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Quando penso a certi personaggi che hanno popolato le nostre aule parlamentari, non riesco a fare a meno di pensare ad una famosa scena del film «Totò a colori». In treno, in uno scompartimento del vagon-lit, il sospettoso Antonio Scannagatti, musicista incompreso, provoca pretestuosamente uno scontro con il compagno di viaggio; e quando costui, verbalmente aggredito, dichiara d’essere l’onorevole Cosimo Trombetta, allora il sedicente “cigno di Caianello” replica con feroce irrisione: “Onorevole? Lei? Ma mi faccia il piacere!“.
Spesso, insomma, pensando a certi “rappresentanti del popolo” – uomini e donne di cui è manifesta e notoria la pochezza culturale politica e talvolta anche morale -, mi capita di chiedermi se sia appropriato e quanto sia davvero congruo il titolo di “onorevole” di cui essi sono formalmente insigniti. Formalmente dico: perché il titolo spetta loro di diritto. Per la loro condizione istituzionale essi sono “degni d’onore“, meritevoli della pubblica stima.
Ma le parole sono preziose. Vanno usate con cautela e in modo appropriato. E allora, che cosa deve intendersi per onore?
La cultura greco-classica, che sta alla base della civiltà occidentale, attribuiva all’onore un valore etico-politico. Era considerato infatti un bene della vita sociale che affondava le sue radici nella «magnanimità» dell’individuo.
Aristotele, in un passo dell’Etica Nicomachea, ne parla come di una delle virtù a cui l’uomo tende per esser felice, per raggiungere la felicità ch’è in assoluto il bene supremo. Tuttavia un uomo, un’azione etc. è da considerarsi “onorevole”, ovvero degna di considerazione e di stima, solo in virtù del fatto che abbia qualche qualità che reputiamo meritevole di lode. Si rende onore all’uomo giusto per la sua giustizia, all’eroe per il suo coraggio, essendo giustizia e coraggio dei beni a cui attribuiamo valore di virtù.
Ora, ogni virtù, dice Aristotele è il medio tra due estremi: per difetto o per eccesso. Il coraggio, ad esempio, sta tra paura e temerarietà, le quali non sono certo virtù. Degno di considerazione e di lode è il magnanimo, laddove la magnanimità è il medio tra vanità e pusillanimità. Dunque, ogni uomo può legittimamente aspirare a conquistare la stima degli altri; ma non tutti quelli che la desiderino ne sono meritevoli, perché non tutti, appunto, sono provvisti di magnanimità. Come nel caso di tanti nostri “onorevoli”, i quali, più che per magnanimità, si distinguono per vanità o per pusillanimità, per ambizione o per meschinità.
Ma nel trattato aristotelico c’è un altro passo di particolare interesse: è quello in cui si parla dell’onore proprio nel contesto politico. Qui l’onore vien definito come il premio della virtù e del ben agire. Nella organizzazione politica della società – egli spiega – nessun onore deve rendersi a colui che non procura alcun bene alla comunità. Infatti l’onore è un bene comune, è la lode che tutta la comunità può riservare solo a chi operosamente si dedica al bene della stessa comunità. In una felice esemplificazione Aristotele – uomo del IV secolo a.C.! – addirittura fa cenno a cose tali da indurci a riflettere sui comportamenti adottati da certi nostri rappresentanti parlamentari; cose di cui s’è parlato pure recentemente nelle nostre cronache politico-giudiziarie: «Non è possibile contemporaneamente arricchirsi a spese della comunità e riceverne onori». In questo caso infatti si tratta di arricchimento senza merito, anzi fraudolento: tale comportamento dunque non può essere giudicato degno di lode. Nessuno può rendere merito pubblicamente a chi ha sottratto, anche al singolo membro della comunità, quelle risorse destinate al bene comune.
Nihil sub sole novi, si direbbe. Eppure si tratta di personaggi a cui, come si diceva, oggi vien riservato di diritto l’appellativo di “onorevole”! Un corto circuito che si spiega solo con lo iato tra la supposizione e la realtà. In una concezione della politica a cui non è aliena la dimensione etica, si suppone che destinati alla promozione e alla tutela del bene comune siano deputati solo coloro che abbiano davvero a cuore il bene comune, senza servirsi della carica pubblica per la cura degl’interessi privati. E dunque, per il solo fatto di essere stati “eletti”, vanno considerati, di conseguenza, tutti “onorevoli”. Tutti. Anche se l’onorevolezza della carica talvolta non trova rispondenza nell’onorevolezza della persona che la ricopre.

Un corto circuito, si diceva. Una distonia. E allora: è giusto separare la dimensione etica da quella politica? È sopportabile, per il buon andamento della consociazione civile, che siano chiamati all’attività politica anche uomini di dubbia moralità pubblica e privata? E in caso affermativo, che cosa s’intende per onore, e chi e che cosa va considerato come “onorevole”?
Non è difficile individuare nella storia del pensiero filosofico i sostenitori di quest’ultimo orientamento. Hobbes, per esempio.
Nel Leviatano, Hobbes dedica l’intero capitolo decimo a «il potere, il pregio, la dignità, l’onore e la capacità». Qui l’onore vien connesso non alla virtù bensì direttamente al potere.
«Il potere di un uomo – dice il filosofo inglese – consiste nei mezzi di cui dispone al presente per ottenere un apparente bene futuro». Tale potere – spiega – è o naturale o strumentale. Il potere naturale consiste nell’«eminenza delle facoltà del corpo e della mente». Dunque la forza, la bellezza, la prudenza, le arti, l’eloquenza, la liberalità, la nobiltà, quando possedute in grado straordinario, sono veri e propri poteri. I poteri strumentali invece sono quelli che – acquisiti attraverso i poteri naturali o grazie alla fortuna – «diventano a loro volta mezzi e strumenti per acquisirne in misura maggiore»: ad esempio le ricchezze, la reputazione, gli amici e Š la buona sorte. Insomma il potere produce altro potere: «è simile al moto dei corpi pesanti che acquistano tanto maggiore velocità quanto più a lungo si muovono». Il massimo potere è quello dello Stato: si tratta di un «potere costituito dai poteri del maggior numero di uomini, riuniti per loro consenso in una sola persona, naturale o civile». Lo Stato – aggiunge Hobbes -, dei poteri di tutti i membri della comunità, può fare uso «secondo la sua volontà».
Ma quali sono tali poteri? Quali le forme? Qualche esempio: Avere servi e avere amici: in entrambi i casi si produce «una riunione di forze»; oppure la ricchezza generosa, perché procura amici e servi; o ancora la fama di amare il proprio Paese; e persino la fama di avere potere, perché questi tipi di fama «portano con sé l’adesione di coloro che hanno bisogno di protezione».
Ma Hobbes indica molte altre qualità e condizioni che costituiscono potere. È lungo l’elenco. Inizia col dire: è potere ogni qualità che promuova il farsi amare o temere da molti, ma anche la fama di possedere una tale qualità, perché «è un mezzo per procurarsi l’assistenza e il servizio di molte persone». Dunque pure il successo personale è potere: «perché genera fama di saggezza o di fortuna, procurando il timore o la fiducia altrui»; e l’affabilità di chi già possiede potere, perché appunto spinge molti ad amarle; e la reputazione di prudenza specialmente di chi decide della pace o della guerra: infatti «affidiamo il governo di noi stessi più volentieri ad uomini prudenti che ad altri». Ed anche l’eloquenza, che esercita attrazione perché fa sembrare prudenti; e la bellezza, perché appare «una promessa di bene». Certo, anche le scienze; ma queste purtroppo costituiscono una «piccola forma di potere»: piccola perché la scienza è prerogativa di poche persone e perché poche sono le persone che l’apprezzano. Comunque, per ragioni evidenti lo sono anche le arti e le tecniche per uso pubblico e per uso bellico.

Ma, da che cosa nasce l’attestazione di stima? Come e quando insorge l’esigenza del rendere onore?
In generale l’onore è connesso al valore, o pregio di una persona. E il pregio – dice perentorio Hobbes – «coincide, come per tutte le altre cose, col suo prezzo», ovvero «con quanto si sarebbe disposti a dare per l’uso del suo potere». Dunque tale valore non è assoluto, ma «dipendente dal bisogno e dalla stima di altri». E dipende anche dalle circostanze. Hobbes adduce esempi molto interessanti. «Un abile condottiero ha un prezzo alto in tempo di guerra presente o imminente, ma non lo ha in tempo di pace. Un giudice erudito e incorrotto ha un alto pregio in tempo di pace, ma non ne ha altrettanto in tempo di guerra». E dunque, anche per gli uomini, come per le altre cose, «il prezzo non è determinato dal venditore ma dal compratore». E così sulla base del valore inteso in tal modo si determina l’onore o il disonore: onorare una persona è dare di lei una valutazione alta; disonorarla è darne una bassa. Sia per l’onore tra privati che per l’onore civile.
Discorso particolare tuttavia va fatto per l’onore civile. In questo caso la stima pubblica dovuta a una persona è inscindibilmente connessa alla sua dignità. La quale rappresenta il punto in cui «il pregio pubblico di una persona coincide col valore attribuitole dallo Stato». Lo Stato insomma attribuisce valore alle persone assegnando loro cariche di comando, incarichi giudiziari, pubblici impieghi, oppure insignendoli con denominazioni e titoli introdotti apposta per evidenziare il loro valore. Per cui l’«onore» è l’attestazione pubblica di stima che lo Stato richiede, a ciascun membro della consociazione politica, non per una persona che si distingua per virtù private o pubbliche, ma per una persona additata dallo Stato stesso – attraverso il conferimento di incarichi o titoli – come portatrice di dignità in forza del valore che esso Stato le riconosce.

In definitiva il rendere onore, privato o civile che sia, si risolve sempre nel riconoscimento del potere. L’idea è espressa da Hobbes ancora una volta con esempi di grande attualità. Obbedire ad una persona – dice – equivale ad onorarla perché «nessuno obbedisce a chi si pensa non abbia potere per aiutare o per nuocere». Di conseguenza, disobbedire equivale a disonorarla. «Pregare un’altra persona in vista di un aiuto di qualsiasi genere significa onorarla in quanto è segno dell’opinione che noi abbiamo del suo potere di aiutarci: e quanto più difficile è l’aiuto, tanto maggiore è l’onore». Analogamente, far doni ben consistenti a qualcuno significa onorarlo perché la cosa equivale in qualche modo «a comprarne la protezione e a riconoscerne il potere»; e va da sé: fare doni di modesto valore è indice della convinzione che da quella persona ci si può aspettare solo aiuti modesti.
Comunque, numerose e molteplici sono le forme del rendere l’onore civile ad una persona “onorevole”: lodarla, blandirla, adularla privatamente e pubblicamente esaltandone la saggezza, l’intelligenza, l’eloquenza; prestare ascolto al suo consiglio, esprimere assenso ad una sua opinione nonché manifestare considerazione e condivisione per una sua affermazione; esternare l’approvazione per una sua decisione; ma anche mostrarle un qualunque segno di amore o di timore; rendere palese il bisogno del suo aiuto o della sua protezione; esplicitare la propria fiducia nel far conto su di lei; ricorrere al suo apporto per imprese difficili, e alle sue indicazioni per prendere decisioni importanti; e poi rivolgersi a lei con deferenza, apparire al suo cospetto con decoro e umiltà; mettersi sollecitamente a suo servizio per sostenere o soddisfare una sua richiesta; e persino cederle il passo o il posto; approvarne e imitarne i comportamenti, esprimere lodi per i suoi amici e per coloro da lei tenuti in onore.
Segni di disonore, invece, sono: lasciare il sospetto di scarsa considerazione della sua virtù e del suo potere; mostrar di non avere fiducia nella sua saggezza o di non credere nella sua affidabilità; attribuire poca importanza all’onore che le riservano altri; non dissimulare la disattenzione o il disinteresse alle sue parole; dissentire dalle sue opinioni o dalle sue decisioni; parteggiare per un suo avversario; rendere lodi ai suoi nemici; e così via.

L’onore civile comunque dev’esser considerato sotto una duplice prospettiva. Lo Stato stesso rende onore con forme sue proprie a colui che mette a suo servizio il proprio personale potere; e lo rende pubblicamente “onorevole” conferendogli potere, come s’è detto, con titoli e incarichi. A sua volta l’ “onorevole“, con l’esercizio del suo potere, non solo rende onore allo Stato riconoscendone il sommo potere, ma induce i consociati a rendere onore al potere supremo dello Stato attraverso rapporti di subalternità, di dipendenza, e di ossequio al proprio personale potere.
«La fonte dell’onore civile – sottolinea Hobbes – sta dunque nella persona dello Stato e dipende dalla volontà del sovrano. Perciò ha carattere temporaneo e viene chiamato onore civile». Incarichi e titoli sono «i segni di favore da parte dello Stato e questo favore è potere». Pertanto – prosegue Hobbes – «Onorevole è qualsiasi possesso, azione o qualità che sia dimostrazione e segno di potere».
Hobbes dunque – come si accennava – svincola l’onore dalla virtù e lo connette strettamente al potere. E così si allontana dalla prospettiva greco-classica. E questo è quanto qui volevasi mostrare.
Ma cosa e come pensa colui che lo Stato rende «onorevole»? Quali i criteri della sua condotta? E come fa a tutelare e promuovere la propria onorevolezza, vale a dire il proprio potere? E, corrispondentemente, quali sono i criteri di comportamento di coloro che, mirando al soddisfacimento dei propri bisogni o anche delle proprie ambizioni, si sottomettono in modo formale al suo potere, riconoscendone l’autorevolezza? Conviene continuare a seguire Hobbes nella sua argomentazione. «Essere onorati, amati o temuti da molti è onorevole in quanto dimostrazione di potere. Essere onorati da pochi o da nessuno è disonorevole. Il dominio e la vittoria sono onorevoli perché si ottengono per mezzo del potere. La servitù per bisogno, o per timore, è disonorevole. La buona fortuna, se è duratura, è onorevole come segno della benevolenza divina. La cattiva fortuna e le sconfitte sono disonorevoli. Le ricchezze sono onorevoli perché costituiscono potere. La povertà è disonorevole. La magnanimità, la liberalità, la speranza, il coraggio, la sicurezza sono onorevoli poiché procedono dalla consapevolezza del potere. La pusillanimità, la parsimonia, il timore, la diffidenza sono disonorevoli».
E ancora. «Risolvere o determinare al momento opportuno ciò che si deve fare è onorevole perché significa sprezzo delle piccole difficoltà e dei pericoli. L’incertezza è invece disonorevole in quanto segno di una sopravvalutazione di ostacoli e vantaggi di poco conto … Tutte le azioni e i discorsi che procedono, o sembrano procedere, da una grande ricchezza di esperienza, di scienza, di discernimento o di intelligenza sono onorevoli perché tutte queste cose costituiscono dei poteri. Le azioni o le parole che procedono dall’errore, dall’ignoranza o dalla follia sono disonorevoli. La gravità, se appare procedere da una mente impegnata in qualche altra cosa, è onorevole, perché l’essere impegnati è un segno di potere. Se, invece, sembra derivare da un’intenzione di apparire grave, è disonorevole Š Spiccare, cioè essere noti, per ricchezza, per cariche, per grandi azioni o per qualsiasi bene posseduto in grado eminente, è onorevole perché è un segno del potere grazie al quale una persona spicca. Al contrario, l’oscurità è disonorevole. Discendere da genitori illustri è onorevole, perché si ottengono più facilmente gli aiuti degli amici dei propri antenati. Al contrario, è disonorevole avere origini oscure. La bramosia di grandi ricchezze e l’ambizione di grandi onori sono onorevoli come segni di potere per ottenerli. La bramosia e l’ambizione di piccoli guadagni o di piccole promozioni è disonorevole».

Per concludere. Hobbes lo dice in modo esplicito: «Sotto il profilo dell’onore le cose non cambiano per il fatto che un’azione – purché sia grande e impegnativa e perciò segno di molto potere – sia giusta o ingiusta. L’onore, infatti, sta soltanto nell’opinione del potere». [«Nor does it alter the case of Honour, whether an action – so it be great and difficult, and consequently a signe of much power,- be just or unjust: for Honour consisteth onely in the opinion of Power»].
È duro ammetterlo. A considerare l’attuale situazione politico-sociale italiana, sembra che non siano mai passati i 360 anni che ci dividono dalla data della pubblicazione dell’opera hobbesiana. Molti tratti del comportamento individuale delle persone, nella nostra vita pubblica, sono straordinariamente affini a quelli descritti con cura da Hobbes. E molte forme, largamente diffuse, di subalternità al potere e addirittura di interiorizzazione della sua logica, sono ancora socialmente diffuse e condivise.
In fondo l’immagine dell’ “onorevole”, come è andata configurandosi in particolare negli ultimi vent’anni della nostra storia sembra il calco fedele di quella disegnata dal filosofo seicentesco. Non solo in via formale, ma nella concreta condotta umana, l’onore – dato e ricevuto – è connesso direttamente al potere, e in particolare al potere politico. Amara constatazione. Amara perché, in una comunità civile organizzata in uno Stato democratico, i membri non sono sudditi, come nello Stato “leviatano” di Hobbes, ma cittadini: vale a dire sono detentori di diritti che la società deve promuovere e tutelare, persone non sottoponibili, forzosamente e passivamente, ai doveri imposti dalla ideologia del potere, quella che ha sempre guidato l’azione di chi esercita la sovranità in uno Stato assoluto.
È duro anche ammettere che l’onore, nelle forme descritte negli esempi addotti da Hobbes, è l’ideale che guida, anche nella attuale società italiana, tutte le consorterie della malavita organizzata: nelle quali ai vari livelli della gerarchia malavitosa è attribuito e riconosciuto un diverso grado di onorabilità, connesso evidentemente al livello di potere esercitabile.
C’è solo un elemento che differenzia la concezione dell’onore della società rappresentata nel Leviatano da quella della attuale società italiana: e purtroppo va a favore di quella seicentesca.
Hobbes fa una considerazione che per certi versi, dato il contesto del suo discorso, è sorprendente: «Le azioni che procedono dall’equità – dice testualmente -, anche se congiunte ad uno scacco, sono onorevoli in quanto segni di magnanimità, che è a sua volta un segno di potere. Al contrario, la furberia, il trasformismo, il disprezzo dell’equità sono disonorevoli».
Eh no. Per chi conta sul potere politico, per veder soddisfatto un proprio bisogno – magari a danno dei diritti altrui -, lo scacco dell’iniziativa, per ragioni di giustizia, rende “disonorevole” l’onorevole. E specie in questi ultimi nostri vent’anni, spesso sono stati tenuti in grande onore, da coloro che esercitano una qualunque forma di potere, la furberia, il trasformismo, il disprezzo dell’equità, quando utili per l’interesse privato o di consorteria. In questo – dobbiamo dirlo! – sulla linea tracciata da Hobbes siamo andati ben oltre lo stesso Hobbes.

Crediti
 • Giuseppe Tortora •
 • Il potere e l'onore •
  • Tra Aristotele, Hobbes e Totò •
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