In una delle più bizzarre e paradossali svolte della nostra cultura, la felicità è diventata moralmente sospetta. L’atto di godere del benessere, di apprezzare i frutti del progresso, di sentirsi semplicemente e serenamente appagati dalla propria vita è sempre più spesso considerato un atto di colpevole insensibilità, un segno di superficialità etica, quasi una provocazione. In un mondo che viene costantemente rappresentato come un’immensa e ininterrotta valle di lacrime, come un teatro di oppressioni e ingiustizie senza fine, essere felici è un affronto alle innumerevoli vittime, passate e presenti. La gioia individuale, privata e irripetibile, viene percepita e giudicata come un’offesa intollerabile alla sofferenza collettiva. Questa mentalità contorta trasforma la tristezza, la malinconia e l’angoscia in un segno di nobiltà morale. L’individuo tormentato, che si strugge per il male del mondo, che ostenta la sua empatia sofferente, è considerato moralmente e intellettualmente superiore a chi, con più leggerezza, resilienza o pragmatismo, cerca semplicemente di vivere bene la propria esistenza. La sofferenza, o più spesso la sua meticolosa esibizione, diventa un distintivo di virtù, un passaporto per il club esclusivo delle anime belle. Si è affermata una nuova forma di puritanismo che non condanna più, come quello antico, i piaceri della carne, ma quelli, ben più sovversivi, dello spirito. L’unico piacere che sembra ancora lecito è quello, perverso e masochistico, che deriva dalla contemplazione della propria colpa e dalla comunione compassionevole con l’altrui miseria. È la voluttà del dolore, l’edonismo del rimorso. Questo sistematico rifiuto della felicità è profondamente e logicamente legato al culto della vittima e alla teologia della colpa che dominano il nostro tempo.
Se si accetta il dogma secondo cui la storia, in particolare quella occidentale, è un catalogo ininterrotto di crimini, e se si crede che il mondo sia nettamente diviso tra oppressori e oppressi, allora ne consegue una logica ferrea: il benessere e la sicurezza di cui godiamo in Occidente non sono conquiste, ma privilegi. Un privilegio che è stato inevitabilmente costruito sulla base dell’ingiustizia, dello sfruttamento e della sofferenza altrui. In questa prospettiva, la nostra felicità non può mai essere innocente; è sempre, in qualche misura, il frutto di un furto, il risultato di un peccato originale. Goderne pienamente sarebbe come ballare sulla tomba delle vittime, un atto di cinismo imperdonabile. L’unica reazione eticamente accettabile, quindi, è la rinuncia, l’espiazione, l’adozione di un lutto perpetuo per le ingiustizie del mondo. Si deve essere tristi per dimostrare di essere buoni. Il paradosso più crudele è che questo atteggiamento, questa gara di afflizione, non aiuta in alcun modo chi soffre realmente nel mondo. Rifiutare la propria felicità non allevia di un grammo la miseria altrui. È un gesto puramente simbolico, un rituale di auto-purificazione che serve unicamente a placare la coscienza del penitente e a segnalare la sua virtù agli altri. È un altruismo sterile e narcisistico che si esaurisce nell’esibizione del proprio dolore empatico, senza produrre alcun effetto concreto. Anzi, questo culto della tristezza può essere profondamente controproducente. Una persona felice, energica, ottimista e fiduciosa è in una posizione psicologica e pratica molto migliore per agire efficacemente nel mondo, per creare, per innovare e per aiutare gli altri, rispetto a una persona paralizzata dalla colpa, dall’ansia e dalla depressione. L’impotenza non ha mai generato progresso.
Inoltre, questa ideologia della sofferenza obbligatoria ha spesso una forte, anche se inconfessata, componente di invidia sociale mascherata da morale superiore. La condanna della felicità altrui è un modo molto comodo per razionalizzare la propria incapacità di raggiungerla, o la propria frustrazione. Invece di ammettere il proprio fallimento o la propria insoddisfazione, è più facile e psicologicamente più gratificante elevare l’infelicità a standard morale universale, condannando chiunque osi violarlo come un essere superficiale, egoista e politicamente scorretto. È la versione contemporanea e intellettualizzata della favola della volpe e l’uva: se non posso essere felice io, allora la felicità è un peccato per tutti. Uscire da questa trappola nevrotica non significa, ovviamente, promuovere un edonismo egoista o un’indifferenza cinica verso i gravi problemi del mondo. Significa, piuttosto, e più radicalmente, riabilitare il diritto a una felicità innocente. Significa capire che la gioia non è una risorsa limitata a somma zero, che la mia felicità non toglie nulla a quella degli altri, ma può, al contrario, essere contagiosa e generativa. Significa recuperare una visione del mondo in cui la gratitudine per ciò che si ha non è in contraddizione con la solidarietà attiva per chi non ha. Significa, infine, riconoscere che la felicità non è un peccato da nascondere con vergogna, ma è forse il motore più potente e la motivazione più profonda per agire, per creare e per rendere il mondo un posto anche solo marginalmente migliore. Un mondo di persone felici sarebbe un mondo con meno guerre, meno risentimento e meno violenza.
L'analisi decostruisce il masochismo della colpa occidentale. Il rimorso per il passato diventa un'ideologia paralizzante che genera paternalismo e odio di sé, impedendo un'azione costruttiva. Si propone di superare questo sterile vittimismo per abbracciare una responsabilità matura, capace di affrontare le sfide globali senza autoflagellazione.
Il singhiozzo dell'uomo bianco di Pascal Bruckner. Pubblicato in Italia: Aprile 1984
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perciò possono essere sovrani di cento valli.
Così chi vuole stare disopra al popolo
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sta disopra ed il popolo non ne è gravato,
sta davanti ed il popolo non ne è ostacolato.
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