clinica, – continuò Woland – Che senso ha morire in una corsia, con l’accompagnamento dei gemiti e dei rantoli dei malati inguaribili? Non sarebbe meglio organizzare con quei ventisettemila rubli una bella festa e prendere del veleno, trasferirsi nell’altro mondo al suono della musica, circondato da belle ragazze ebbre e da amici scanzonati?
Il barista sedeva immobile ed era molto invecchiato.







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