Egon Schiele ⋯ Autoritratto IIleri mattina, domenica, scendendo in automobile a Francavilla, abbiamo incontrata una vecchia che camminava la strada polverosa, portandosi addosso, come un monumento nero, il pesante cumulo dei suoi abiti da festa. È Assunta, una contadina dei nostri ospiti. Scende ogni domenica all’alba da Ari e percorre a piedi i trenta chilometri che separano Ari da Pescara, e va a salutare un suo figliolo apprendista in una officina meccanica. Gli porta due uova, un po’ di cicciottella fresca, poi se ne ritorna a piedi piano piano, trascinando nella polvere quella sua torre di panni scuri, e a notte alta è novamente ad Ari.
Più che lodare questa costanza di madre, io domando perché la madre scende a vedere il figlio, e non sale il figlio piuttosto a vedere la madre?
Il passato è avido di avventure, ma senza reciprocità. Quel giovane apprendista stima probabilmente che tornando dalla città al paese, egli tradirebbe quel destino che, come la locomotiva, non ha occhi se non per guardare davanti a sé. […] Ci fermiamo a bere a una fonte. Donne e ragazzi stanno intorno in positure anacreontiche, la conca poggiata sull’anca.
Ogni fonte è dispensiera di vita: questa per di più dispensa miracoli. Ma non lo dà a divedere, gli stessi miracolati rimangono nell’ignoranza. Ci dicono che non acqua di Fiuggi, né del Tettuccio, né di Chianciano eguaglia le virtù di quest’acqua che scorre libera e generosa a tutti. Ma perché sprecare un’acqua diuretica e purgativa per lavare l’insalata e risciacquare i panni? Il padrone di questa fonte si è convertito al buddismo e passa molte ore del giorno genuflesso davanti a un muro nudo, come davanti a un invisibile altare.
La razza degli Schopenhauer non è ancora spenta, e Budda insegna a prodigare il bene. Anche noi abbiamo bevuto lungamente alla fonte miracolosa, ma senza effetto.
Siamo noi dunque refrattari ai miracoli?

Crediti
 Alberto Savinio
 Dico a te, Clio
  Ari, 14 agosto, 1939
 SchieleArt •  Autoritratto II • 1910

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