Il silenzio è ancora rumore
Per tardiva ingenuità, lo struzzo lascia alla fine un occhio fuori dalla sabbia, curiosamente aperto… Ma che mi si legga pure, quand’anche si avesse la migliore buona volontà, l’attenzione più grande, quand’anche si giungesse all’ultimo grado di convinzione, non si rimarrà per questo nudi. Nudità, sprofondare, supplica, sono infatti prima di tutto nozioni aggiunte alle altre. Sebbene legate all’elusione delle scappatoie, per il fatto di estendere esse stesse il campo delle conoscenze, sono ridotte allo stato di scappatoie. Questo è in noi il lavoro del discorso. E la difficoltà si esprime così: la parola silenzio è ancora rumore, parlare significa di per sé immaginare di conoscere, e per non conoscere più bisognerebbe non parlare più. Non appena la sabbia ha permesso che i miei occhi si aprissero, ho parlato: le parole, che servono solo a fuggire, quando ho smesso di fuggire mi riconducono alla fuga. I miei occhi si sono aperti, è vero, ma non avrei dovuto dirlo, rimanere immobile come una bestia. Ho voluto parlare, e come se le parole portassero la pesantezza di mille sonni, pian piano, sembrando quasi non vedere, i miei occhi si sono chiusi. È da un ‘intima cessazione di ogni operazione intellettuale” che lo spirito viene messo a nudo. Altrimenti il discorso lo mantiene nel suo cantuccio. Il discorso, se vuole, può sprigionare la tempesta, per quanti sforzi io faccia, accanto al fuoco il vento non può raggelare. La differenza tra esperienza interiore e filosofia risiede principalmente nel fatto che, nell’esperienza, l’enunciato non è nulla, se non un mezzo e anche, in quanto mezzo, un ostacolo; ciò che conta non è più l’enunciato del vento, è il vento.

Crediti
 Georges Bataille
 SchieleArt •   • 

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