
La natura dell’amore implica – come osservò Lucano due millenni fa e ribadì Francis Bacon molti secoli dopo – essere prigionieri del destino.
Nel Simposio di Platone, Diotima di Mantinea indicò a Socrate, con il suo pieno assenso, che l’amore non è diretto verso ciò che è bello, come pensi, ma verso concepire e nascere nel bello. Amare significa desiderare concepire e procreare, quindi l’amante cerca e si sforza di trovare la cosa bella in cui può concepire. In altre parole, l’amore non trova il suo significato nell’ansia di cose già fatte, complete e finite, ma nell’impulso a partecipare alla costruzione di quelle cose.
L’amore è strettamente legato alla trascendenza; è semplicemente un altro nome dell’impulso creativo e, di conseguenza, è pieno di rischi, poiché ogni creazione ignora sempre quale sarà il suo prodotto finale.
In ogni amore ci sono almeno due esseri, e ciascuno di loro è l’enigma principale dell’equazione dell’altro. Questo è ciò che rende l’amore apparentemente un capriccio del destino, quel futuro inquietante e misterioso, impossibile da prevedere, prevenire o scongiurare, accelerare o fermare. Amare significa aprire la porta a quel destino, alla più sublime delle condizioni umane in cui la paura si fonde con la gioia in una lega indissolubile, i cui elementi non possono più essere separati. Aprirsi a quel destino significa, in ultima analisi, dare libertà all’essere: quella libertà che è incarnata nell’Altro, il compagno nell’amore. Come espresse Erich Fromm: Nell’amore individuale non si trova soddisfazione […] senza vera umiltà, coraggio, fede e disciplina; e poi aggiunse immediatamente, con tristezza, che in una cultura in cui queste qualità sono rare, il raggiungimento della capacità di amare sarà necessariamente un risultato raro.







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