Simili mi sono tutte le ombreIl bambino più uomo dell’uomo. Se è vero che tutti siamo ignorati, essenzialmente ignorati, dal momento che per un estraneo è impossibile entrare nella nostra pelle, coincidere anche solo per un attimo con il nostro tutto, il bambino sembra essere più ignorato degli altri, ed è una strana ignoranza. (…) Ma l’uomo è stato bambino. Lo è stato a lungo e, a quanto pare, invano. Qualcosa di essenziale, l’atmosfera interiore, quel non so che in grado di tenere insieme il tutto è svanito, e con esso l’intero mondo dell’infanzia. Il Tempo del bambino, quel Tempo così speciale, Tempo fisiologico creato da un’altra combustione, da un altro ritmo sanguigno e respiratorio, da un’altra velocità di cicatrizzazione, è per noi completamente perduto. L’uomo esce dall’ infanzia come da una malattia e non ha memoria della malattia: ne ha perduto il polso. E quand’anche ritrovassimo quel Tempo, continuerebbero a separarci dal bambino le diecimila verginità perdute. Niente separa e allontana quanto la perdita della verginità. Sguardi dell’infanzia, cosi particolari, ricchi di ciò che ancora non sanno, ricchi di vastità, di deserto, grandi per nescienza, sguardi non ancora legati, densi di tutto ciò che gli sfugge, pregni dell’ancora indecifrato. Sguardi da estraneo, giacché il bambino giunge nel proprio corpo come un estraneo. E’ l’ultimo arrivato nel teatro di posa, bisogna spiegargli tutto, come impostare la voce, dove guardare, dove mettere i piedi. E giunge estraneo anche nella nostra civiltà e sulla terra. Età delle domende. Età dell’oro e delle domande, ed è di risposte che muore l’uomo.

Crediti
 Henri Michaux
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