Egon Schiele ⋯ Agire è qualcosa di visibile e di conseguenza ovvia. Il non agire diventa semplicemente nulla. Raramente l’inazione è colpevolizzata da esiti avversi. Se qualche volta, l’inazione è responsabile di qualcosa, l’azione è chiaramente responsabile di risultati indesiderati in almeno dieci occasioni. L’omissione rende invisibili le nostre intenzioni. È inutile pensare al possibile esito di un’azione che non è arrivato a prodursi.

L'inazione arricchisce la vita
Le nostre intenzioni – quelle positive e negative – si rispecchiano sempre nelle nostre azioni. Addirittura si attribuiscono alle nostre azioni risultati che magari mai abbiamo pensato. L’omissione invece, è ermetica; consente sempre diverse interpretazioni, ma mai la convinzione sul proposito che esista o no, nella nostra testa. L’inazione ci consente di gestire una strategia ampia d’interessi e la possibilità di adattarli o di organizzarli secondo i fatti o le intenzioni che ci rivelano chi non sa frenare la loro verbosità.

Generalmente, l’individuo è affamato di azione, quindi si aspetta che i capi di aziende, i sindaci, i dirigenti di organizzazioni, gli allenatori, i politici in generale, prendano decisioni senza sosta e agiscano con forza per arrivare a ottenere i migliori risultati nei campi che a loro corrispondono. Niente è più deludente di una riunione, che termina un incontro al vertice senza un programma concreto di azioni specifiche al fine di cambiare la realtà. Sembrerebbe che la realtà esista solo per essere cambiata. L’uomo tuttavia, non dovrebbe avere una buona opinione sui risultati delle sue azioni o quelle dei suoi simili, siano leader o no. In realtà, dovrebbe sentirsi soddisfatto e rilassato ogni volta che un vertice, una riunione degli azionisti o dei vicini di comunità concludano senza un accordo su uno specifico piano d’azione. Egli dovrebbe giungere a questa conclusione, semplicemente analizzando il tasso di errore nello scopo di cambiare la realtà e dovrebbe costatare quanta fatica comporta qualsiasi decisione o azione, soprattutto quelle prese con riflessione, con il dibattito e in buona fede.

Non è difficile rendersi conto dall’esperienza umana – quella collettiva riflessa nella storia e quella individuale nella propria vita – così come della propria attrazione e quella dei nostri simili, che il fatto di agire lo possiamo valutare con un massimo di 10, ma la probabilità di raggiungere il successo nelle azioni non supera il 5 e il più delle volte, non supera il 2 o il 3.

Pensando a Pascal, che pur mostrandosi deluso dalla mobilità degli esseri umani, la sua esperienza, tuttavia, era in contraddizione con questa riflessione; egli infatti, attivo generatore ed induttore d’idee, a sedici anni aveva già pubblicato il suo primo lavoro “Saggio sulle coniche” intorno alla geometria proiettiva e a diciannove anni aveva ideato il primo antecedente della macchina calcolatrice, e proseguì poi, senza fermarsi.

Tuttavia, la sua analisi pessimistica della vacuità del genere umano l’ha portato, da criteri statistici, a concludere che gran parte della sofferenza dei suoi simili erano conseguenze dell’eccesso di azioni e di mobilità dell’uomo, che non sa stare fermo nella sua stanza o seduto a guardar fuori dalla finestra.

Aveva diritto di pensare, dai risultati empirici, che mentre l’uomo rimaneva a casa non produceva errori con i loro vicini, non parlava mostrando la sua ignoranza, non comprava ciò di cui non aveva bisogno o non svendeva il meglio che aveva. La semplice inazione arricchiva la sua vita e dava pace alla sua anima. Così pensava Pascal.

Allora perché siamo ancora ossessionati dal presunto valore dell’azione? Ogni volta che un evento sospettoso, si assesta sull’ingegneria genetica dell’uomo, bisogna volgere lo sguardo verso la nostra origine, è sempre lì la spiegazione che da senso a una apparente confusione: l’uomo è costituzionalmente iperattivo. Non importa quante persone intorno a noi sembrano indolenti e passivi, è un’impressione parziale che manca di rigore statistico. Se alziamo gli occhi e rimaniamo così, nel tempo, possiamo vedere che i gruppi e gli individui sono follemente iperattivi. Considerando tutte le opportunità che hanno di sopravvivere con una bassa attività, essi sono votati a dare e chiedere spiegazioni, a pianificare senza sosta, aprono e chiudono imprese, avviano studi che non finiscono…

Forse l’iperattività degli individui conviene e, soprattutto, è stata utile alla specie, anche a costo del poco beneficio individuale che apportava. Sicuramente le nostre origini ataviche hanno premiato in qualche modo l’iperattività, con un processo basato su sequenze: errori, prove, errori e, rimaniamo ancora discendenti iperattivi di un’aspra lotta per la sopravvivenza.

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