Egon SchieleSono stanca. Non del lavoro, non del pensiero, ma di dover costantemente interpretare, assorbire, trasformare. Ogni incontro mi lascia un’impronta, ogni sguardo mi penetra, ogni parola mi risuona dentro come un’eco che non si spegne. Non posso ascoltare una persona senza sentire il peso dei suoi desideri, delle sue paure, delle sue menzogne. La mia pelle è troppo sottile; la mia anima non ha confini impermeabili.

Non è che non ami gli esseri umani. Li amo troppo. Li amo con una tale intensità da dimenticare me stessa. Divento specchio, cassa di risonanza, madre, confidente, redentrice. Ma nessuno mi chiede mai: E tu, dove sei?. E io, nel tentativo di non deludere, mi dissolvo.

Perciò devo ritirarmi. Non per superbia, non per freddezza, ma per sopravvivenza. Il mio isolamento non è fuga: è ricongiungimento. Solo quando sono sola posso ritrovare il filo di me stessa, il battito che non è contaminato da altre volontà. Nel silenzio, non c’è vuoto: c’è pienezza. C’è il respiro che non deve adattarsi, il pensiero che non deve giustificarsi, il cuore che batte per sé.

Spesso mi accusano di essere distante, inafferrabile. Ma non capiscono che la mia distanza è l’unico modo per restare vicina senza annegare. Se dessi tutto di me ogni volta che qualcuno mi chiede una parte, non mi resterebbe nulla. E allora non potrei più amare, né aiutare, né creare. La mia solitudine è il pozzo da cui attingo l’acqua da offrire al mondo.

Non ho bisogno di folla per sentirmi viva. Mi basta una stanza, un foglio bianco, il rumore della pioggia. In quei momenti, sono più connessa all’umanità che in mezzo a cento conversazioni superficiali. Perché solo nella solitudine riesco a sentire ciò che è vero — in me e negli altri.

Non sono asociale. Sono selettiva. Scelgo con cura chi merita il mio tempo, non per elitismo, ma per delicatezza. So che il mio cuore è un vaso fragile: se lo riempio di troppe voci, si spacca. Preferisco pochi incontri profondi a cento chiacchiere che graffiano la superficie.

E quando accolgo qualcuno nella mia intimità, lo faccio con tutto l’essere. Non per dovere, non per abitudine, ma perché in quella persona riconosco un’anima che non mi chiede di essere diversa. Con lei posso essere silenziosa, assente, presente, contraddittoria — e va bene così.

Il mondo esige costantemente che si dia qualcosa: un sorriso, un’opinione, una reazione, una disponibilità. Ma io so che il mio dono più vero non è la presenza continua, bensì la presenza autentica. E l’autenticità richiede spazio, silenzio, ritiro.

Dunque, non fraintendetemi. Quando dico ho bisogno di stare sola, non sto dicendo non ti voglio. Sto dicendo: Devo tornare a me, per poterti dare qualcosa di vero.
Perché l’amore che nasce dall’esaurimento è solo ombra.
Ma l’amore che nasce dal silenzio è luce.

E io voglio essere luce — non cenere.

Glossario
Crediti
 Anaïs Nin
 Diario di una donna seduttrice
  Il silenzio necessario
  (1931–1934)
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Vivere nell'intercapedine della poesia ⋯ 
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Tra questi due spazi l’intercapedine della poesia.
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né sopra, né sotto, ma accanto alle cose.
 Anaïs Nin  Diari
 Scrittura diaristica, Poesia in prosa, Letteratura americana


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