Kris Kubei  ⋯

Non è il tempo che fonda il ritmo. È il ritmo che fonda il tempo.
Carlo  Sini

Se qualcuno mi chiede che cosa è il tempo, dichiaro subito la mia ignoranza: non lo so. Proprio ora sento il battere del pendolo, e la risposta sembra essere lì. Ma non è vero. Quando gli finisce la corda il meccanismo continua nel tempo ma non lo misura: lo subisce. E se lo specchio mi mostra che non sono più quello di un anno fa, neppure questo mi dice che cosa è il tempo. Solo ciò che il tempo fa. Mi si perdonino questi pensieri falsamente profondi. Niente mi avrebbe spinto ad arrancare dietro ad Einstein se non fosse stato per quella notizia dalla Francia: nel fiume Saône tutta la fauna si è estinta a causa di prodotti tossici che vi sono stati accidentalmente versati, e ci vorranno cinque anni perché si ricostituisca. Lo stesso tempo che invecchia, rovina, distrugge e uccide (addio, specchio), purificherà le acque, popolerà a poco a poco di creature, finché, passati cinque anni, il fiume risusciterà dalla fossa comune dei fiumi morti, per la gloria e il trionfo della vita (e poi si sposarono ed ebbero molti affluenti). Non avrebbe seguito questa cronaca se non fosse per quella benedizione dei cronisti, che è (qui lo confesso) l’associazione di idee.
Isabelle  ⋯
Va trascinando il fiume  Saône la sua corrente avvelenata, ed è in questo momento che una goccia d’acqua mi si disegna nella memoria, come un enorme perla sospesa, che lentamente s’ingrossa e tarda tanto a cadere e non cade fin quando la guardo affascinato. Mi circonda un fantastico ammasso di rocce. Sono all’interno del mondo, attorniato da stalattiti, da bianche tovaglie di pietra, formazioni calcaree che hanno l’aspetto di animali, di teste umane,  di segreti organi del corpo – immerso in una luce che dal verde al giallo degrada all’infinito. La goccia d’acqua riceve la luce da una fonte laterale ed è trasparente come l’aria, sospesa su una forma rotonda che sembra un bulbo vegetale. Cadrà non so quando, dall’altezza di sei centimetri, e scivolerà sulla superficie liscia, lasciando un’infinitesimale pellicola calcarea che renderà più breve la prossima caduta. E poiché ci siamo fermati a guardare la goccia d’acqua, il custode di Aracena ci ha detto:‹‹ Tra duecento anni le due pietre saranno unite››. È questa la pazienza del tempo. Duecento anni a fabbricare pietra, a costruire una piccola colonna, un misero moncone cui nessuno in seguito farà caso. Duecento anni di lavoro monotono e applicato, indifferente alle meraviglie che ricoprono le pareti altissime della grotta e fanno sbocciare fiori di pietra dal suolo. Duecento anni così, solo perché così deve essere. Parlo del tempo e di pietre e, tuttavia, è agli uomini che penso. Perché sono essi la vera materia del tempo, la pietra superiore e quella inferiore, la goccia d’acqua che è sangue ed è anche sudore. Perché sono essi  il paziente coraggio, e la lunga attesa, e lo sforzo senza limiti, il dolore accettato e ricusato duecento anni, se così deve essere.

Crediti
 • José Saramago •
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