Il sapere della pssicoanalisi
Chi ha dato agli psicoanalisti il loro sapere? Ad esempio, Lacan, quello che egli chiama il discorso psicoanalitico e l’esperienza analitica gli insegna quello che sa. E ognuno insegna ciò che l’altro gli ha insegnato. Neghiamo (e da chi se non?) che Lacan ha acquisito conoscenza scientificamente nella esperienza analitica (uno sperimentare in un certo senso) delle strutture dell’inconscio, riuscendo a fare astrazione dei discorsi irrazionali degli psicoanalizzati/e sdraiati/ sul divano? Per quanto mi riguarda non c’è dubbio che Lacan ha trovato nell’inconscio le strutture che ha detto di avere trovato giacché, prima erano state messe lì. Chi non è caduto sotto il potere dell’istituzione psicoanalitica potrebbe sperimentare un immenso senso di tristezza davanti al grado di oppressione (di manipolazione) che i discorsi degli psicoanalizzati/e manifestano. Perché nell’esperienza analitica c’è un oppresso che è psicoanalizzato, e la cui necessità di comunicare viene sfruttata e allo stesso modo, come quando le streghe non potevano che replicare sotto tortura il linguaggio che i suoi inquisitori volevano sentire, anche lo psicoanalizzato non ha un’altra scelta, se non vuole rompere il contratto implicito che gli permette di comunicarsi e del quale ha bisogno anziché tentare di dire quello che vuole dire. Sembra che questo possa durare tutta la vita. Contratto crudele che obbliga un essere umano a ostentare la propria miseria davanti all’oppressore, che è direttamente responsabile di ciò e lo sfrutta economicamente, politicamente, ideologicamente e la cui interpretazione lo riduce ad alcune figure retoriche.
Tuttavia, la necessità di comunicare in questo contratto consentito implica, che questo possa essere fatto solo nella cura psicoanalitica – l’esperienza analitica per l’esperto? – questo bisogno di comunicare può essere esaudito dal fatto che può essere curato o sperimentato? Se crediamo alle testimonianze delle lesbiche, degli omosessuali, in assoluto è così. Tutte queste testimonianze sottolineano il senso politico che riveste nella società eterosessuale attuale l’impossibilità di comunicare – di un altro modo che non sia con un psicoanalista – che hanno le lesbiche, gli omosessuali e le donne. La consapevolezza dello stato di cose in generale, e non che si è malati o si ha bisogno di cure, e che si ha un nemico, provoca generalmente da parte degli oppressi/e una rottura del contratto psicoanalitico.
I discorsi che ci opprimono, e in modo particolare a chi fa una scelta diversa rispetto all’eterosessualità, su cui è fondata la società, ogni società, ci negano la possibilità di creare le nostre proprie categorie, ci impediscono di parlare se non nei loro termini e tutto quello che questo sistema mette in questione viene subito riconosciuto come primario. Il nostro rifiuto dell’interpretazione totalitaria della psicoanalisi, ci porta a rivisitare la dimensione simbolica. Questi discorsi parlano di noi e pretendono dire la verità relegandoci in un campo apolitico, come se ci fosse qualcosa di significante che dovrebbe fuggire a ciò che è politico o come se potesse avere per quanto riguarda noi dei segni politicamente insignificanti. La loro azione su di noi è feroce, la loro tirannia sulla nostre persone fisiche e mentali è incessante. Quando rivestono con il termine generalizzatrice di ideologia nel senso marxista volgare tutti i discorsi del gruppo dominante, rilegano questi, al mondo delle idee irreali, disattendendo così, la violenza materiale che realizzano direttamente sopra gli oppressi/e, violenza che avviene sia attraverso i discorsi astratti che i discorsi scientifici come attraverso la comunicazione di ampio spettro. Insisto su questa oppressione materiale degli individui, fatta dai discorsi e voglio sottolineare i suoi effetti immediati prendendo l’esempio della pornografia. Le sue immagini – filmati, foto da riviste, cartelloni pubblicitari sui muri delle città – costituiscono un discorso e questo discorso ha un significato: significa che le donne sono dominate. I semiologi sono in grado di interpretare questo discorso in ciò che hanno di sistematico come dispositivo, e ciò che vi leggono in questo discorso sono segni che non hanno come funzione di significare e quindi influenzare, ma la cui unica ragion d’essere è quello di funzionare come elementi di un certo sistema o dispositivo. Per noi, invece, non solo, questo discorso non è separato dal reale, come lo è per i semiologi, ma mantengono rapporti molto stretti con la realtà sociale che è la nostra oppressione (economica e politica), ed è reale nella misura in cui, è una delle manifestazioni di oppressione che esercitano un preciso potere su di noi. Il discorso pornografico è parte delle strategie della violenza esercitata sul nostro vivere: umilia, degrada, è un crimine contro la nostra umanità. Come tattica di istigamento ha un’altra funzione, un monito: ci ordina di rimanere in linea, imposta il ritmo per coloro che hanno la tendenza a dimenticare quello che sono, facendo appello alla paura. Quando ci siamo opposti alla pornografia, questi stessi esperti di semiotica, di cui abbiamo parlato sopra, ci hanno accusato di confondere, con i discorsi la realtà. Non vedono che questo discorso è la realtà per noi, un aspetto della realtà della nostra oppressione, credono che ci sbagliamo a livello d’analisi. Ho portato l’esempio della pornografia, perché il suo discorso è più sintomatico e più dimostrativo della violenza che ci fanno, rispetto a quello che è il discorso in generale nella società. Questo potere che ha la scienza, con le sue teorie di agire materialmente sulle nostre persone non ha niente di astratto anche se il discorso che lo produce ce l’ha, anzi, si tratta di una delle forme di dominazione, la sua espressione, dice Marx. Preferirei dire uno dei loro esercizi. Tutti gli oppressi che conosco, hanno avuto a che fare con questo potere che dice: non hai il diritto di parlare perché il tuo discorso non è scientifico, né teorico, ti sbagli a livello di analisi, confondi discorsi e realtà, sostieni un discorso ingenuo, non sai né questa e né quella scienza, non sai cosa dici. Se i discorsi dei sistemi teorici e delle scienze umane esercitano un potere su di noi è perché lavorano con concetti che ci toccano da vicino. Nonostante l’avvento storico dei movimenti di liberazione, delle femministe, delle lesbiche e degli omosessuali, i cui interventi hanno rovesciato le categorie filosofiche e politiche di questi discorsi nel loro complesso, queste sono ancora collocate all’interno in questo modo brutale e non per questo hanno cessato di essere utilizzate senza la considerazione della scienza contemporanea. Le categorie di cui trattano funzionano come concetti primitivi in un insieme di ogni specie di discipline, teorie, tendenze, idee, che vorrei chiamare il pensiero eterocentrico (in riferimento al pensiero selvaggio Lévi-Strauss). Si tratta di uomo, di donna, di differenza e dell’intero insieme di concetti che sono interessati da questa etichetta, tra cui i concetti come storia, cultura e reale. E per quanto sia stato confermato, negli ultimi anni, che non c’è natura e che tutto è cultura, rimane comunque, all’interno di questa cultura un nucleo di natura che resiste all’esame, un rapporto che riveste un carattere di inevitabilità nella natura come nella cultura: è il rapporto eterosessuale o relazione obbligatoria tra la donna e l’uomo. Dopo essere emerso come un principio evidente, come un dato di fatto anteriore a tutta la scienza, l’inevitabilità di questo rapporto, il pensiero eterocentrico ci consegna ad una interpretazione totalizzante della storia, della realtà sociale, della cultura e delle società, del linguaggio e tutti i fenomeni soggettivi, universalizzando, immediatamente, la loro produzione di concetti, nel creare leggi generali che si applicano a tutte le società, a tutte le epoche, a tutti gli individui. Per questo motivo si parla dello scambio di donne, di differenza sessuale, di ordine simbolico, dell’inconscio, del desiderio, del piacere, della cultura, della storia; categorie che non hanno senso attualmente se non in questo pensiero eterocentrico, pensiero della differenza dei sessi come un dogma filosofico e politico.

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