Siddharta Gautama

Fondato in India da Siddharta Gautama, detto Buddha, (566-486 a.C.), il Buddismo è, nella sua chiave classica, la dottrina che ha avuto maggior diffusione, sia nell’Asia centrale che nell’Estremo Oriente come nel Sud-Est asiatico, e, particolarmente, in Giappone e in Cina. Colpito dalla sofferenza nel mondo, Siddharta rinunciò ad una vita ricca e priva di preoccupazioni per dedicarsi alla ricerca del perché del dolore nel mondo. Un giorno, fermandosi a meditare sotto un fico, ricevette “l’illuminazione” e diventò così “Buddha”, ossia il “Risvegliato”.

Buddha individua quattro verità fondamentali: 1) nel mondo c’è dolore; 2) il dolore ha una causa; 3) il dolore può essere superato; 4) il modo per eliminare il dolore è la pratica dell’Ottuplice Sentiero. Dolore e sofferenza sono fatti universali. Causa del dolore è il desiderio, ovvero la brama del piacere. La soppressione del dolore sta nell’annientamento di questa brama, nel bandirla e liberarsi da essa distaccandosene. La via che conduce alla soppressione del dolore è l’Ottuplice Sentiero: “Questa, o monaci, è la santa verità circa il sentiero che conduce alla soppressione del dolore; è l’augusto Ottuplice Sentiero e cioè: retta fede, retta decisione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto ricordo, retta concentrazione”. Questo Ottuplice Sentiero porta a prendere coscienza di sé, del proprio intimo, porta alla sapienza e fuga l’ignoranza; il suo frutto consiste nella serenità, nella conoscenza e nella illuminazione, ovvero in quello stato di perfetta tranquillità e felicità denominato il “Nirvana”. Esso è beatitudine suprema e quiete interiore non descrivibili a parole; solo chi lo ha sperimentato può sapere che cos’è.

Il raggiungimento del Nirvana è legato al karma, concetto che il Buddismo ha ereditato dall’Induismo. Il karma è il nostro agire o, meglio, è il frutto delle nostre azioni, il nostro merito o demerito da cui dipende il genere della reincarnazione, se ad un livello superiore od inferiore. Ma c’è la possibilità di arrivare al Nirvana e di porre fine alle sofferenze nella stessa vita presente mediante salda rinuncia all’attaccamento per le cose mondane, vincendo così il timore della morte e guadagnando l’estasi, vale a dire un uscire conclusivo e stabile dal sé fisico al di là delle contingenze ed angosce del divenire, al di là della caducità del sensibile. Il mondo è un assieme di fenomeni che si succedono e si sovrappongono dai tempi dei tempi senza che vi sia stata una prima origine, senza che possa un dì fermarsi. E però in questo mondo esiste anche, all’interno dei fenomeni, un fondamento costitutivo immutevole, ineluttabile, eterno e perfetto. Con la morte del corpo l’Arhat, ossia colui che è degno di venerazione per aver conseguito il Nirvana, trova perpetua dimora spirituale in tale fondamento cosmico, non macchiato o contaminato da alcuna impurità e la cui natura è Pace. Come dice il quarto dei Quattro Sigilli del Buddhismo “Il Nirvana è Pace”. Non è condizione riservata solo a pochi privilegiati; tutti sono in grado di raggiungerlo pur essendo pochi coloro che vi giungono in maniera perfetta.

Il Buddismo non ha un Dio personal; respinge quindi la nozione di anima creata da Dio ed intesa come sostanza individuale autonoma e immortale rispetto al corpo. Sostiene che non c’è nessuna anima ma che vi è, dunque, una non-anima, chiamata “anatta”. L’anima o l’io o il sé non esistono. Quel che è detto “io” è una combinazione continuamente mutevole di forze ed energie mentali e fisiche di per sé vuote, irreali. Noi siamo abituati a dire che il corpo o le abitudini o i pensieri di una persona appartengono ad un sé, ritenendo in tal modo che, oltre a ciò che è posseduto, vi sia anche un possessore di tali processi. Ma per il Buddismo si tratta soltanto di un modo di pensare. Oltretutto, è proprio la credenza in un sé sostanziale che sta alla base della sofferenza poiché ci incatena ad un sé sofferente, incollato agli stati psichici e fisici rendendo impossibile il distacco liberatorio del Nirvana in cui cessa ogni moto.

In Giappone il Buddismo ha assunto la forma Zen (meditazione), ovvero di un silenzioso concentrarsi in una contemplazione liberatoria dalle passioni fino a raggiungere uno stato di “vuoto” dello spirito. Il pensiero giapponese concepisce l’esistenza come un continuo cambiamento e divenire fenomenico. Ma il fenomeno non ha sostanzialità poiché la realtà fenomenica è costituita dal nulla: il fenomeno è ciò che è vuoto e il vuoto è ciò che è fenomeno. È il principio dell’impermanenza delle cose mondane. Quando l’uomo comprende che, in realtà, tutto ciò che ci circonda è vano ed illusorio, allora percepisce e riconosce il Budda. Ogni oggetto e persona considerati singolarmente non hanno propria sostanza ma esistono in virtù delle relazioni con l’altro e si manifestano insieme ad esse. L’unica realtà autentica è il cosmo nella sua totalità, che dà vita ad un perenne equilibrio tra i mondi.

La logica giapponese rifiuta il dualismo vero/falso. La realtà è perenne divenire, perciò non si possono definire i fenomeni secondo le categorie della verità o falsità. Il mondo non è bianco o nero, non corrisponde ad una logica binaria ma plurivoca, che cambia di continuo e senza preavviso. L’autentica conoscenza del reale avviene soltanto tramite uno stato di illuminazione interiore cui si giunge mediante tecniche meditative e che costituisce la condizione per una conoscenza immediata, spontanea, che non separa il soggetto e l’oggetto.

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