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Il viaggiatore s’incammina verso la Cattedrale. Di passaggio entra nella Chiesa dos Clérigos, la guarda poi da fuori, pensa a quanto la città di Porto e il Nord debbano a Niccolò Nasoni, e trova che sia una meschina ricompensa l’aver messo il suo nome lì, all’angolo di una via che non fa in tempo a cominciare che è già finita. Il viaggiatore sa bene come tali riconoscimenti siano raramente proporzionati al debito che intendono pagare, ma a Porto spetterebbero altre maniere di mettere in risalto l’influenza capitale che l’architetto italiano ha avuto nella definizione della stessa fisionomia della città. È giusto che Fernão de Magalhães abbia quel viale. Non meritava di meno chi ha navigato intorno al mondo. Ma Niccolò Nasoni ha tracciato sulla carta viaggi non meno avventurosi: il volto in cui una città si riconosce.
Come doveva essere la Cattedrale di Porto ai suoi primi tempi? Poco meno che un castello, quanto a robustezza e orgoglio militare. Ce lo dicono le torri, quei giganti che arrivano fino all’altezza superiore del rosone. Oggi, gli occhi si sono abituati a questa composita costruzione che ormai si notano a stento l’eccentricità del portale rococò e l’incongruenza delle cupole e delle balaustri delle torri. È comunque la loggia di Nasoni quella che sembra meglio integrata nell’insieme: questo italiano cresciuto ed educato fra maestri di un’altra lingua e un altro modo di pensare, venne qui ad ascoltare che lingua si parlava profondamente nel Nord portoghese, e poi la trasferì alla pietra. Perdonate l’ostinazione: il non capire questo è un grave delitto e una dimostrazione di scarsa sensibilità.

Crediti
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