Il carattere sacro della vittima
In numerosi rituali, il sacrificio si presenta in due opposte maniere, ora come una cosa molto santa da cui non ci si potrebbe astenere senza grave negligenza, ora, invece, come una specie di delitto che non si potrebbe commettere senza esporsi a rischi altrettanto gravi. Per rendere conto di questo duplice aspetto, legittimo e illegittimo, pubblico e quasi furtivo, del sacrificio rituale, Hubert e Mauss, invocano il carattere sacro della vittima. È criminale uccidere la vittima perché essa è sacra…ma la vittima non sarebbe sacra se non la si uccidesse. Si ha qui un circolo che riceverà in seguito, e conserva ai giorni nostri, il nome sonoro di ambivalenza. C’è un mistero del sacrificio. La pietà dell’umanesimo classico addormenta la nostra curiosità ma lo studio assiduo degli autori antichi la risveglia. Il mistero resta, oggi, più che mai impenetrabile. Nel modo in cui viene trattato dai moderni, non si sa se a prevalere sia la distrazione, l’indifferenza o una specie di segreta prudenza. Sarà questo un secondo mistero o lo stesso? Perché, per esempio, non ci si chiede mai quali rapporti intercorrano tra il sacrificio e la violenza? Studi recenti suggeriscono che i meccanismi fisiologici della violenza variano ben poco da un individuo all’altro, perfino da una cultura all’altra. Secondo Storr, niente assomiglia maggiormente a un gatto o ad un uomo adirato di un altro gatto o di un altro uomo adirato. Se la violenza avesse un ruolo nel sacrificio, perlomeno a certi stadi della sua esistenza rituale, si possiederebbe allora un elemento di analisi interessante perché indipendente, se non altro in parte, da variabili culturali spesso ignote, poco note, o meno ben note, forse, di quel che ci immaginiamo. Una volta destato, il desiderio di violenza comporta certi mutamenti corporali che preparano gli uomini alla lotta. Tale disposizione violenta ha una certa durata. Non bisogna vedere in essa un semplice riflesso che interromperebbe i suoi effetti appena lo stimolo cessa di agire. Storr osserva che è più difficile placare il desiderio di violenza che farlo scattare, soprattutto nelle normali condizioni della vita in società. La violenza viene di frequente definita irrazionale. Eppure non le mancano i motivi; sa anzi trovarne di ottimi quando ha voglia di scatenarsi. Tuttavia, per buoni che siano questi motivi, non meritano mai d’esser presi sul serio. Sarà la violenza stessa a dimenticarli se soltanto l’oggetto inizialmente preso di mira rimarrà fuori tiro e continuerà a sfidarla. La violenza inappagata cerca e finisce sempre per trovare una vittima sostitutiva. Alla creatura che eccitava il suo furore, ne sostituisce improvvisamente un’altra che non ha alcuna ragione particolare per attirare su di sé i fulmini del violento, tranne quella d’essere vulnerabile e di capitargli a tiro. Si può ingannare la violenza insomma, soltanto nella misura in cui non la si privi di ogni sfogo, e le si procuri qualcosa da mettere sotto i denti.

Crediti
 • René Girard •
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