
L’agricoltura praticata alle origini consisteva nel ripulire una parte della selva, piantare manioca e mais finché il suolo, dopo 4-5 anni, era completamente sfruttato e dunque la tribù doveva spostarsi verso nuove terre. La leggenda racconta che un vecchietto di una tribù – Guaraní – stanco di coltivare e poi transumare, decise che non poteva più seguire la tribù per cercare nuove terre. La più giovane delle sue figlie, Yari, decise di aiutarlo e di restare con lui ad aspettare la morte.
Un giorno, alla loro capanna giunse uno sciamano e chiese che cosa desideravano per essere felici. Il vecchietto rispose che voleva avere la forza per raggiungere con Yari la loro tribù. Lo sciamano gli donò allora una pianta verde e profumata, gli insegnò a piantarla, a raccogliere le foglie, a tostarle e triturarle, e a metterle in una zucca vuota, aggiungendo acqua calda o fredda per poi berla. Spiegò loro che l’infusione avrebbe restituito la salute e l’energia al vecchio, e che sarebbe inoltre stata una buona compagnia nelle ore più tristi di solitudine. A questo punto lo sciamano se ne andò.
Nacquero così la pianta del caa-mini e la bevanda caa-y, che gli invasori bianchi adottarono più tardi con il nome di yerba mate in spagnolo e di chimarrao (o erva mate) in portoghese.
Il dono del mate
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