Egon Schiele ⋯
…ma subito dopo mi trovai inaspettatamente davanti – sento ancora oggi lo shock – Il trionfo della morte. Centinai di morti, di scheletri, attivissimi scheletri, sono occupati a trascinare con sé un numero altrettanto grande di uomini vivi: sono figure d’ogni genere, in massa o isolate, riconoscibili per ceto sociale, tese in uno sforzo inaudito; la loro energia supera di molto quella dei viventi che stanno attaccando. Sappiamo che i morti vinceranno, ma ancora non hanno vinto. Si sta dalla parte dei vivi, si vorrebbe aiutarli a difendersi, ma si rimane sconvolti nel vedere che i morti sembrano più vivi di loro. La vitalità dei morti, se così vogliamo chiamarla, ha un unico scopo: afferrare i vivi e portarli via con sé. I morti non si distraggono, non si disperdono in iniziative diverse, vogliono tutti un’unica cosa, quella soltanto; i vivi, invece, sono attaccati alla propria esistenza, ma ciascuno a modo suo. Tutti si agitano, nessuno si arrende, in quel quadro non ho trovato un solo uomo stanco di vivere, la vita va strappata a tutti con la forza, nessuno è disposto a cederla spontaneamente. L’energia di questa difesa, variata in cento modi, è passata dentro di me, da allora mi sono spesso sentito come se io fossi tutti quegli uomini che lottano contro la morte.

Capivo che si trattava di massa, da una parte come dall’altra, e che, per quanto il singolo senta la propria morte da solo, la stessa cosa vale per ogni altro singolo, e perciò si deve pensare a tutti i singoli.

Qui, è vero, la morte ancora trionfa; ma l’effetto non è quello di una battaglia che ormai è vinta una volta per tutte; la battaglia continua, si rinnova sempre, e se la viviamo come in questo quadro, non saremo affatto sicuri che l’esito sarà sempre lo stesso. Il trionfo della morte di Brueghel* è stata la prima cosa che mi ha dato fiducia nella lotta.

Crediti
 • Elias Canetti •
 • Il frutto del fuoco •
 • SchieleArt •   •  •

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