Nicola Samorì ⋯
Le cose non cambiano perché nessuno si preoccupa di capirle. Chi è disposto ad affondare fra queste cose? L’energia non si perderebbe in inutili lamentele, ma guadagnerebbe nel fluire e ricaricarsi da sé.
Supponiamo per un attimo che il castigo abbia le sue grazie: dove sono allora le tazze per riceverle? Chi, pronto a punire un altro, è disposto a sopportare la stessa pena? Chi, avendo adempiuto al sacro proposito, di proteggere la società, è disposto ad accettare la ricompensa che offre ogni vittima? Ciecamente castighiamo e ciecamente respingiamo la tazza. Vi sono uomini che studiano il criminale; vi sono uomini che ideano per loro trattamenti più umani; vi sono uomini che dedicano la vita a restituire a questi uomini ciò che gli altri hanno loro tolto. Sanno cose che il cittadino medio non immagina neppure. Potrebbero insegnarci mille modi d’affrontare la situazione, migliori di quelli di cui siamo abituati. Eppure io dico che un mese di prigione, vale dieci anni di studio da parte di un uomo libero. Meglio il distorto giudizio del condannato che il giudizio più illuminata dello spettatore. Il condannato recupera infine la propria innocenza. Ma lo spettatore non è nemmeno conscio della sua colpa. Per un delitto che s’espia in prigione se ne commettono spensieratamente diecimila da parte di coloro che condannano. È una cosa senza principio e senza fine. Ci sono dentro tutti, anche i più santi tra i santi. Il delitto comincia con Dio. Finirà con l’uomo, quando ritroverà Dio. Il delitto è ovunque, in tutte le fibre e le radici del nostro essere. Ogni minuto del giorno aggiunge nuovi delitti al calendario, sia chi è scoperto e punito, sia chi non lo è. Il criminale incalza il criminale. Il giudice condanna chi giudica. L’innocente tortura l’innocente. Ovunque, in ogni famiglia, ogni tribù, ogni grande comunità, delitti, delitti, delitti. A paragone, la guerra è una cosa pulita, A paragone, il boia è una gentil colombella. Attila, Tamerlano, Gengis Khan: automi irresponsabili a confronto. Tuo padre, la tua cara madre, la tua dolce sorella: hai idea degli orrendi delitti che nutrono in seno? Puoi mettere uno specchio davanti all’iniquità quando l’hai a tiro? Hai scrutato nel labirinto del tuo ignobile cuore? Hai mai invidiato il delinquente per la sua rettitudine? Lo studio del crimine parte dalla conoscenza di sé. Tutto ciò che aborrisci, tutto ciò che rifiuti, tutto ciò che condanni e cerchi di convertire col castigo scaturisce da te. La sua fonte è Dio che tu poni al di fuori, al di sopra e al di la. Il crimine è l’identificazione, prima con Dio, poi con la tua immagine. Crimine è tutto ciò che sta fuori dall’involucro e che s’invidia, si desidera, si brama. Il crimine fa balenare un milione di lucenti lame di coltello a ogni minuto del giorno, e anche della notte, quando la veglia da luogo ai sogni. Il crimine è un durissimo, immenso telo incerato che si stende dall’infinito all’infinito. Dove sono i mostri che non conoscono il crimine? Quali regni abitano? Che cosa li trattiene dal cancellare l’universo?

Crediti
 • Henry Miller •
 • Pinterest • Nicola Samorì  •  •

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