Al limite del villaggio di Mironosickoe, sotto la volta pesante di un cielo plumbeo che pareva voler schiacciare le misere abitazioni dei contadini, due uomini cercavano rifugio all’interno di un fienile appartenente al vecchio Starosta. L’aria era densa di un’umidità salmastra, carica dell’odore del fieno tagliato e del respiro della terra bagnata dalla pioggia recente. Ivan Ivany?, il veterinario, fumava la sua pipa in silenzio, osservando i bagliori della luna che filtravano tra le fessure della porta di legno, mentre Burkin, l’insegnante di ginnasio, si preparava a narrare una cronaca che sembrava uscire da un sogno febbrile. La conversazione, nata quasi per caso tra un tiro di tabacco e l’altro, si era presto arenata sulle sponde melmose della solitudine umana e della bizzarra necessità che certi esseri umani sentono di rinchiudersi in un guscio perenne. Burkin non parlava di una semplice riservatezza, ma di una vera e propria patologia dell’isolamento, una condizione ontologica che portava un uomo a percepire ogni soffio di vento come un’aggressione e ogni sguardo altrui come una violazione della propria integrità psichica. Il protagonista di questo racconto era Bélikov, un collega che insegnava lingue antiche, un essere che sembrava nato per abitare l’ombra e il silenzio. La sua esistenza si era configurata come una sfida costante alla vitalità del presente, un tentativo inesausto di recidere ogni legame con la realtà pulsante per rifugiarsi nel rigore immobile delle declinazioni greche e delle circolari ministeriali. Egli non cercava la verità, ma la protezione; non anelava alla conoscenza, ma alla sicurezza di un involucro che potesse attutire il rumore del mondo, rivelando una vulnerabilità strutturale che lo rendeva schiavo delle proprie paure ancestrali e della propria divina e spietata incapacità di amare la vita nella sua forma più nuda, segreta e imprevedibile, oltre ogni maschera di prestigio sociale e oltre ogni vana illusione di stabilità dogmatica.
Si faceva notare per il fatto che sempre, perfino con tempo bellissimo, usciva con le calosce e l’ombrello e, immancabilmente, con un pastrano pesante ovattato. E l’ombrello egli lo teneva nel fodero, e anche l’orologio in una custodia di pelle scamosciata e, quando tirava fuori il temperino per fare la punta al lapis, anche il temperino lo aveva in un piccolo fodero; e il suo viso sembrava pure chiuso in una custodia, perché lo nascondeva di continuo entro il bavero rialzato. Portava occhiali scuri, un maglione, si tappava gli orecchi con l’ovatta e, quando saliva su una vettura di piazza, ordinava di tirar su il mantice. Insomma, in quell’uomo si osservava una costante e invincibile tendenza a circondarsi di un involucro, a crearsi, per dir così, un astuccio che lo isolasse, che lo proteggesse dalle influenze esterne. La realtà lo irritava, lo impauriva, lo teneva in continua ansietà, e forse allo scopo di giustificare questa sua timidezza e la sua avversione per il presente, egli lodava sempre il passato e ciò che non era stato mai; anche le lingue antiche ch’egli insegnava erano per lui, in fondo, come le calosce e l’ombrello, qualcosa entro cui si nascondeva alla vita reale. Questa sua ascesi del vestiario era la manifestazione plastica di un rifiuto radicale del corpo e del tempo, una fuga verso un’atemporalità polverosa e sicura che lo metteva al riparo dalla febbrile spinta del progresso e dalle passioni disordinate che vedeva agitare le membra dei suoi contemporanei.
Oh, com’è sonora, com’è bella la lingua greca! diceva con dolce espressione; e, come a prova delle sue parole, socchiusi gli occhi e levato un dito, pronunziava: Antropos!. Anche il suo pensiero Bélikov si sforzava del pari di nasconderlo in un astuccio. Per lui erano chiari soltanto gli articoli di giornale e le circolari in cui si vietava qualcosa. Quando in una circolare si vietava agli alunni di uscire per via dopo le nove di sera, o in un qualche articolo si proibiva l’amore carnale, questo era per lui chiaro, ben definito: era vietato, e basta. In ogni autorizzazione e permesso invece si celava sempre per lui un elemento sospetto, qualcosa di inespresso e di torbido. Quando in città si autorizzava un circolo drammatico, o una sala di lettura, o una sala da tè, egli crollava il capo e diceva sottovoce: Sì, certamente, è così, tutto questo è bellissimo, ma purché non succeda qualcosa!. La sua mente funzionava come un apparato di censura universale, pronto a scovare il germe del disordine in ogni manifestazione di gioia o di iniziativa collettiva, trasformando la prudenza in una prigione di marmo bianco in cui la libertà veniva soffocata dal timore delle conseguenze, rendendo l’esistenza un eterno ritorno della medesima e magnifica agonia intellettuale.
L’influenza di quest’uomo sulla vita cittadina era diventata, nel corso di quindici lunghi anni, una forza di gravità capace di curvare ogni raggio di luce intellettuale. Non era un uomo potente, non possedeva ricchezze né cariche di rilievo, eppure la sua sola presenza bastava a paralizzare l’audacia dei suoi concittadini. Gli insegnanti, persone colte e amanti della letteratura, avevano smesso di leggere romanzi russi o francesi, temendo che un commento troppo libero potesse giungere alle orecchie dell’uomo nell’astuccio. Le serate di musica e di teatro erano state abbandonate, sostituite da un silenzio domestico carico di sospetto e di viltà conformista. Le donne non osavano più indossare vestiti troppo vivaci nei giorni di festa, e i giovani avevano imparato a camminare a testa bassa, soffocando le risate tra i denti per non disturbare la quiete spettrale delle strade. Bélikov visitava i colleghi senza mai essere invitato, restando seduto per ore negli angoli delle stanze, immobile e muto come un idolo antico e malevolo, osservando con i suoi occhi miopi ogni minimo movimento che potesse suggerire un’infrazione alla norma. Egli era il custode di una moralità cimiteriale, un funzionario del nulla che esigeva la sottomissione totale alla lettera della legge, ignorandone lo spirito vitale. La città intera si era raggomitolata su se stessa per morire in silenzio, vittima di una follia collettiva che vedeva nel divieto l’unica garanzia di pace sociale, rendendo la fragilità umana un segreto inconfessabile e la verità un lusso pericoloso da evitare a ogni costo, nel timore che la luce della coscienza potesse finalmente dissolvere le ombre del loro beato e imbecille conformismo quotidiano.
Il crollo di questo edificio di divieti avvenne in modo grottesco e improvviso, quando il caso portò in città Kovalenko, un giovane insegnante di storia, e sua sorella Varenka. Lei era l’incarnazione della vita che Bélikov aveva sempre temuto: ridente, rumorosa, carica di una vitalità selvatica che profumava di campi di grano e di libertà. Per un istante, l’intera comunità sperò in una metamorfosi salvifica, convincendosi che persino l’uomo nell’astuccio potesse essere redento dall’amore. Ma la visione di Varenka che correva su una bicicletta, con i capelli al vento e la risata che riempiva la strada, fu per Bélikov l’urto definitivo contro l’inammissibile. Egli vide in quel gesto non la gioia, ma la rovina del decoro e la fine dell’ordine costituito. Si recò da Kovalenko per denunciare tale scandalo ontologico, ma si scontrò con la forza bruta di un uomo che non aveva paura di lui. Kovalenko lo afferrò per il bavero e lo scaraventò giù per le scale, proprio mentre Varenka entrava nell’atrio ridendo. Quella risata fu l’ascia che ruppe il mare ghiacciato della sua anima. Bélikov tornò nel suo astuccio, si infilò sotto le coperte e morì in meno di un mese, senza che nessuno potesse spiegare scientificamente la causa del decesso. La morte gli offrì finalmente la custodia perfetta: la bara. Al funerale, il suo volto sembrava finalmente sereno, quasi felice di essere stato definitivamente sottratto alla minaccia della vita. Burkin concluse il racconto sospirando, mentre Ivan Ivany? guardava l’oscurità del fienile, consapevole che la schiavitù interiore è una prigione senza sbarre da cui è quasi impossibile evadere, fusi come siamo nel silenzio di una storia che onora l’oblio e disprezza la verità inesorabile del desiderio umano, oltre ogni maschera di onore e oltre ogni vana illusione di durata dell’io reale e sovrano, in un cammino di ascesa verso una consapevolezza superiore che onora la vita nella sua forma più pura, segreta e indomabile.
La signora col cagnolino e altri racconti
Capitolo: L'uomo nell'astuccio
Pubblicato in Italia: Novembre 1950 - Traduzione: Alfredo Polledro
SchieleArt • •
Un insegnante vive segregato nelle proprie paure rifiutando la realtà attraverso l'uso di calosce ombrello e abiti pesanti. La sua mente ossessionata dai divieti censura ogni forma di libertà cittadina imponendo un conformismo spettrale. L'incontro con una giovane donna vitale provoca lo scontro fatale conducendolo alla definitiva protezione della bara.
Il silenzio esprime gli estremi dell'anima ⋯
In generale una frase, per bella e profonda che sia, agisce soltanto sugli indifferenti, ma non sempre può appagare chi è felice o infelice; perciò, suprema espressione della felicità o dell'infelicità appare più spesso il silenzio.
Anton Pavlovič Čechov Luci
Letteratura russa, Riflessione psicologica, Racconto
Lontano dalla vita vera e bella ⋯
Sono impiegata al municipio e odio, disprezzo tutto ciò che mi danno da fare… Ho già ventiquattro anni, lavoro da tanto tempo, mi si é inaridita la mente, sono dimagrita, imbruttita, invecchiata e niente, niente, nessuna soddisfazione, e il tempo passa e mi sembra di andar sempre più lontano dalla vita vera e bella, verso chissà quale precipizio. Sono disperata, disperata! E come faccio ad essere ancora viva, come ho fatto a non suicidarmi non lo capisco proprio…
Anton Pavlovič Čechov Tre sorelle
Teatro, Letteratura russa, Realismo
L'etichetta per l'uomo strano ⋯
Ti si accostano ghignando, ti guardano in cagnesco, ti squadrano, ti etichettano: «Questo, è uno psicopatico» oppure «Quello è un parolaio». E quando non sanno che etichetta appiccicarti in fronte, dicono: «È un uomo strano, proprio strano!» Amo le foreste: è strano. Non mangio carne: anche questo è strano. Un rapporto diretto, pulito, libero con la natura e con la gente non c'è più...
Anton Pavlovič Čechov Zio Vanja
Teatro, Realismo russo, Dramma
Il matrimonio non cura la solitudine ⋯
Se temete la solitudine, non sposatevi.
Anton Pavlovič Čechov Taccuini
Letteratura russa, Riflessione sul matrimonio, Scrittura frammentaria
Nel gregge è inutile abbaiare ⋯
Una volta nel gregge, è inutile che abbai: scodinzola!
Anton Pavlovič Čechov Taccuini
Letteratura russa, Critica al conformismo, Scrittura frammentaria
Ascesi del vestiario: Scelta sistematica di indossare indumenti protettivi pesanti per manifestare plasticamente il rifiuto del corpo e difendersi dalle passioni dei contemporanei.
Astuccio: Involucro protettivo sia fisico sia mentale utilizzato per isolarsi dalle influenze esterne ed evitare qualsiasi contatto con la realtà quotidiana.
Moralità cimiteriale: Condizione etica basata sulla sottomissione totale alla legge scritta che ignora lo spirito vitale e soffoca ogni gioia collettiva.
Patologia dell’isolamento: Condizione ontologica che porta l’essere umano a percepire il mondo esterno come aggressione costante e a rinchiudersi in se stesso.
Viltà conformista: Atteggiamento collettivo dominato dal timore delle conseguenze che spinge ad abbandonare le iniziative culturali per rispettare passivamente regole rigide.
Il cappotto di Nikolai Gogol
Descrizione: Un modesto impiegato vive una misera esistenza alienata e trova l’unica ragione di vita in un indumento che si trasforma nel suo rifugio contro le ostilità esterne rivelando la tragica solitudine dell’essere umano schiacciato dalla burocrazia e dalla indifferenza della società circostante.
La morte di Ivan Ilic di Lev Tolstoj
Descrizione: Un magistrato trascorre una intera esistenza nel conformismo borghese rispettando regole sociali prive di significato autentico fino a quando una malattia incurabile lo costringe a guardare in faccia la falsità dei propri rapporti umani e la spaventosa vacuità del proprio percorso terreno.
La metamorfosi di Franz Kafka
Descrizione: Un commesso viaggiatore si risveglia trasformato in un immenso insetto sperimentando il progressivo isolamento familiare e sociale in una lucida rappresentazione della alienazione moderna dove la diversità diventa colpa e il rifiuto del mondo esterno si traduce in una condanna alla incomunicabilità totale.
- La cornice e l’introduzione del tipo psicologico: l’atmosfera oppressiva di Mironosickoe e la definizione della patologia dell’isolamento di Bélikov.
- L’ascesi del vestiario e l’involucro fisico: la descrizione degli oggetti-scudo (ombrello, calosce, foderi) utilizzati come barriera contro la realtà.
- La forma-astuccio del pensiero: la sottomissione alle circolari ministeriali, ai divieti e la paura patologica di qualsiasi iniziativa o novità.
- Il contagio conformista della città: la paralisi intellettuale e morale che Bélikov impone indirettamente all’intera comunità per quindici anni.
- L’elemento perturbatore e lo scandalo ontologico: l’irruzione della vitalità di Varenka e la reazione violenta di Kovalenko.
- La catastrofe e l’astuccio definitivo: la morte psicosomatica di Bélikov, il funerale e la chiosa filosofica sulla schiavitù interiore.
- La paura della vita e del presente: il nucleo da cui si generano tutte le nevrosi del protagonista.
- L’autocensura e l’oppressione burocratica: la traduzione politica e sociale della fobia individuale.
- La complicità del conformismo collettivo: la sottomissione volontaria della città a un tiranno privo di reale potere, guidata dalla pura viltà.
- La morte come rifugio supremo: l’equazione finale in cui la tomba rappresenta l’ideale definitivo di ordine e isolamento indisturbato.
- L’inconciliabilità tra dogma e vitalità: lo scontro frontale tra la rigidità delle regole e la forza selvaggia, imprevedibile del desiderio umano.
- Citazione chiave 1: ‘In quell’uomo si osservava una costante e invincibile tendenza a circondarsi di un involucro, a crearsi, per dir così, un astuccio che lo isolasse, che lo proteggesse dalle influenze esterne.’
- Citazione chiave 2: ‘La sua mente funzionava come un apparato di censura universale, pronto a scovare il germe del disordine in ogni manifestazione di gioia…’
- Citazione chiave 3: ‘La morte gli offrì finalmente la custodia perfetta: la bara.’
- Glossario – Astuccio (Futljar): Nel contesto cechoviano, metafora della chiusura mentale, della paura della vita, dell’autocensura e del dogmatismo protettivo.
- Glossario – Conformismo cimiteriale: Atteggiamento sociale di sottomissione passiva alle regole e ai divieti, che antepone l’apparenza del decoro e la quiete pubblica alla reale espressione della vitalità esistenziale.
- Glossario – Scandalo ontologico: Rottura traumatica dell’ordine statico e artificiale causata dall’irruzione della realtà pulsante e incontrollabile.



















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