Egon Schiele ⋯
Sono passati ventiquattro anni da allora, eppure, quando penso a quel momento in cui, sferzata dalla sua ironia, stavo lì davanti a mille estranei, il sangue mi si gela nelle vene. E sento di nuovo con spavento che debole entità, miserabile e tormentata dev’essere ciò che noi, troppo enfatici, chiamiamo anima, spirito, sentimento, ciò che noi chiamiamo dolore, poiché tutto questo, anche all’eccesso, non è capace di mandare in pezzi il corpo martoriato – perché, con il sangue che martella nelle vene, si sopravvive a simili momenti, invece di morire, precipitare come un albero colpito dal fulmine? Solo per un attimo, questo dolore mi aveva rotto le ossa e caddi su quella panchina, sfinita, apatica, e con un presentimento addirittura voluttuoso di dover morire. Ma come ho appena detto: il dolore è vile, cede davanti alla prepotente esigenza di vivere che sembra radicata nella nostra carne, più fortemente che tutte le mortali passioni nel nostro spirito. Incomprensibile a me stessa dopo un simile annientamento di tutti i miei sentimenti, mi rialzai. Non sapevo, è vero, cosa fare. All’improvviso mi rammentai che il mio bagaglio attendeva alla stazione, e fui presa da un’idea sola: via, via, via di qui, via da questo maledetto inferno!

Crediti
 • Stefan Zweig •
 • Ventiquattr'ore nella vita di una donna •
 • SchieleArt •   •  •

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