
Negli anni trascorsi, in quegl’anni che sembravano passati per separarli, l’una si era aggrappata ad Algeri, ai vicoli, alla casa di sempre, alla miseria, agli angoli bui, alle grida degli arabi, al mercato e a quella vedovanza cosí prematura e crudele; l’altro a Parigi e ai suoi giri per il mondo. In tutti quegli anni, lui si era sempre ritrovato nella testa un pensiero rivolto a lei, un assillo, una preoccupazione da cui non riusciva a liberarsi mai, neppure per un istante, e quando se ne liberava, era solo perché vi aveva frapposto qualcosa di fragoroso e vitale, di pressante e necessario. Il pensiero costante, in quegli anni adulti, che lo riportava sempre alla madre in quel modo cosí diverso, cosí incomparabile a come pensava a lei quando era bambino. Restava una specie di mistero, chiuso dentro quella insistenza. Il pensiero rivolto a Catherine, come se la terra a cui sentiva di appartenere non fosse né l’Algeria in cui era cresciuto inebriato, né la Francia in cui si era affermato nelle vesti di letterato e intellettuale, né Parigi dove erano nati i suoi gemelli Jean e Catherine, la città-universo dove aveva scritto le parole che lo avevano reso uno tra gli autori più ammirati e ascoltati e controversi; come se la terra a cui sentiva di appartenere, in ogni caso, non potesse essere una città reale, un luogo concreto, ma una persona: sua madre.
I ricordi non erano semplici frammenti di vita che ritornavano, ma ferite che si riaprivano, interrogativi che venivano posti ancora e ancora, come se la vita adulta non potesse fare a meno di affrontare senza sosta quel che c’era stato tra loro, tra la madre e il figlio. A pensarci bene, forse, solo le sue mani erano diverse.
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