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Non era più capace di fare uno Shakespeare a bassa intensità e non era più capace di fare uno Shakespeare ad altra intensità, e pensare che aveva fatto Shakespeare per tutta la vita. Il suo Macbeth era ridicolo, e quelli che lo videro lo dissero senza eccezione, e altrettanto fecero molti che non lo avevano visto. No, non hanno neanche bisogno di esserci stati – diceva lui – per insultarti. Molti attori, per aiutarsi, si sarebbero dati al bere; c’era sempre una vecchia barzelletta su un attore che beveva sempre prima di andare in scena, e che quando lo esortarono a non bere replicò: Come, dovrei andare là fuori da solo? Ma Axler non beveva, e così invece crollò. Il suo crollo fu monumentale.

La cosa peggiore era che vedere il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si vedeva recitare. La sofferenza era atroce, e tuttavia lui dubitava che fosse genuina, il che la rendeva ancora peggiore. Non sapeva come passare da un minuto all’altro, era come se la mente gli si stesse liquefacendo, aveva il terrore di stare da solo, non riusciva più a dormire più di due o tre ore per notte, mangiava appena, ogni giorno pensava di ammazzarsi con l’arma che aveva in solaio – un fucile a pompa Rennington 870 che teneva nella casa isolata per autodifesa – e nondimeno gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male. Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu, e quella che stai recitando è la tua fine, è tutta un’altra cosa, una cosa spaventosa e terrorizzante.

Crediti
 • Philip Roth •
 • L'umiliazione •
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