Il nuovo governo di Crono
Così, con un fervore che ricorda un’impresa alle sue prime fasi, cominciò a funzionare il nuovo governo del mondo. Non più un dispotismo solitario e imprevedibile come quello di Urano, ma un sistema, un meccanismo complesso basato su due principi fondamentali. Da una parte, la responsabilità condivisa e collegiale del Consiglio dei Titani nella gestione delle principali questioni che sarebbero sorte: la regolazione delle acque, l’ordine delle stagioni nascenti, la cura delle prime forme di vita che iniziavano a germinare. Dall’altra, il riconoscimento dell’autorità suprema e incontestabile di Crono, qualora non si raggiungesse un accordo in seno al Consiglio, o nelle decisioni di politica estera – se così si può dire di un mondo ancora popolato solo da divinità. Era una dittatura temperata da una consultazione obbligatoria, una monarchia che si dava le arie di una repubblica per legittimarsi.

In quest’organigramma aziendale divino, i dodici Titani e Titanesse, il nuovo sovrano compreso, erano già stati posizionati, ognuno con i rispettivi poteri e attribuzioni, come ingranaggi di una macchina perfetta. Oceano presiedeva ai suoi flussi, Iperione alla luce celeste, Temi all’equilibrio delle leggi. Il mondo, finalmente liberato dalla morsa di Urano, iniziava a pulsare di attività coordinate, di un’armonia funzionale e imposta.

Ma c’era un’eccezione in questo schema ordinato. A Rea, la più giovane e vibrante delle Titanesse, sorella di Crono, il nuovo sovrano la lasciò, di proposito e dopo attenta riflessione, senza assegnarle alcuna attività professionale, nessun ministero, nessun dominio specifico da amministrare. Mentre tutti gli altri ricevevano i loro incarichi con solenni cerimonie sull’Olimpo, lei rimase a osservare, inizialmente incuriosita, poi sempre più perplessa. «E a me?» chiese finalmente, un po’ scoraggiata, quando parve che la distribuzione fosse conclusa. La sua voce era melodiosa, ma velata di un’apprensione crescente.

Crono, seduto sul suo trono di pietra lucida, fece finta di scuotersi da una profonda meditazione. «Ah! Rea?» disse, alzando lo sguardo con un’espressione di finta smemoratezza. «Non avevo pensato a te. Con tutta questa confusione, l’organizzazione del cosmo… mi era sfuggita.». Era una menzogna talmente trasparente da essere quasi un insulto, ma pronunciata con la sicurezza di chi detiene un potere assoluto.

Rea diventò triste, un’ombra che offuscò il suo solito aspetto florido e sereno. Cominciò a fare il broncio, non come una divinità adulta, ma come una bambina a cui è stato negato un giocattolo promesso, e tra i singhiozzi che erano come il mormorio di un ruscello in piena, protestò: «Anch’io voglio un incarico, come i miei fratelli e sorelle! Sono intelligente e laboriosa, posso gestire qualcosa, posso essere utile! Non è giusto che rimanga senza fare niente, a guardare gli altri lavorare!». La sua protesta era dettata non solo dalla noia, ma da un senso di esclusione, dalla paura di non avere un ruolo nel nuovo ordine da cui era stata liberata.

Crono scosse la testa lentamente, con un’aria che voleva essere di comprensione ma che tradisceva invece una calcolata superiorità. «Beh, questo non sarà possibile» dichiarò, la sua voce pacata ma irrevocabile.

«Ma perché no?» insisté Rea, sollevando lo sguardo, i suoi grandi occhi scuri pieni di una genuina confusione.

Fu allora che Crono, abbandonando la maschera del fratello distratto, le rivolse un sorriso. Non un sorriso caloroso, ma uno strategico, carico di intenzioni non ancora dette. «Perché» disse, scandendo le parole, «ho altri progetti per te. Progetti molto più importanti di qualsiasi ministero.».

La giovane Titanessa spalancò quegli occhi neri e profondi, luoghi dove sembravano già annidarsi i misteri della fertilità e del divenire. «Per me?» chiese, un po’ perplessa, un po’ sospettosa. «E quali sarebbero questi progetti?».

Crono si alzò dal trono e le si avvicinò. La sua presenza, ora, non era più solo quella del sovrano, ma anche quella del maschio che sceglie. La guardò dall’alto, e la sua voce si fece solenne, carica di un destino che stava decretando. «Io voglio che tu sia la madre dei miei figli» le rivelò. «Tu sarai la mia sposa, la mia regina consorte. Il tuo incarico non sarà governare una singola parte del cosmo, ma essere il grembo da cui nascerà la stirpe che regnerà per l’eternità. Tu sarai la moglie di Crono e Regina di tutti.».

La sua decisione era ferma, non una proposta ma un decreto. Non c’era spazio per il rifiuto, ma in quel momento, Rea non pensò al rifiuto. Vide in quelle parole una grandezza diversa, un ruolo supremo che la collocava al centro del nuovo ordine, accanto al sovrano, non in una periferia amministrativa. Era un destino maestoso, che placava la sua ansia di essere utile e le prometteva un onore unico. Accettò senza pensarci troppo, sopraffatta dalla maestosità dell’offerta e forse, in un angolo del cuore, da un’incipiente attrazione per il fratello potente e decisivo.

«» disse la giovane Titanessa, e la sua voce, prima tremula, si fece chiara e ferma. «Lo voglio.».

Al momento, come se tutto fosse stato orchestrato per quel preciso istante, una gioia fragorosa scoppiò tra i presenti sull’Olimpo. I Titani e le Titanesse, forse sinceramente compiaciuti, forse sollevati di vedere il potere consolidarsi in un’unione dinastica che garantiva stabilità, si congratularono con la nuova coppia. Si celebrò un matrimonio grandioso, il primo nella storia del cosmo, con Etere che si fece più brillante ed Emera che prolungò il giorno per festeggiare. Rea, con un velo tessuto dalle nubi nascenti di sua sorella Teti, divenne la Regina. Ma mentre sorrideva accanto a Crono, ignara del futuro, il nuovo sovrano la guardava con uno sguardo che mescolava possesso a una segreta, tormentosa paura. Perché Crono, il Tempo, non aveva dimenticato la terribile profezia che sua madre Gea, in un momento di confidenza cupa, gli aveva sussurrato: che un giorno sarebbe stato detronizzato da un suo stesso figlio. E ora che aveva una regina, quel giorno poteva avvicinarsi. La sua felicità era già avvelenata dalla paranoia, e il suo amore per Rea si sarebbe presto trasformato in una prigione vigilata per lei e per i figli che sarebbero nati. L’era di Crono era appena iniziata, ma il seme della sua fine era già stato piantato, proprio nel momento della sua massima gloria.

Glossario
Crediti
 Sergio Parilli
 La vita di Gea
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