Loui JaverPerché non tratti con la stessa attenzione la lingua tedesca? È la tua lingua madre, e la migliore cosa che abbiamo. Non dimenticare mai che tu hai la fortuna di parlare questa lingua.

Il linguaggio consente due possibilità: da una parte di essere abbassato a un semplice sistema di segni di cui chiunque può indifferentemente servirsi, sistema che viene imposto come vincolante, e dall’altra di dire in un attimo immenso, un’unica volta un’unica cosa che resta inesauribile, perché sempre iniziale e quindi irraggiungibile da ogni livellamento. Altro sono le nozioni filosofiche e scientifiche sul linguaggio e altro un’esperienza che noi facciamo del linguaggio.

Il poeta ha capito che solo la parola fa sì che una cosa appaia, e sia pertanto presente, come quella cosa che è. La parola si offre al poeta come quel quid che sostiene e mantiene la cosa nel suo essere. Il poeta fa esperienza di una potenza, di una dignità della parola tali che maggiori e più alte non è possibile pensare.

È qui che il poeta compie il suo salto. Egli salta fuori dalla consueta trattazione del linguaggio come strumento di espressione e comunicazione, per entrare in quella regione in cui il linguaggio stesso, da sé, parla. Questa non è una condizione mistica, ma il riconoscimento dell’evento proprio del linguaggio.

In questo salto, la parola non nomina qualcosa di già noto e preesistente; al contrario, è la parola che per prima concede a una cosa il suo essere, la sua presenza nel raggio della luce del mondo. Senza la parola che la nomina, la cosa rimarrebbe in una sorta di oscurità, priva di contorno e di identità.

Il poeta, quindi, non usa il linguaggio, ma è usato da esso, ne diventa il luogo di accadimento, il medium attraverso cui l’essere si svela. Perciò il suo compito è di un’audacia estrema: egli deve abitare il pericolo di questa vicinanza all’origine, deve ascoltare e poi rischiare di dire ciò che è stato affidato all’ascolto.

Non si tratta di produrre belle frasi, ma di rispondere alla chiamata silenziosa che proviene dalle cose stesse, una chiamata che attende la parola per venire alla presenza. In questa prospettiva, ogni vera poesia è un inizio assoluto, un fondamento che instaura un mondo. Essa non parla di qualcosa, ma fa essere quel qualcosa nel suo dire.

La parola poetica è dunque fondativa e istitutiva. Questo carattere fondativo è ciò che la rende inesauribile: poiché non si limita a trasmettere un contenuto determinato, ma apre uno spazio di senso che può essere continuamente ripensato e rivissuto, senza che il suo nucleo originario si consumi. È come una sorgente che non cessa di scaturire.

Al contrario, il linguaggio abbassato a strumento, a sistema di segni convenzionali e vincolanti, è per sua natura esaustivo e livellante. Esso serve a trasmettere informazioni già date, a circoscrivere significati univoci, a facilitare lo scambio pratico. In questo modo, esso rinuncia alla sua profondità originaria e diventa qualcosa di disponibile e manipolabile da chiunque, un semplice mezzo che si consuma nell’uso immediato.

La scienza e la filosofia, quando indagano il linguaggio come oggetto, rischiano di cadere in questa trappola: concepiscono il linguaggio a partire dai suoi prodotti morti, dalle nozioni e dalle categorie già formate, perdendo di vista l’evento vivente del dire. L’esperienza di cui parla Heidegger non è accessibile attraverso una teoria, ma solo attraverso un ascolto partecipativo e un pensiero che sia esso stesso un dire poetico.

Il pensatore, in questa visione, è vicino al poeta: entrambi dimorano nella stessa prossimità al linguaggio come evento di verità. Ma mentre il poeta dice direttamente il fondamento, il pensatore riflette sul fatto che un tale dire sia possibile, interrogando le condizioni di questo accadimento. Entrambi, tuttavia, sono custodi della casa dell’essere, che è il linguaggio.

La dignità della parola di cui il poeta fa esperienza è dunque la dignità stessa dell’essere che si dona e si custodisce nel dire. È una potenza che precede e sorpassa ogni potere umano, perché è la potenza che rende possibile ogni manifestazione, ogni mondo storico, ogni relazione con il reale. Pensare qualcosa di maggiore o più alto di questa potenza è impossibile, perché essa è l’a-priori di ogni possibile grandezza e altezza.

Riconoscere questo significa riconoscere la responsabilità suprema dell’uomo: egli è il pastore dell’essere, colui al quale è affidato il compito di preservare, nel suo dire, la chiarità e la meraviglia del fatto che le cose sono.

Glossario
Crediti
 Martin Heidegger
 In cammino verso il linguaggio
  Capitolo: Il linguaggio
  Mese e anno di pubblicazione in Italia: Luglio 1990
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