Il sesso è difficile
Il sesso è difficile; è vero. Ma è il difficile che c’è stato affidato, quasi ogni cosa seria è difficile, e tutto è serio. Se solo riconoscete questo e muovendo dal vostro intimo, dalla vostra complessione e natura, dalla vostra esperienza e fanciullezza e forza arrivate a conquistarvi una vostra propria relazione col sesso (immune d’influssi di convezioni e costume), allora non avete più a temere di perdervi o diventare indegno del vostro miglior possesso.
La voluttà corporale è un’esperienza sensitiva, non altrimenti dal puro guardare o dal puro senso, con cui un bel frutto vi riempie la lingua; è una grande, infinita esperienza, che ci vien data, una conoscenza del mondo, il colmo e lo splendore d’ogni conoscenza. E non che l’accogliamo, è male; male è che quasi tutti usano male questa esperienza e la sprecano o l’applicano come stimolo nei luoghi stanchi della loro vita e come distrazione invece che raccoglimento verso i vertici.
Gli uomini hanno tramutato persino il mangiare in qualche altra cosa: l’indigenza da una parte, il superfluo dall’altra hanno intorbidato la chiarezza di questo bisogno, e ugualmente torbidi sono fatti tutti i profondi, semplici bisogni in cui la vita si rinnova. Ma il singolo può schiarirseli per sé e viverli chiaramente (e, se non il singolo, che è troppo legato, il solitario).
Egli può ricordarsi che ogni bellezza nelle piante e negli animali è una sommessa forma costante d’amore e d’aspirazione, e può veder l’animale, come vede la pianta, unirsi paziente e docile e moltiplicarsi e crescere non per piacere fisico, non per dolore fisico, ma piegandosi a necessità che sono più grandi di piacere e dolore e più potenti del volere e dell’opposizione.
Oh, se l’uomo accogliesse più umile e portasse più gravemente questo mistero, di cui la terra è piena fin nelle sue più piccole cose, lo sopportasse e sentisse quanto terribilmente grave è, invece di prenderlo alla leggera. Se fosse pieno di riverenza verso la sua fecondità, che è una soltanto, appaia fisica o spirituale; ché anche la creazione spirituale deriva dalla fisica, è d’una medesima essenza e solo come una ripetizione più sommessa, più incantata ed eterna della voluttà del corpo.
«Il pensiero d’essere creatore, di produrre, di plasmare» è nulla senza la sua continua grande riprova e attuazione nel mondo, nulla senza l’innumerevole consenso che viene dalle cose e dagli animali, e il suo godimento è perciò così indescrivibilmente bello e ricco, perché è pieno di memorie ereditate dal creare e generare di miriadi.
Non vi lasciate ingannare dalla superficie; nelle profondità tutto diventa legge. E quelli che vivono il mistero in modo falso e cattivo (e sono moltissimi), lo perdono solo per sé e pure lo trasmettono oltre come una lettera chiusa, senza saperlo. E non vi turbi la molteplicità dei nomi e la complicatezza dei casi.
Si stende forse su tutto una grande maternità, quale aspirazione comune. La bellezza della vergine, d’un essere che (come voi dite con parole così belle) «non ha ancora compiuto nulla» è maternità, che s’indovina e prepara, s’angoscia e si protende bramosa. E la bellezza della madre è maternità in servizio, e nella vecchia è un grande ricordo. E anche nell’uomo è maternità, mi sembra, fisica e spirituale; il creare è anche una maniera di generare e parto è quando crea dalla più intima abbondanza.
E sono forse più affini che non si creda i sessi, e il grande rinnovamento del mondo forse in questo consisterà, che uomo e fanciulla, liberati da tutti gli errori e disgusti, non si cercheranno come opposti, ma come fratelli e vicini, e si uniranno come creature umane, per portare in comune, semplici gravi e pazienti, il difficile sesso che è loro imposto.

Crediti
 • Rainer Maria Rilke •
 • Lettere a un giovane poeta •
 • SchieleArt •   •  •

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