Il Principio di Indeterminazione
Definire la libertà morale appoggiandola sul principio d’indeterminazione, è altrettanto assurdo che dire: dal momento che non possiamo mettere tutti gli uomini in una prigione, o non li possiamo obbligare a vivere nello stesso modo dal mattino alla sera, bisogna pure concedere loro la libertà. Siccome il principio d’indeterminazione significa una cosa sola: che l’uomo e la scienza non sono in grado di fotografare la natura fin nelle sue ultime particolarità, è ridicolo allora voler trovare in ciò un fondamento di libertà. Una definizione di libertà non può esser basata su un fenomeno d’impotenza. …La matematica è un modo di descrivere i fenomeni fisici, come le regole della grammatica sono un modo di descrivere una lingua; ma le regole di grammatica non sono la lingua.

Con queste parole il filologo Giacomo Devoto, cogliendo il significato profondo del principio di indeterminazione, cercava di troncare una discussione che poteva diventare oziosa alla fine di una conferenza tenuta da Werner Heisenberg a Ginevra nel 1958. La scienza moderna, quale si è affermata in seguito ai contributi di Keplero, Galileo e Newton, ha delimitato il concetto di natura a quell’insieme di esperienze umane suscettibili di una descrizione matematica. I processi naturali risultano perciò accadimenti nello spazio e nel tempo, soggetti a leggi, valide in sé, indipendentemente dall’uomo che le ha scoperte: le leggi naturali rappresentano la spiegazione oggettiva della natura. La formulazione matematica si esplicita in equazioni, che regolano la dipendenza temporale delle quantità osservabili del sistema fisico in esame, e garantisce il rispetto del principio di causalità: la conoscenza completa del sistema a un certo istante permette di prevederne il comportamento futuro in modo strettamente deterministico. Compito dello scienziato è solo quello di focalizzare i componenti ultimi della materia e le loro mutue interazioni elementari; come già sostenuto da Democrito, le particelle, unica realtà immutabile, si muovono nello spazio e nel tempo, producendo gli svariati fenomeni osservabili e prevedibili in base alla risoluzione delle equazioni di moto. In questo senso il quadro della natura che così emerge dalla scienza diventa intuitivo e oggettivo. Esasperato nelle sue conseguenze riduzioniste e traslato sul piano filosofico, questo quadro porta a limitare l’esperienza umana a una successione di accadimenti predeterminati dalle condizioni iniziali, secondo le leggi della fisica. Dove finisce dunque il libero arbitrio? Se invece, nello studio delle particelle elementari che costituiscono la materia sensibile, ci si accorge con Heisenberg che nel momento in cui si vuole misurare una nuova quantità fisica, l’intervento dell’osservatore è così sconvolgente da distruggere informazioni acquisite in precedenza, allora la concezione deterministica entra in crisi e occorre inventare un nuovo tipo di descrizione dei fenomeni. Anzi, occorre definire meglio il concetto di fenomeno fisico, perché non si può più prescindere da come si giunge alla conoscenza di un processo: le leggi che vengono formulate matematicamente non descrivono il comportamento delle particelle in sé, ma solo la conoscenza che ne abbiamo. Il singolo processo particolare non risulta più determinato in modo puramente causale: a partire dalla conoscenza del sistema in esame, le leggi della fisica permettono solo di fare predizioni statistiche su possibili esiti di misurazioni future. Si introduce dunque quell’elemento di aleatorietà così inaccettabile per un figlio dell’ottocento positivista qual era Einstein. Se il comportamento naturale non è riconducibile in linea di principio a uno stretto determinismo e la scienza stessa riconosce la validità di riflessioni riguardanti il fenomeno, distinto da un noumeno inafferrabile dai sensi, sembrerebbe dunque aprirsi uno spiraglio, anche sulla base di una realtà esclusivamente razionale, per recuperare il libero arbitrio nelle vicende umane e giustificare domande in questo senso, da porsi a Heisenberg quale artefice di un tale capovolgimento di prospettiva. In realtà il contenuto di idee che va sotto il nome di principio di indeterminazione costituisce l’aspetto più rivoluzionario introdotto dalla meccanica quantistica nella storia della scienza e rappresenta tuttora uno scoglio talvolta insormontabile per il cosiddetto senso comune. Equivoci, come quello di confondere l’impossibilità di una descrizione oggettiva dei processi naturali con la presunta libertà d’azione dell’uomo conseguente al venir meno di una realtà deterministica, hanno afflitto la storia della filosofia degli anni ’30. Ma la riluttanza ad accettare un nuovo porsi dello scienziato di fronte ai fenomeni ha caratterizzato perfino molti degli stessi protagonisti della nuova fisica. Non c’è quindi da stupirsi se anche pensatori profondi, come per esempio Karl Popper, hanno frainteso il significato del principio di indeterminazione.

Il Principio di Indeterminazione

Crediti
 Sigfrido Boffi
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