Egon SchieleMolti credono che il demonio si annidi nelle pieghe della carne o nelle stanze buie della nostra mente. Hanno paura delle ombre e delle diagnosi spietate dei medici che misurano la sanità con fredda indifferenza. Ma io ho abitato i luoghi dove la carne viene martoriata e ho visto che il vero inferno non è la contenzione fisica. Il manicomio distruggeva le menti, annientava i ricordi, ci trasformava in bestie tremanti, eppure, in quello squallore, c’era una luce segreta. La scienza cercava la radice della mia follia frugando nel cervello, ignorando la vera tragedia che si consuma silenziosamente nel nostro essere più profondo.

Il male non è la sofferenza del corpo, né la ferita del cuore. Il male è l’oblio dell’anima, la sua assenza da se stessa.

L’anima non sente dolore. L’unico dolore che può stare alla pari con l’anima è il suo esilio, la sua involontaria inadempienza.

Chi può veramente sentire dolore è la mente, la mente e il cuore; però l’anima ha un potere soprannaturale: può morire in vita, può dimenticarsi del proprio corpo e della propria schiavitù, può perdere di vista il candore della sua ricerca, quel muro di affanno e di colpa che per tanto tempo ha cercato di inaridire senza mai riuscirvi. L’anima quindi sarà figlia di nessuno ma anche figlia di se stessa e anche vegetazione sublime della sapienza di Dio, della sua intima felicità.

Quando l’anima si allontana, l’uomo diventa un deserto. La mente urla, il cuore sanguina, il corpo si contorce, ma l’anima tace, perché è già altrove. È volata via, come una colomba bianca che lascia il petto aperto, ferito, solo. Il male più grande non è la malattia, non è la follia, non è la morte: è l’anima che si dimentica di essere anima, che si perde nel labirinto della mente, che si fa carne e piange lacrime di carne.

Io ho conosciuto questo esilio. Nei manicomi, nelle notti senza sonno, nei giorni di elettroshock, l’anima mia si è staccata da me. Volava sopra il letto di contenzione, guardava il mio corpo che si dimenava, la mia bocca che gridava parole senza senso, e non riconosceva più quella donna come sua. Era libera, lontana, in un altro cielo, mentre io restavo inchiodata alla croce della mente malata.

Ma l’anima, anche quando si allontana, non muore mai del tutto. Torna sempre, come una sposa infedele che ha bisogno del suo sposo terreno per ricordarsi di essere sposa. Torna con una carezza improvvisa, con una poesia che sgorga nel buio, con un amore folle che spacca le sbarre. L’anima innamorata non sopporta l’esilio a lungo: ha bisogno di soffrire per ricordare chi è.

Il male è necessario, perché senza il buio l’anima non saprebbe di essere luce. Senza la caduta non saprebbe di essere volo. Senza la follia non saprebbe di essere sapienza divina. Io ho benedetto le mie crisi, i miei abissi, le mie notti nere, perché solo lì l’anima si è ricordata di me. Solo nel dolore più atroce ho sentito la sua mano sulla mia fronte, il suo respiro nel mio respiro, la sua voce che mi chiamava per nome: Alda, torna, sono qui, sono sempre stata qui.

L’anima innamorata non teme il male: lo attraversa, lo abbraccia, lo trasforma in canto. Perché sa che il male non è la fine, ma la porta. La porta verso l’amore assoluto, verso il Dio che si nasconde nel cuore spezzato, verso la felicità che nasce solo dopo aver toccato l’inferno.

L’anima è figlia di nessuno e di se stessa perché è figlia di Dio. E Dio è amore, anche quando si nasconde nel dolore. Anche quando sembra assente. Anche quando l’anima, esiliata, crede di essere sola.

Per questo io non ho mai avuto paura della mia sofferenza. Ho avuto paura solo quando l’anima taceva. Ma ora so: anche nel silenzio più profondo, lei canta. Canta per me, canta per tutti noi, canta l’amore che non muore mai.

Quando il canto si leva, ogni prigione diventa un tempio. La poesia è il ponte che l’anima costruisce per tornare a visitare la carne, per perdonarle le sue debolezze e le sue cadute nel fango. Il poeta non è altro che un ladro di fuoco che scende nelle tenebre per illuminare l’esilio terreno. E quando scrivo, io non sono più la reietta, la pazza emarginata; divento la voce stessa che si commuove di fronte alla miseria. Dobbiamo accettare il nostro calvario personale, senza maledire le spine che ci trafiggono, ma attendendo con pazienza innamorata il momento in cui la nostra parte immortale tornerà a farci visita.

Glossario
Crediti
 Alda Merini
 L'anima innamorata
  Capitolo: Il male
  Pubblicazione in Italia: Ottobre 2000
 SchieleArt •   • 



Citazioni correlate

Liberalismo moderno eredita direttamente l'individualismo ⋯ 
Il liberalismo moderno eredita direttamente l'individualismo cristiano sviluppato nel medioevo europeo attraverso una trasformazione secolare progressiva e graduale che universalizzò i diritti naturali rendendoli indipendenti dalla fede religiosa ma mantenendo la fondazione antropologica sulla dignità personale.
 Larry Siedentop  L'invenzione dell'individuo
 Saggistica, Filosofia politica


Un rapporto senza possesso ⋯ 
Tu non sei un mio possesso. Tu non sei un mio dovere. Tu non sei un mio diritto. Tu sei una persona. Una persona con la quale io spero di stabilire un rapporto di amicizia, di amore, di fiducia, e niente di più. Non voglio farti da padrona, ma neanche da schiava.
 Oriana Fallaci  Lettera a un bambino mai nato
 Romanzo, Epistolario, Letteratura femminista


Progresso umano e sofferenza infantile ⋯ 
Non esistono grandi scoperte né reale progresso finché sulla terra esiste un bambino infelice.
 Albert Einstein  Pensieri degli anni difficili
 Etica, Filosofia della scienza, Fisica teorica, Umanesimo


La follia delle virtù isolate ⋯ 
Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane impazzite. Le virtù sono impazzite perché sono state isolate l'una dall'altra e stanno vagando sole. Così ad alcuni scienziati sta a cuore la verità, e la loro verità è spietata. Così ad alcuni umanitari interessa solo la pietà, e la loro pietà (mi spiace dirlo) è spesso falsa.
 Gilbert Keith Chesterton  Ortodossia
 Apologetica cristiana, Filosofia morale, Critica della modernità


La solitudine che si fa da sola ⋯ 
La solitudine non si trova, si fa. La solitudine si fa da sola. L'ho fatta io. Perché ho deciso che era lì che dovevo stare da sola, dove sarei stata sola a scrivere libri. È successo così. Ero a casa da sola. Mi sono chiuso dentro, avevo paura anch'io. E poi l'ho amata. La casa, questa casa, è diventata la casa della scrittura. I miei libri escono da questa casa. Anche di questa luce, del giardino. Da questa luce riflessa dello stagno. Mi ci sono voluti vent'anni per scrivere quello che ho appena detto.
 Marguerite Duras  Scrivere
 Saggistica letteraria, Autobiografia, Scrittura


Tags correlati
Chiavi correlate
Categorie correlate
Riferimenti
Valuta:

Media: 0 (0 voti).