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L’arte è ciò che resiste: resiste alla morte, alla servitù, all’infamia, alla vergogna, così diceva Deleuze. Per questo motivo l’artista lavora per piacere. Il lavoro che produce oggetti per soddisfare esigenze – il lavoro sta rimanendo, sempre più, nelle mani dei robot – è lavoro alienante: cioè, lavoro senza piacere. Il fare utile che rende la vita infelice a chi lo fa. Al contrario, la produzione per solo piacere genera arte: inventare ciò che non esiste, immaginare l’inutile.
Il ricercatore pazzo non ha paura dell’errore. Ossessionato dalla sua ricerca, sembra che viva in un mondo sbagliato, in contrasto con la maggioranza. Alla domanda cosa vuole raggiungere o quale è lo scopo, alza le spalle e sorride perché non ha nessuna invenzione utile con cui confutare le critiche di coloro che chiedono un livello minimo di efficienza. Così è il lavoro dell’artista: sembra un errore del sistema. È un punto di fuga verso un altro mondo evanescente: egli non produce ciò che funziona ma fa funzionare ciò che non è ancora finito, ciò che è in corso d’opera.

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