Non mi sento mai così solo come in un letto sardanapalico. Non esistono mai interlocutori al mondo. Si nasce e si muore soli, che è già un eccesso di compagnia. Una volta per tutte: quello di Don Giovanni è un vero calvario, altro che impotenza! È il femminile che è in me che va ogni volta a palpare i propri vuoti nella notificazione del corpo donnesco. Le donne si moltiplicano, cambiano faccia, culo, spostano le tette, in alto, in basso, turgide o avvizzite, passano sotto i ferri, cambiano connotati, mestrui, odori, lavande, emorragie, ma è sempre lo stesso vuoto.
Un incontro impossibile. Che diventa possibile solo in quanto restituito alla moda e al maquillage (belletti, velette, pizzi, merletti, ecc.). Facci caso, qualunque donna civettando di un lutto appena accaduto o di Immanuel Kant estrarrà all’improvviso dalla trousse un po’ di cipria, del rossetto, schiuderà uno specchietto e comincerà scimmiescamente a pittarsi. Tra un colpettino e l’altro di cipria, ti raccontano l’ultima seduta dall’analista. È il trucco di che consistono. Credono di restaurare la facciata e invece sprofondano nel nulla. È una lezione divina. Il mio teatro l’ha appresa senza riserve.
Il vuoto nell’incontro tra i sessi
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