Renato Guttuso ⋯ L'occupazione delle terre incolte in Sicilia

Le volontà dei membri della comunità potrebbero scagliarsi ciascuna nel conseguimento dei propri interessi privati, molteplici, contrapposti, e in questa maniera la potenza o la forza della volontà di uno annullerebbe quella dell’altro, e darebbe come risultato l’impotenza. Al contrario, se le volontà potessero unire i propri obiettivi, i propri propositi, i propri fini strategici, raggiungerebbero (sommando organicamente le loro forze come una “volontà-divivere-comune”) maggiore potenza.

La possibilità di unire la forza cieca della volontà è la funzione propria della ragione pratico-discorsiva. La comunità, come comunità comunicativa, linguistica, è quella in cui i suoi membri possono darsi ragioni gli uni agli altri per arrivare ad accordi. Mediante l’uso di argomenti dei più diversi tipi (che possono essere narrazioni mitiche, espressioni artistiche come il teatro, o finanche le più astratte formulazioni esplicative scientifiche) come espressione retorica pubblica in riferimento alla comunità di volontà, e quando il cittadino partecipa simmetricamente, si può arrivare a consensi, a volte non intenzionali bensì accettati per tradizione e non per questo meno vigenti, che producono la convergenza delle volontà fino a un bene comune. Questo è ciò che possiamo denominare propriamente “potere politico”.

Questo consenso – consensus populi lo chiama intorno al 1546 Bartolomé de Las Casas, difendendo gli indigeni del Perù contro gli encomenderos* – non può essere frutto di un atto di dominazione o violenza, dove si obbligherebbe le volontà a negare il loro “proprio-volere-vivere” a favore del “volere-vivere-del-sovrano” (il Re), come lo proponeva Th. Hobbes. In questo caso il potere politico rimaneva debilitato all’estremo perché contava soltanto una sola volontà attiva, creatrice, quella dell’unico attore (il Re come Stato, come Leviatano dispotico), e ciascun cittadino negava la sua volontà. Senza il fondamento della volontà decisa dai cittadini, dalla comunità politica, dal popolo, colui che esercita il potere rimane egli stesso debilitato, come sospeso in aria o impotente. Il consenso deve essere un accordo di tutti i partecipanti, come soggetti, liberi, autonomi, razionali con eguale capacità di intervento retorico, affinché la solidità dell’unione delle volontà abbia consistenza per resistere agli attacchi e creare le istituzioni che gli diano permanenza e governabilità.

È, quindi, un “potere comunicativo” (approssimativamente come lo descrive Hannah Arendt). Quanta più partecipazione c’è dei singoli membri nella comunità di vita, quanto più si adempie alle rivendicazioni particolari e comuni, per convinzione ragionata, il potere della comunità, il potere del popolo, si trasforma in una muraglia che protegge, e in un motore che produce e innova.

Il liberalismo affermò la priorità di questo momento formale dell’autonomia e libertà dei cittadini (a partire da J. Locke); le politiche di destra affermano il primato della volontà, un vitalismo più o meno irrazionalista (come nel caso di C. Schmitt). Si devono articolare entrambe le determinazioni con una mutua costituzione senza ultima istanza.

* Una sorta di feudatari spagnoli in America, ai quali il governo centrale affidava il potere su territori e comunità indigene.

Crediti
 • Enrique Dussel •
 • Venti tesi di politica •
 • trad. Antonino Infranca •
 • Pinterest • Renato Guttuso L'occupazione delle terre incolte in Sicilia •  •

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