⋯

Vivere certo, è un po’ il contrario di esprimere. Secondo i grandi maestri toscani, è testimoniare tre volte, nel silenzio, nella fiamma e nell’immobilità. Ci vuole molto tempo per capire che i personaggi dei loro quadri, si incontrano ogni giorno nelle vie di Firenze o di Pisa. Ma, allo stesso modo, non sappiamo più vedere il vero viso di coloro che ci circondano. Non guardiamo più i nostri contemporanei, avidi soltanto di ciò che in essi serve ad orientarsi o a dar norma alla nostra condotta. Al volto preferiamo la sua poesia più volgare. Ma Giotto e Piero della Francesca sanno benissimo che la sensibilità di un uomo non è nulla. E, cuore, ne hanno tutti. Ma i grandi sentimenti semplici ed eterni attorno ai quali gravita l’amore di vivere, odio, amore, lacrime e gioie crescono a profondità d’uomo e modellano la fisionomia del suo destino – come nella deposizione del Giottino, il dolore che fa stringere i denti a Maria. Nelle immense maestà delle chiese toscane, vedo certamente una folla di angeli dai visi in definitivamente ricalcati, ma in ognuna di queste facce mute ed appassionate riconosco una solitudine.

 ⋯ È proprio il caso di parlare di pittoresco, di episodio, di sfumature o di commozione. Di parlare di poesia. È la verità che conta. E io chiamo verità ciò che continua. C’è un insegnamento sottile nel pensare che, sotto questo aspetto, solo i pittori possono saziare la nostra fame. Essi hanno il privilegio di farsi romanzieri del corpo. Lavorano nella materia magnifica e futile che si chiama presente. E il presente si raffigura sempre in un gesto. Non dipingono un sorriso o un pudore fugace, rimpianto o attesa, ma un viso nel suo rilievo di ossa e nel suo calore di sangue. Da queste facce coagulate in linee eterne, essi hanno per sempre cacciato la maledizione dell’anima: a prezzo della speranza. Perché il corpo ignora la speranza. Esso non conosce che il pulsare del sangue. L’eternità che gli è propria è fatta d’indifferenza. Come quella Flagellazione di Piero della Francesca, dove, in una corte lavata di fresco, il Cristo giustiziato e il carnefice dalle grosse membra lasciano sorprendere nei loro atteggiamenti lo stesso distacco. Questo supplizio infatti non ha séguito. E la sua lezione si ferma alla cornice della tela. Perché commuoversi per chi non aspetta il domani? Questa impassibilità e questa grandezza dell’uomo senza speranza, questo eterno presente, è proprio quello che avveduti teologi hanno chiamato inferno. E l’inferno, come tutti sanno, è anche sofferenza della carne. A questa carne si fermano i Toscani, e non al suo destino. Non ci sono dipinti profetici. E non nei musei bisogna cercare ragione di sperare.

 ⋯ L’immortalità dell’anima preoccupa molte persone intelligenti, è vero. Ma perché esse rifiutano, prima di averne esaurito la linfa, la sola verità data loro, che è il corpo. Perché il corpo non pone problemi o, almeno, conoscono l’unica soluzione che esso propone: è una verità che deve corrompersi e la quale perciò assume un’amarezza e una nobiltà che essi non osano guardare in faccia. Le persone di retta intelligenza preferiscono la poesia, perché riguarda l’anima. Si sente che giuoco sulle parole. Ma s’intende anche che voglio solamente consacrare come verità una poesia più alta: la fiamma nera che da Cimabue a Piero dalla Francesca i pittori italiani hanno innalzato fra i paesaggi toscani come la protesta lucida dell’uomo gettato su una terra il cui splendore e la cui luce gli parlano senza posa di un Dio che non esiste. A forza d’indifferenza e d’insensibilità, capita che un viso raggiunga la grandezza minerale di un paesaggio. Come certi contadini spagnoli arrivano ad assomigliare agli olivi delle loro terre, così i visi di Giotto, spogliati delle ombre derisorie in cui si manifesta l’anima, finiscono per congiungersi alla stessa Toscana nel solo insegnamento di cui essa sia prodiga: un praticare la passione a danno dell’emozione, un miscuglio di ascesi e di godimenti, una risonanza comune alla terra e all’uomo, per cui l’uomo, come la terra, si situa a metà strada fra la propria miseria e l’amore.

 ⋯ Non ci sono molte verità di cui il cuore sia sicuro. E conoscevo tutta l’evidenza di questa certe sere in cui l’ombra cominciava a inondare di una grande tristezza muta le vigne e gli olivi della campagna fiorentina. Ma in questo paese la tristezza non è mai altro che un commento alla bellezza. E nel treno che filava nella sera, sentivo qualcosa sciogliersi in me. Posso pensare oggi che, avendo il volto della tristezza, si chiamasse nondimeno felicità? Sì l’Italia prodiga anche col suo paesaggio la lezione illustrata dagli italiani. Ma è facile perdere la felicità, perché è sempre immeritata. Così per l’Italia. E la sua grazia, spesso improvvisa, non sempre immediata. Più di qualsiasi altro paese, essa invita all’approfondimento di un’esperienza di cui tuttavia essa sembra metterci in possesso fin dalle prime volte. Perché fin da principio essa prodiga poesia per nascondere meglio la sua verità. I suoi sortilegi sono riti d’oblio: gli oleandri di Monaco, Genova piena di fiori e di odori di pesce e le sere turchine sulla costa ligure. Poi Pisa finalmente e con lei un’Italia che ha perduto il fascino un po’ volgare della riviera. Ma è ancora facile, e perché non prestarsi per un po’ alla sua grazia sensuale? Quanto a me, che qui non ho costrizioni (e sono privato delle gioie del viaggiatore braccato poiché un biglietto a prezzo ridotto costringe a rimanere per un certo tempo nella città “di mia scelta”), la mia pazienza ad amare e a capire mi sembra senza limite questa prima sera in cui, stanco e affamato, entro in Pisa, accolto sul viale della stazione da dieci altoparlanti tonanti che riversano un’ondata di canzoni su una folla quasi completamente giovane. So già che cosa mi aspetto. Dopo questo balzo di vita, ci sarà quello strano istante, i caffè chiusi e il silenzio improvvisamente ritornato, in cui andrò per vie brevi e buie verso il centro della città. L’Arno nero e dorato, i monumenti gialli e verdi, la città deserta, come descrivere questa malizia così improvvisa ed abile con cui alle dieci di sera Pisa si cambia in uno sfondo di silenzio, d’acqua e di pietre. ‹‹ In una notte come questa, Jessica! ›› Su questa scena unica, ecco apparire gli dei con la voce degli amanti di Shakespeare… È necessario sapersi dare al sogno quando il sogno si da a noi. In fondo a questa notte italiana sento già i primi accordi di quel canto più intimo che si viene a cercare qui. Domani, solamente domani la campagna prenderà concretezza nel mattino. Ma questa sera, eccomi dio, fra gli dei e, davanti a Jessica che fugge ‹‹ i passi impetuosi dell’amore ›› , unisco la mia voce a quella di Lorenzo. Ma Jessica è solo un pretesto, e l’impeto d’amore va oltre. Sì, credo che Lorenzo l’ami meno di quanto non le sia riconoscente per la possibilità d’amare. Ma perché pensare questa sera agli Amanti di Venezia e dimenticare Verona? Non c’è nulla qui che inviti ad amare gli innamorati infelici. Nulla è più vano che morire per amore. Bisognerebbe vivere. E Lorenzo vivo è meglio di Romeo sotterrato, nonostante il suo rosaio. Come non danzare allora in queste feste dell’amore vivo – dormire di pomeriggio sulla bassa erba della Piazza del Duomo, fra i monumenti che c’è sempre tempo di visitare, bere alle fontane della città dove l’acqua era un po’ tiepida ma fluida, rivedere ancora quel viso di donna che rideva, il naso lungo e la bocca fiera. È solamente necessario capire che questa iniziazione prepara a illuminazioni più alte. Sono i cortei sfavillanti che conducono i miti dionisiaci a Eleusi. È nella gioia che l’uomo prepara le sue lezioni e, giunta al più alto grado di ebbrezza, la carne diviene cosciente e consacra la propria comunione con un sacro mistero il cui simbolo è il sangue nero. L’oblio di sé attinto nell’ardore di questa prima Italia, prepara a quella lezione che ci scioglie dalla speranza e ci sottrae alla nostra storia. Doppia verità del corpo e dell’istante, come è possibile non afferrarci allo spettacolo della bellezza come ci si aggrappa alla sola felicità attesa, che deve affascinarci, ma al tempo stesso perire.

 ⋯ Il materialismo più ripugnante non è quello che la gente crede, ma quello che vuole far passare idee morte per realtà vive e sviare sui miti sterili l’attenzione ostinata e lucida che portiamo verso ciò che in noi deve morire per sempre. Ricordo che a Firenze, nel chiostro dei morti, alla Santissima Annunziata, fui sopraffatto da qualcosa che ho potuto scambiare per angoscia e non era altro che collera. Pioveva. Leggevo le iscrizioni sulle lapidi funerarie e sugli ex voto. Questo era stato padre tenero e marito fedele; quest’altro, oltre al migliore dei mariti, abile commerciante. Una giovane donna, modello di tutte le virtù, parava il francese ‹‹ sì come il nativo ››. La fanciulla era tutta la speranza dei suoi, ‹‹ ma la gioia è pellegrina sulla terra ››. Ma nulla di tutto questo mi colpiva. Quasi tutti, secondo le iscrizioni, si erano rassegnati a morire, certamente anzi, visto che accettavano gli altri doveri. Oggi, i bambini avevano invaso il chiostro e giocavano alla cavallina sulle lapidi che volevano perpetuare le loro virtù. Scendeva la notte, io mi ero seduto per terra, appoggiato a una colonna. Un prete, passando, mi aveva sorriso. Nella chiesa, l’organo suonava cupo e il colore caldo delle sue note ricompariva talvolta dietro il gridio dei bambini. Solo contro la colonna, ero come uno preso alla gola, che grida la sua fede come ultima parola. Tutto in me protestava contro una simile rassegnazione. ‹‹ Bisogna ››, dicevano le iscrizioni. Ma no, e la mia rivolta aveva ragione. Dovevo seguire passo passo quella gioia che andava indifferente e assorta come un pellegrino sulla terra. E, quanto al resto, dicevo di no. Dicevo di no con tutte le mie forze. Le lapidi mi insegnavano che era inutile e che la vita è ‹‹ col sol levante col sol cadente ››. Ma, anche oggi, non vedo che cosa l’inutilità tolga alla mia rivolta e so bene che cosa le aggiunge. Del resto, non è questo che volevo dire. Vorrei distinguere un po’ più da vicino una verità che sentivo allora nel cuore stesso della mia rivolta, della quale essa non era che il prolungamento, una verità che andava dalle piccole rose tardive del chiostro di Santa Maria Novella alle donne di quella domenica mattina a Firenze, coi seni liberi negli abiti leggeri e le labbra umide. All’angolo di ogni chiesa, quella domenica, quella domenica, c’erano banchi di fiori, rigogliosi e brillanti, imperlati di gocce. Ci trovavo allora una specie di “ingenuità” e nello stesso tempo una ricompensa. In quei fiori come in quelle donne, c’era un’opulenza generosa ed io non vedevo come desiderare gli uni differisse molto dall’appetire le altre. Bastava lo stesso cuore puro. Non avviene molto spesso che un uomo si senta il cuore puro. Ma almeno, in quel momento, suo dovere è di chiamare verità ciò che l’ha singolarmente purificato, anche se questa verità può ad altri sembrare bestemmia, come nel caso di ciò che pensavo quel giorno: avevo trascorso la mattinata in un convento di francescani, a Fiesole, pieno dell’odore dei lauri. Ero rimasto a lungo in un cortiletto gonfio di fiori rossi, di sole, di api gialle e nere. In un angolo c’era un annaffiatoio verde. Prima avevo visitato le celle dei monaci, e visto i loro tavoli guarniti d’un teschio. Ora questo giardino testimoniava le loro ispirazioni. Ero ritornato verso Firenze, lungo la collina che scendeva verso la città offerta con tutti i suoi cipressi. Quello splendore del mondo, le donne e i fiori, mi sembravano come la giustificazione di quegli uomini. Non ero sicuro che non fosse anche quella di tutti gli uomini che sanno che un punto estremo di povertà è sempre vicino al lusso e alla ricchezza del mondo. Fra la vita di questi francescani, chiusi fra colonne e fiori, e quella dei giovani della spiaggia Padovani a Algeri che passano tutto l’anno al sole, sentivo una risonanza comune. Se si spogliano, se rinunciano, è per una vita più grande (e non per un’altra vita). È almeno il solo uso valido della parola “spogliazione”. Essere spoglio conserva sempre un senso di libertà fisica e questo accordo della mano e dei fiori – questa amorosa intesa della terra e dell’uomo staccato dall’umano – ah! Mi ci convertirei se non fosse già la mia religione. No, non può essere una bestemmia – e nemmeno se dico che il sorriso interiore dei san Francesco di Giotto giustifica quelli che hanno il gusto della felicità. Perché i miti stanno alla religione come la poesia sta alla verità, maschere ridicole poste sulla passione di vivere.

 ⋯ Debbo dire di più? Gli stessi uomini che, a Fiesole, vivono davanti ai fiori rossi hanno nella cella il teschio che alimenta le loro meditazioni. Firenze alla finestra e la morte sul tavolo. Una certa continuità nella disperazione può generare la gioia. E ad una certa temperatura di vita, l’anima e il sangue mescolati vivono comodamente su delle contraddizioni, indifferenti tanto al dovere che alla fede. Non mi stupisce più allora che su un muro di Pisa una mano allegra abbia così riassunto la sua singolare nozione dell’onore: ‹‹ Alberto fa l’amore con la mia sorella ››. Non mi stupisce più che l’Italia sia la terra degli incesti, o per lo meno, il che è più significativo, degli incesti ammessi. Perché la strada che va dalla bellezza all’immoralità è tortuosa ma certa. Immersa nella bellezza, l’intelligenza si pasce del nulla. Davanti a questi paesaggi la cui grandezza lascia con la gola stretta, ognuno dei suoi pensieri è un tratto di penna che cancella l’uomo. E presto, negato, coperto, ricoperto, e offuscato da tante convinzioni soffocanti, egli non è più altro davanti al mondo che questa macchia informe che conosce solo verità passive, o il proprio colore, o il proprio sole. Paesaggi così puri inaridiscono l’anima e la loro bellezza è insopportabile. In questi vangeli di pietra, cielo e acqua, è detto che nulla resuscita. Ormai, in fondo a questo deserto magnifico per il cuore, comincia per gli uomini di questi paesi la tentazione. Che c’è di sorprendente se menti elevate davanti allo spettacolo della nobiltà, nell’aria rarefatta della bellezza, restano poco persuasi che la grandezza possa unirsi alla bontà? Un’intelligenza senza dio che la completi cerca un dio in ciò che la nega. Borgia arrivando in Vaticano esclama: ‹‹ Ora che Dio ci ha dato il papato, bisogna affrettarsi a goderne. ›› E fa come dice. Affrettarsi è la parola giusta. E si sente già la disperazione così particolare agli esseri appagati. Forse mi sbaglio. Perché a Firenze fui felice e tanti altri prima di me. Ma che altro è la felicità se non il semplice accordo fra un essere e l’esistenza che conduce? E quale più legittimo accordo può unire l’uomo alla vita se non la duplice coscienza de suo desiderio di durare e del suo destino di morte? Almeno s’impara a non contare su nulla e a considerare il presente come la sola verità che ci venga data ‹‹ in sovrappiù ››. Sento quelli che mi dicono: l’Italia, il Mediterraneo, terre antiche in cui tutto è a misura dell’uomo. Ma dove mai? Mi si indichi la via. Lasciate che apra gli occhi per cercare la mia misura e la mia soddisfazione! O meglio, sì, io vedo Fiesole, Djemila e i porti nel sole. La misura dell’uomo? Silenzio e pietre morte. Tutto il resto appartiene alla storia.

 ⋯ Eppure non bisognerebbe fermarsi qui. Perché non è detto che la felicità sia ad ogni costo inseparabile dall’ottimismo. È legata all’amore – che non è la stessa cosa. E io conosco ore e luoghi in cui la felicità può apparire così amara che se ne preferisce la promessa. Ma in quelle ore e in quei luoghi non avevo abbastanza cuore per amare, cioè per non rinunziare. Qui invece bisogna dire questo entrare dell’uomo nelle feste della terra e della bellezza. Perché in quell’istante egli abbandona al cospetto del dio gli spiccioli della propria personalità, come il neofita gli ultimi veli. Sì, esiste una felicità più alta in cui la felicità sembra inutile. A Firenze salivo nel punto più alto del giardino di Boboli, fino ad una terrazza da cui si scopriva il Monte Uliveto e le colline della città fino all’orizzonte. Gli olivi erano pallidi su ogni collina come minuscole fumate e nella loro foschia leggera si stagliavano le vette più dure dei cipressi, verdi quelli più vicini e neri in lontananza. Grosse nuvole macchiavano il cielo di cui si vedeva l’azzurra profondità. Verso la fine del pomeriggio cadeva una luce argentea in cui tutto diventava silenzio. Prima la cima delle colline era fra le nuvole. Ma s’era levata una brezza che mi sentivo soffiare in viso. Con quella, le nuvole si separarono dietro le colline come un sipario che si apre. Al tempo stesso sembrò che i cipressi della cima salissero con un balzo nell’azzurro improvvisamente scoperto. Insieme salirono lentamente tutta la collina e il paesaggio di olivi e di pietre. Vennero altre nuvole. Il sipario si chiuse. E la collina ridiscese insieme ai cipressi e alle case. Poi di nuovo – e in lontananza su altre colline sempre più sbiadite – la stessa brezza che qui e la apriva o chiudeva le spesse pieghe delle nuvole. In quel grande respirare del mondo, lo stesso soffio finiva a pochi secondi di distanza e riprendeva di tanto in tanto il tema di pietra e d’aria di una fuga a misura del mondo. Ogni volta il tema s’abbassava di un tono: seguendolo un po’ più lontano, mi calmavo un po’ di più. E giunto al termine di quella prospettiva sensibile al cuore, con un’occhiata abbracciavo quella fuga di colline che respiravano tutte insieme e con essa come il canto di tutta la terra. Sapevo che milioni d’occhi hanno contemplato quel paesaggio e per me era come il primo sorriso del cielo. Mi metteva fuori di me nel senso profondo del termine. Mi assicurava che tutto era inutile senza il mio amore e quel bel grido di pietra. Il mondo è bello, e fuor d’esso non c’è salvezza. La grande verità che pazientemente quel paesaggio mi insegnava è che lo spirito non è nulla, e il cuore neppure. La pietra scaldata dal sole o il cipresso che il cielo scoprendosi fa più alto limitano il solo universo in cui abbia un senso ‹‹ aver ragione ›› : la natura senza uomini. E questo mi annulla. Mi porta sino in fondo. Mi nega senza collera. Nella sera che cadeva sulla campagna fiorentina mi sarei avviato verso una saggezza in cui tutto era già conquistato, se non mi fossero venute le lacrime agli occhi e il grosso singhiozzo di poesia che mai empiva non m’avesse fatto dimenticare la verità del mondo.

Bisognerebbe fermarsi su questa oscillazione: istante singolare in cui la spiritualità ripudia la morale, la felicità nasce dall’assenza di speranza, lo spirito trova nel corpo la propria ragione. Se è vero che ogni verità porta la propria amarezza in sé, è anche vero che ogni negazione contiene una fioritura di ‹‹ sì ››. E il canto d’amore senza speranza che nasce dalla contemplazione può anche rappresentare la più efficace regola d’azione. Uscendo dal sepolcro, il Cristo risorgente di Piero della Francesca non ha uno sguardo umano. Non ha dipinto in viso nulla di felice – ma solo una selvaggia grandezza senza anima che non posso fare a meno di intendere come una decisione di vivere. Perché il saggio esprime poco come l’idiota. Ed è una reciprocità che mi manda in estasi.

 ⋯ Ma debbo quest’insegnamento all’Italia o me lo sono estratto dal cuore? Certo è la che mi è apparso. Perché l’Italia, come altri luoghi privilegiati, mi offre lo spettacolo di una bellezza in cui gli uomini muoiono ugualmente. Anche qui la verità deve corrompersi, e che cosa vi è di più esaltante? Anche se la desidero, che farei d’una verità che non debba corrompersi? Non è ala mia misura. E sarebbe finzione amarla. Non tutti capiscono che un uomo non abbandona mai per disperazione quel che costituiva la sua vita. Disperazioni e colpi di testa portano ad altre vie e indicano soltanto un fremente attaccamento alle lezioni della terra. Ma a un certo grado di lucidità può accadere che un uomo si senta il cuore chiuso e volti le spalle, senza rivolta né rivendicazione, a quello che fino allora scambiava per la propria vita, cioè la propria agitazione. Se Rimbaud finisce in Abissinia senza aver scritto una riga, non è per gusto d’avventura né per rinuncia di scrittore. È ‹‹ perché è così ›› e in certe estremità della coscienza si finisce con l’ammettere quel che tutti ci sforziamo di non capire, secondo la nostra vocazione. Sentiamo che si tratta ora di intraprendere la geografia di un certo deserto. Ma questo particolare deserto è sensibile solo a coloro che son capaci di vivervi senza mai ingannare la propria sete. Allora, e allora soltanto, esso si popola delle acque vive della felicità.

A Boboli a portata di mano degli enormi cachi dorati la cui polpa spaccata lasciava uscire un denso sciroppo.  ⋯ Da quella collina lieve a quei frutti succosi, dalla segreta fraternità che mi metteva in accordo col mondo alla fame che mi spingeva verso la polpa arancione al di sopra della mia mano, afferravo l’oscillazione che conduce certi uomini dall’ascesi al godimento e dalla spogliazione a profondersi nella voluttà. Ammiravo, ammiro questo legame che unisce l’uomo al mondo, il doppio riflesso nel quale può intervenire il mio cuore e dettare la sua felicità fino a un preciso limite dove il mondo può completarla o distruggerla. Firenze! Uno dei pochi luoghi d’Europa in cui ho capito che nel cuore della mia rivolta dormiva un consenso. Nel suo cielo misto di lacrime e di sole imparavo a dir sì alla terra e a ardere nella fiamma cupa delle sue feste. Provavo… ma quale parola? quale dismisura? come consacrare l’accordo dell’amore e della rivolta? La terra! In questo gran tempio disertato dagli dei, tutti i miei idoli hanno piedi d’argilla.

I saggi raccolti in questo volume sono stati scritti fra il 1935 e il 1936 (avevo 22 anni) e pubblicati un anno dopo, in Algeria, in un numero ridottissimo di copie. Quell’edizione è introvabile da molto tempo e io ho rifiutato di ristampare il Rovescio e il Diritto. […] Brice Parain pretende spesso che questo libro contenga il meglio di quel che ho scritto. Parain si sbaglia. Conoscendo la sua lealtà, non lo dico per quella impazienza che prende ogni artista di fronte a chi abbia l’impertinenza di preferire quel ch’egli è stato a quel ch’egli è. No, si sbaglia perché a ventidue anni, salvo il genio, uno sa appena scrivere. Però capisco quel che Parin, sapiente nemico dell’arte e filosofo della compassione, vuol dire. Vuol dire, e ha ragione, che c’è più vero amore in queste pagine sgraziate che in tutte quelle che son venute poi.

Crediti
 • Anna Maria Tocchetto •
 • Pensieri spettinati nel loro essere curati •
  • Sorgente: Airamanna •
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