
Laura Waddington ha trascorso diversi mesi nelle aree adiacenti al campo della Croce Rossa di Sangatte. Filmava i rifugiati afghani o irakeni che tentavano disperatamente di sfuggire alla polizia e attraversare il tunnel della Manica per raggiungere l’Inghilterra. Di tutto ciò, non ha potuto trarre che immagini-lucciole: immagini sull’orlo della scomparsa, sempre mosse dall’urgenza di fuga, sempre vicine a coloro che, per portare a termine il loro progetto, si nascondevano nella notte e tentavano l’impossibile a rischio della vita. La “forza diagonale” di questo film va a scapito della chiarezza, ovviamente: necessità di un’attrezzatura leggera, otturatore aperto al massimo, immagini sporche, messa a fuoco difficoltosa, sgranature ovunque, ritmo irregolare che produce qualcosa di simile al ralenti. Immagini della paura. E tuttavia immagini-bagliori. Vediamo ben poco, solo frammenti: corpi appostati ai lati di un’autostrada, esseri che attraversano la notte per raggiungere un improbabile orizzonte. Nonostante l’oscurità diffusa, non sono corpi resi invisibili ma “scintille di umanità” che il film, appunto, riesce a fare apparire, anche se debolmente e fugacemente.




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